scritto per noi da
Elisa Finocchiaro
Il festival
Fetu
Afahye prende il nome dall’impero Fetu del XVII secolo, collocato nell’area
di Cape Coast. Principalmente consiste nel rito di purificazione e nell’offerta
di Yam agli Dei. C’è inoltre un rito di propiziazione della pesca . Nel giorno
clou del festival, la strada viene invasa da
chiefs in portantina col loro séguito e da bambini dai vestiti
colorati con maschere di cartapesta. Sfilano gruppi provenienti da diversi
luoghi, molti vestiti interamente alla maniera tradizionale: suonano, cantano,
ballano, ridono e fanno baccano. Il
chief di ogni città viene condotto su eleganti portantine, alcune a
forma di coccodrillo, altre con il simbolo “except god”. Alcuni chiefs - tutti
agghindati mentre brandiscono un crine - bevono da una calebasse e poi soffiano
l’acqua sulla gente che da sotto li acclama, li sorregge, li applaude, danza e
canta in loro onore. Molti sembrano aver perso la solita compostezza.
Pelle
imperlata di sudore per lo sforzo concentrato sulle
pelli di tamburo,e
altra
pelle di donna dipinta. Sotto i portici già da ore la gente ha
occupato le sedie per godersi il passaggio del corteo al riparo dal sole, che
brucia
le teste ed aumenta l’euforia. Una vecchia sventola un fazzoletto, in
adorazione del
chief dalle pesanti
catene d’oro, sorretto da una palanchina che poggia sulla testa di quattro
persone.
Trasporti.
Il momento più bello è quando il vento entra nei
tro-tro (i mezzi di trasporto più
comuni, pulmini che partono quando sono pieni), il viaggio ricomincia e il
sudore si asciuga. Finalmente seduta posso guardare la strada con le sue
insegne e pubblicità dipinte: immagini che vanno dai tagli di capelli alla
pubblicità della compagnia telefonica o del
phone
center, con Bush e Bin Laden che
parlano al telefono. C’è sempre un ragazzo nel
tro-tro: ritira i soldi dei passeggeri e li fa sedere, urla la
destinazione alle fermate, fa salire la gente che aspetta sui marciapiedi e
risale sul pulmino sempre quando questo è già partito, reggendosi alla
carrozzeria scassata con un braccio solo. Un
medicine man ambulante ha scorpioni vivi che gli camminano sulla
testa. Mostra una strana pietra antidoto contro gli scorpioni. Vende anche semi
per il mal di stomaco, cordicelle per il mal di schiena… Sale sul pulmino e
comincia a fare le dimostrazioni. Parla, si muove, gesticola, sempre incurante
degli scorpioni che gli camminano addosso. La gente rimane esterrefatta ad
ammirarlo e metà dei passeggeri gli compra il sassolino magico. Poi sale un
ragazzo sui 17, alle sue spalle il parabrezza pieno di orsacchiotti colorati e
pacchiani appesi con le ventose. Si schiarisce la voce e con tono rauco e
apocalittico comincia a parlare della Bibbia. Con una mano si passa in
continuazione un fazzoletto sulle guance, per asciugare il sudore, ma il gesto
fa piuttosto parte della pantomima. Con l’altra mano gesticola e sapientemente
afferra il corrimano prima delle frenate brusche. A predica finita, raccoglie
una bella manciata di soldi e se ne va.
Il grande lago. Yapei queen, la nave che percorre il lago Volta, la seconda
classe ha una decina di panche. Sono state prese tutte d’assalto, la gente ha
cominciato ad aprire delle buste nere e a tirare fuori da mangiare, per riprendersi
dalla corsa col bagaglio in testa. Siamo partiti con un’enorme palla di fuoco
nel cielo, tra canoe di legno che attraccavano al porto. Accanto a me c’è un
grande uomo dallo sguardo languido, con la maglietta dei Chicago Bulls. Ha
messo sullo sporco pavimento un fazzoletto di stoffa usato e stropicciato, con
sopra una busta d’acqua. Ora si china su di essa in ginocchio, guarda
l’orizzonte e lo punta con l’indice, comincia a sussurrare placidamente la sua
preghiera, assorto, incurante degli schiamazzi dei bambini che gli giocano
attorno. Poi china il busto in avanti,fino a baciare terra, e continua a sussurrare
parole all’orizzonte e a guardarlo solennemente…
Kumasi. A Kumasi, cuore dell’Ashanti, c’è il mercato più
grande dell’ Africa occidentale: è il
Kejetia market, una città avvolta da
lamiera. I tetti di latta si perdono a vista d’occhio. Coda per raggiungere
qualsiasi luogo. Il
lorry park
adiacente rende tutto più caotico, con macchine e
tro-tro. Caos. Una montagna di colorate stoffe wax, batik, kente e
adinkra, il tessuto dai motivi simbolici. Rifiuti, tanti rifiuti, ma anche
tanti colori. Uno stormo di pipistrelli solca il cielo. Sento il suono delle
sirene dei treni e vedo ad un metro da me, tra banchi e bancarelle di lamiera,
nel bel mezzo del mercato, un treno sfrecciare a tutta velocità.Il mercato è
solcato dalle rotaie ma i venditori, noncuranti, continuano il loro lavoro come
se niente fosse. La gente aspetta che il treno riparta, poi ricomincia a
camminare sulle rotaie. File e file di scarpe : Nike , Adidas, ciabatte di
plastica, scarponi nuovi e usati. Cantano il prezzo e strofinano buste, dando
il
ritmo. Altri suonano tamburi con il loro banchetto di ciabatte contornato di
gente. Caldi sorrisi dai dentoni bianchi e urla gutturali di sorpresa. Poi c’è
l’area delle collane dalle perline di vetro, quella dei capelli finti e fino ad
arrivare alla zona più verace. L’odore di pesce secco, carne, pomodori acidi,
e
dei vecchi cascami in terra fa mancare il respiro. Dai solo una boccata ogni
tanto, tanto per non morire. Zampe, zamponi
e scarti di animali: ti rendi conto dei colori grotteschi di certi animali che
mangi, dei loro odori acri e del loro aspetto così lontano da qualcosa di
gradevole.La carne assume tinte giallognole e verdastre, non riconosci le parti
che stanno vendendo; tante interiora. E poi di nuovo pomodori, cipolle, scatole
e scatolette…
Bosumtwi lake. E’ sceso dalla montagna un gruppo di ragazzi del
seminario per lavarsi, si strofinano energicamente con la spugna e diventano
tutti bianchi di schiuma. Le anime degli Ashanti finiscono qui dopo la morte.
Per questo il lago è sacro. Vedi i pescatori insieme alle reti, a cavalcioni
sopra tronchi d’albero, che pagaiano con le mani, oppure aiutandosi con delle
piccole palette di plastica .Rumore pacato di zattera che increspa la superficie
dell’acqua. I ragazzi del seminario non riescono a capire come sia possibile
che non crediamo in alcun Dio. “Chi ha dato vita al creato?”. “Il big bang”,
rispondo io. Mi dicono che non è così, perché la Bibbia spiega la Genesi e
parla di Adamo ed Eva.
Bosumtwi vuol
dire spirito dell’antilope. Narra la leggenda che circa quattrocento anni fa un
cacciatore qui, dove vi era solo una foresta e una piccola pozza, sparò ad
un’antilope. Ma questa non morì. Il cacciatore seguì le sue orme insanguinate
e
la vide tuffarsi nella pozza. L’antilope sparì, diventando così lo spirito del
lago.
continua