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Una dura realtà. La società civile saudita, attorno
al tavolo di lavoro, era rappresentata da educatori, insegnanti, medici,
operatori di organizzazioni non governative di assistenza sociale e religiosi.
Hanno per giorni studiato statistiche e interviste che hanno fatto emergere un
quadro allarmante: le violenze che si consumano tra le mura casalinghe, nelle
famiglie saudite, sono in aumento. Gli operatori hanno anche denunciato gli
ostacoli che trovano sulla loro strada e che impediscono loro di fare bene il
proprio lavoro. In questo senso, hanno chiesto riforme urgenti del sistema
legale, che non tutela i bambini e le donne, dal momento che gli operatori
devono già confrontarsi con una mentalità conservatrice che impedisce un facile
approccio con le famiglie. “Solo per quanto riguarda la città di Gedda”, ha
spiegato nel suo intervento Ayhed al-Malki, direttore degli studi penali del
ministero degli Interni, “abbiamo registrato 115 denunce di violenze domestiche
nel 2004, ma il numero è salito a 425 nel 2005”. Il dato è grave, ma preoccupa
ancora di più il fatto che sia parziale. “Temiamo che possa essere di gran
lunga superiore, se consideriamo che il maggior numero di violenze domestiche,
per paura o per vergogna, non viene denunciato”, ha commentato al-Malki. “Il
dato più inquietante”, secondo il funzionari del ministero degli Interni, “è
che gli abusi su minori è esploso dai 15 casi registrati nel 2004 ai 62 del
2005, dei quali ben 60 nei confronti di bambine”. Il problema è che, secondo
quanto denunciato dagli operatori sociali sauditi, quasi sempre a commettere
gli abusi è il padre. Se la moglie denuncia il suo comportamento e l’uomo viene
arrestato, la famiglia si trova poi sola e senza mezzi di sostentamento, perché
l’attuale legislazione non prevede una forma di sussidio statale e la cultura
maschilista e conservatrice saudita tende a emarginare la donna che ha
denunciato il marito violento. “Le cause dell’incremento delle violenze”,
secondo al-Malki, “sono molteplici: le dispute familiari, la totale mancanza di
controlli nella comunità dei lavoratori immigrati che vivono in Arabia Saudita
e, in particolare, una erronea interpretazione dei precetti religiosi”.
Esame di coscienza. La definizione di erronea
interpretazione dei precetti religiosi usata da al-Malki è un eufemismo. La
visione rigida dell’Islam diffusa in Arabia Saudita, quella della corrente
wahabita, relega la donna in un universo di seconda serie. L’uomo, secondo un
malcostume culturale profondamente radicato, si comporta verso la donna più
come un padrone che come un compagno. Il profondo maschilismo della società
saudita, come detto, rende poi socialmente riprovevole la ribellione e la
denuncia delle violenze subite. Un esempio è la storia di Rania al-Baz, amata
e
stimata presentatrice televisiva del canale Channel One, nell’aprile del
2004 si presenta in trasmissione con il volto devastato dalle ferite. Spiega di
essere stata ridotta così da Mohammed al-Fallatta, cantante disoccupato, ma
soprattutto suo legittimo marito. Saranno necessarie 12 operazioni al volto per
restituire a Rania la bellezza perduta. “Voglio usare quello che mi è successo
per attirare l’attenzione sulla condizione femminile in Arabia Saudita”, aveva
dichiarato Rania, salvo poi ritrattare tutto. Il marito, dopo soli tre mesi di
reclusione, viene scarcerato. Rania però è già lontana, a Parigi, dove vive e
dove ha pubblicato un libro con la sua storia. Quante donne sono prive dei
mezzi finanziari di Rania al-Baz per scappare all’estero? Sicuramente la
maggioranza, anche perché in famiglia alle donne non è consentito mettere becco
nelle questioni finanziarie. Come non viene consentito loro di difendere i
figli.Christian Elia