12/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



3 puntata: Umm Farhid
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.

 
i corridoi del Gaza Hospital - foto di marco pasquini3 puntata. “Tfaddal, tfaddal”,  grida Umm Farhid dal balcone, verso la strada, verso me. “Hallo Marco… prego, entra”, e nella sua lingua mi invita a salire la rampa di scale che ci separa.
La signora che mi sta chiamando abita al Gaza Hospital, in una stanza al primo piano affacciata su un ballatoio che da sulla strada di Sabra, proprio sopra uno degli ingressi del palazzo che uso più spesso. Camminavo per perdermi, per trovare vicoli nuovi e, appena attraversata la strada, sono tornato indietro.
“Yalla”, dico io sorridendo, “perché no… in fondo è perdersi anche questo” e accolgo l’invito. Fino ad ora non ero mai stato a casa sua, l’avevo sempre incontrata nel cortile di Abu Maher e a settembre l’avevo coinvolta nelle riprese di una sequenza alla quale ha regalato un intenso primo piano: trasmettevano un documentario sul massacro di Sabra e Chatila in televisione e loro lo seguivano, erano i giorni dell’anniversario.
Credo di esserle rimasto simpatico fin dall’inizio, sembra sempre contenta di incontrarmi e forse il nostro barbiere le ha parlato bene di me. Mi stringe la mano, senza ritrosia la porge, cosa che io ormai non faccio più con le donne che non conosco, se hanno il capo coperto. Mano destra al cuore in segno di saluto, non è stato facile prenderci l’abitudine; a lei non interessa, ha bisogno del contatto e la mano la stringe forte, presentandomi suo figlio Farhid e la figlia Suhad, 18 anni lui e 17 lei. Mohammed è un altro dei figli e lui lo avevo già incontrato più volte, si è sposato e ora vive al nono piano dello stabile.
 
Il sole lambisce il balcone, in questi giorni piovosi non è calda Beirut, così i pochi raggi che ci sono si sfruttano al meglio… “shams”, sfoggio io in memoria del bellissimo libro di Elias Khuri, e così ci sediamo fuori ed arranchiamo nella conversazione. L’inglese di Farhid e Suhad è spicciolo e il mio arabo assente; il tempo si distende e io regalo loro un dolce fatto da mia madre, sono contenti di sapere che non è comprato, ma fatto in casa in Italia. Ha gli occhi grandi Umm Farhid, grandi e belli ma non sereni, incavati e profondamente espressivi; lineamenti una volta dolci ormai induriti, è sulla cinquantina.
Una donna di carattere forte, la sua determinazione traspare dai gesti e lo sguardo ne porta il segno; il marito la picchiava, si sono separati e lei ha cresciuto i figli da sola. Ora vivono in una stanza di due metri e mezzo per tre, con un frigo, una cucina a gas nell’angolo e i servizi in comune con il resto degli abitanti del piano. Due sedie e un grande tappeto sul quale si dorme e ci si siede; una cosa che non manca mai è la televisione accesa su un canale musicale: Suhad sembra conoscerle tutte, queste canzoni di musica pop araba, che canticchia a voce più o meno bassa, senza vergogna nè civetteria. Ha una voce alta e squillante Shuad, ed è anche intonata… credo che sing a song, come dice lei, la rilassi molto. Più raramente ho sentito anche Umm Farhid cantare.
Torno a trovarli, senza imbarazzo nè forzature, e loro mi ricevono nello stesso modo. Ma Farhid non c’è e io esito, sto per salutare e andarmene perché due donne sole che ricevono un uomo non è cosa ben vista… invece loro non se ne curano, insistono e dopo poco le mie scarpe attendono vuote sul ciglio della porta.
Suhad è una ragazza carina e assomiglia moltissimo alla madre, è mora e i capelli non li copre, è promessa a Ibrahim e sembra si vogliano bene. Ibrahim è alto e ha bei lineamenti asciutti, lavora al campo a Chatila, dove facendo panini e falafel vive alcuni giorni la settimana, per raggiungere la famiglia in Siria quando può.
Lo avevo già incontrato più volte prima di sapere la sua quasi parentela, sogna di andarsene da qui un giorno.
 
“Marco speak arabic, no english” continua a ripetermi Suhad ridendo, mentre Umm Farhid mi descrive le foto che sono appese al muro, alcune coperte da una tenda leggera e trasparente come un velo.
Seduti a terra, naturalmente sorseggiamo caffè; Umm Farhid tira fuori da un vecchio armadio una busta di plastica, è piena di fotografie e io dimentico la tazzina. Le guardiamo, me le passa in modo che io possa tenerle in mano e mi lascia il tempo di osservarle con calma, sento il peso di quelle immagini. Vecchie e nuove ritraggono loro con i parenti e i suoi bimbi da piccoli; alcune sono proprio buffe, scattate in un laboratorio su coloratissimi sfondi kitch, altre invece ritraggono momenti felici come il matrimonio del figlio, o loro da piccoli. Alcune di suo padre sono ancora più vecchie, scattate quando viveva in Palestina e nel dirlo le esce un sospiro, ma quelle che preferisco sono le foto di quando lei era ragazza. Accanto alla sorella o da sola, alle feste o in qualche cerimonia, una donna bellissima dal volto cinematografico, il corpo spesso fasciato da vestiti scollati, indossati senza ostentazione, sempre truccata e sorridente. Ora è malata Umm Farhid, ha un male brutto che giorni dopo mi indicherà su un dizionario italiano-arabo che ho con me, e ora capisco perchè adesso porta il capo coperto. La serenità di quei tempi se ne è andata lasciando spazio ad una grande malinconia, e la sofferenza si è portata via la delicatezza dei lineamenti, cambiando la sua bellezza, ma non cancellandola. Me le fanno vedere tutte, le fotografie, il tempo passa ed io non me ne accorgo; è come un viaggio e questo diventa a poco a poco una lezione di arabo per insegnarmi le parole che descrivono le immagini,   regolarmente   appuntate   sul   quaderno...  “speak arabic” dicono loro, e io ci metto buona volontà, diventa un gioco. Molte sono le foto che non posso scordare, una di queste è abbastanza recente e le ritrae al confine tra il Libano e la Palestina occupata, dove sono state in gita quando l’esercito israeliano si è ritirato dall’occupazione: madre e figlia abbracciate e sorridenti, con una mano alta in segno di saluto e la loro terra alle spalle: ad Umm Farhid, nel tenerla in mano, vengono gli occhi lucidi.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Libano