Una corte militare ha condannato il 12 marzo 2006 cinque uomini a pene che vanno
da 10 anni di reclusione fino all’ergastolo. Uno dei 5, Muhammad Ratib
Qtaisha, è latitante ed è stato condannato all’ergastolo in contumacia.
I 5 sono solo gli ultimi di una serie di personaggi arrestati e
processati in Giordania in una lotta strisciante tra la monarchia al
potere, che pure è ritenuta dagli islamisti troppo filo-statunitense, e il governo
che vuole stroncare il fondamentalismo che ha generato gli attentati di
novembre dello scorso anno, costati la vita a 67 persone. Un reportage
da Amman racconta il clima del regno di Abdallah II.
Scritto per noi da
Rosarita Catani
Il regno Hascemita di Giordania è generalmente riconosciuto come uno
dei paesi più moderni dell’area medio orientale, sia in ragione di un
approccio meno rigorista alla religione dell’Islam, sia per i buoni
rapporti diplomatici e commerciali con i Paesi occidentali.

Tuttavia molte sono ancora le violazioni dei diritti umani che Amnesty
International registra annualmente e che spesso sono favorite da una
legislazione incline a concedere l’impunità a chi si macchi di
determinati reati. La situazione generale è sembrata tendere a un
miglioramento con la successione al trono, nel 1999, del giovane
Abdallah II. Il nuovo sovrano ha voluto inserire il Paese in un
processo di modernizzazione e democratizzazione già avviato dal padre
Hussein, anche se non sono mancati segnali in senso contrario proprio
in materia di garanzia della libertà di espressione. Purtroppo, a causa
dei conflitti presenti nell'area, i Paesi arabi hanno rafforzato le
misure di sicurezza, che oltre a sacrificare ulteriormente i diritti
umani fondamentali, impediscono la libera circolazione delle idee. In
Giordania nel corso del 2003 decine di persone sono state arrestate e
condannate dopo un processo iniquo, per aver cercato di dare spazio
pubblico alla propria opinione. In altre occasioni la polizia è
intervenuta a fermare alcune persone impegnate in manifestazioni contro
la guerra in Iraq. E’ evidente che, anche in Giordania, si è dovuto
registrare un peggioramento dei diritti a causa dell’imminente terzo
conflitto iracheno. Alla fine di marzo del 2003 i servizi segreti
giordani fermarono 19 persone, trattenute e rilasciate qualche giorno
dopo senza accuse. Decine di persone sono state arrestate per sospetta
appartenenza a gruppi terroristici.
E’ in questo contesto che bisogna valutare lo "zampillo" che ha dato
origine alla rivolta nel carcere di Jweida, in Giordania, poi estesasi
ad altri due centri di detenzione, Swaqa e Gafgafa. La rivolta e'
durata piu' di 12 ore e si è conclusa con il rilascio di tutte le
guardie carcerarie, sette tra ufficiali e agenti, prese in ostaggio dai
detenuti e liberate dopo 13 ore di negoziati. La rivolta e' iniziata
alla 3 del mattino di mercoledì 1 marzo scorso, quando un gruppo di detenuti
appartenenti alla fazione islamica ha scoperto che alcuni detenuti
condannati a morte dalla Suprema Corte erano stati rinchiusi nel
carcere di Jweida e che fra questi vi era anche Sajida Atrous Rishawi,
la donna che il 9 novembre 2005 aveva partecipato all'attentato al Radisson
Hotel Sas.

I detenuti richiedevano l'immediata scarcerazione dei
prigionieri politici, oppure che gli stessi non venissero giustiziati.
Durante la rivolta alcuni tra poliziotti e detenuti sono stati feriti.
Il ministro degli Interni giordano Eid al-Fayez, ha dichiarato che «la
situazione è stata affrontata saggiamente, senza ricorrere alla
forza». Secondo un portavoce della polizia giordana uno dei capi
della rivolta e' Azmi Jayussi associato ad Al Zarqawi. Jayussi, era
stato condannato a morte a febbraio per aver ideato un attacco chimico
contro il quartier generale dell'intelligence giordana, ed era stato
detenuto nella prigione di Swaiqah in attesa di essere giustiziato.
Jayussi partecipo', unitamete al libico Salem Bin Suweid, detenuto
nella stessa prigione, all'agguato e all'uccisione di un diplomatico
statunitense. Nella stessa giornata di mercoledì le forze di sicurezza giordane
sventano un attacco terroristico contro un abitazione civile a seguito
della confessione rilasciata da un cittadino iracheno, Saad Fakhri
Younis Nueimi, di 40. Durante le ricerche la polizia arresta un
cittadino libico e due iracheni sospettati di appartenere ad Al Qaeda.
In Giordania dall'inizio della guerra in Iraq sono state arrestate e
detenute numerose persone, fra queste anche liberi professionisti e
giornalisti. Il giornalista Muhammad Mubaidin, dopo la pubblicazione di
un articolo apparso sul settimanale Al Hilal, fu arrestato e condannato
dalla Suprema Corte di Sicurezza a febbraio del 2004 ed ha scontato una
sentenza di sei mesi proprio nella prigione di Jweidah.
Le aumentate tensioni con i Paesi limitrofi dovute al conflitto
iracheno, hanno condotto le Autorità a perseguire con maggiore
determinazione anche su quei giornalisti ed editori che hanno espresso
la propria opinione sulle relazioni internazionali tenute dalla
Giordania.