13/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli operatori sociali lanciano l’allarme sulle violenze domestiche in aumento, almeno adesso possono farlo liberamente
“Urgono leggi speciali per tutelare le componenti più deboli della società, le donne e i bambini, vittime sempre più spesso della violenza”. Queste le parole che chiudono il comunicato finale della tre giorni del Workshop on domestic and social violence, terminato il 9 marzo scorso e organizzato a Gedda, in Arabia Saudita, dal National Safety Program, un collettivo di assistenti sociali che lavorano presso gli ospedali sauditi.
 
una donna sauditaUna dura realtà. La società civile saudita, attorno al tavolo di lavoro, era rappresentata da educatori, insegnanti, medici, operatori di organizzazioni non governative di assistenza sociale e religiosi. Hanno per giorni studiato statistiche e interviste che hanno fatto emergere un quadro allarmante: le violenze che si consumano tra le mura casalinghe, nelle famiglie saudite, sono in aumento. Gli operatori hanno anche denunciato gli ostacoli che trovano sulla loro strada e che impediscono loro di fare bene il proprio lavoro. In questo senso, hanno chiesto riforme urgenti del sistema legale, che non tutela i bambini e le donne, dal momento che gli operatori devono già confrontarsi con una mentalità conservatrice che impedisce un facile approccio con le famiglie. “Solo per quanto riguarda la città di Gedda”, ha spiegato nel suo intervento Ayhed al-Malki, direttore degli studi penali del ministero degli Interni, “abbiamo registrato 115 denunce di violenze domestiche nel 2004, ma il numero è salito a 425 nel 2005”. Il dato è grave, ma preoccupa ancora di più il fatto che sia parziale. “Temiamo che possa essere di gran lunga superiore, se consideriamo che il maggior numero di violenze domestiche, per paura o per vergogna, non viene denunciato”, ha commentato al-Malki. “Il dato più inquietante”, secondo il funzionari del ministero degli Interni, “è che gli abusi su minori è esploso dai 15 casi registrati nel 2004 ai 62 del 2005, dei quali ben 60 nei confronti di bambine”. Il problema è che, secondo quanto denunciato dagli operatori sociali sauditi, quasi sempre a commettere gli abusi è il padre. Se la moglie denuncia il suo comportamento e l’uomo viene arrestato, la famiglia si trova poi sola e senza mezzi di sostentamento, perché l’attuale legislazione non prevede una forma di sussidio statale e la cultura maschilista e conservatrice saudita tende a emarginare la donna che ha denunciato il marito violento. “Le cause dell’incremento delle violenze”, secondo al-Malki, “sono molteplici: le dispute familiari, la totale mancanza di controlli nella comunità dei lavoratori immigrati che vivono in Arabia Saudita e, in particolare, una erronea interpretazione dei precetti religiosi”.
 
rania al-baz, prima e dopo il pestaggioEsame di coscienza. La definizione di erronea interpretazione dei precetti religiosi usata da al-Malki è un eufemismo. La visione rigida dell’Islam diffusa in Arabia Saudita, quella della corrente wahabita, relega la donna in un universo di seconda serie. L’uomo, secondo un malcostume culturale profondamente radicato, si comporta verso la donna più come un padrone che come un compagno. Il profondo maschilismo della società saudita, come detto, rende poi socialmente riprovevole la ribellione e la denuncia delle violenze subite. Un esempio è la storia di Rania al-Baz, amata e stimata presentatrice televisiva del canale Channel One, nell’aprile del 2004 si presenta in trasmissione con il volto devastato dalle ferite. Spiega di essere stata ridotta così da Mohammed al-Fallatta, cantante disoccupato, ma soprattutto suo legittimo marito. Saranno necessarie 12 operazioni al volto per restituire a Rania la bellezza perduta. “Voglio usare quello che mi è successo per attirare l’attenzione sulla condizione femminile in Arabia Saudita”, aveva dichiarato Rania, salvo poi ritrattare tutto. Il marito, dopo soli tre mesi di reclusione, viene scarcerato. Rania però è già lontana, a Parigi, dove vive e dove ha pubblicato un libro con la sua storia. Quante donne sono prive dei mezzi finanziari di Rania al-Baz per scappare all’estero? Sicuramente la maggioranza, anche perché in famiglia alle donne non è consentito mettere becco nelle questioni finanziarie. Come non viene consentito loro di difendere i figli.
“Uno studio recente ha dimostrato come su 3mila bambini in tutte le regioni del regno”, ha raccontato Maha al-Munif, la direttrice esecutiva del Programma Nazionale di Sicurezza familiare, “almeno il 25 percento ha subito abusi da un parente. Il nostro lavoro purtroppo si è fermato al momento in cui si è fatta firmare una dichiarazione ai genitori, nella quale s’impegnavano a non commettere abusi. Ma non può bastare, servono misure legislative più drastiche e più poteri d’intervento per gli operatori sociali”. L’aspetto principale del Workshop on domestic and social violence, oltre all’analisi dei dati e delle denunce, è però l’unico che forse non è emerso dalle relazioni degli operatori istituzionali e non: quello dell’emancipazione culturale saudita. Non è un caso che questo tipo di laboratorio sia stato organizzato a Gedda, tradizionalmente la città più liberal dell’Arabia Saudita. E’ in atto nel Paese un’autocritica profonda sul rapporto tra i diritti e la tradizione religiosa, aiutata dal re Abdullah che, da quando ha preso il posto del fratello, il 31 luglio 2005, ha cercato d’innescare un lento ma significativo processo di riforma culturale dei costumi sauditi. Con un occhio d’eccezione per le donne, come le due manager che per la prima volta nella storia si sono candidate e sono state elette nel consiglio direttivo della Camera di Commercio di Gedda, una delle principali istituzioni finanziarie del Paese. E’ancora poco, ma qualcosa in Arabia Saudita sta cambiando e il fatto che i dati preoccupanti del lavoro svolto dal National Safety Program siano stati diffusi, lo dimostra. 

Christian Elia

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