Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna
Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che
hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una
struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e
successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo
tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza
casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto
un campo profughi sviluppato in verticale.
3 puntata. “Tfaddal,
tfaddal”, grida Umm
Farhid dal balcone, verso la strada, verso me.
“Hallo Marco…
prego, entra”, e nella sua lingua mi invita a salire la rampa di scale
che ci separa.
La signora che mi sta chiamando abita al Gaza Hospital, in
una stanza al primo piano affacciata su un ballatoio che da sulla
strada di
Sabra, proprio sopra uno degli ingressi del palazzo che uso più spesso.
Camminavo per perdermi, per trovare vicoli nuovi e, appena
attraversata la strada, sono tornato indietro.
“Yalla”, dico io
sorridendo, “perché no… in fondo è
perdersi anche questo” e accolgo l’invito. Fino ad ora non ero mai stato a casa sua, l’avevo sempre
incontrata nel cortile di Abu Maher e a settembre l’avevo coinvolta nelle
riprese di una sequenza alla quale ha regalato un intenso primo piano:
trasmettevano un documentario sul massacro di Sabra e Chatila in televisione e
loro lo seguivano, erano i giorni dell’anniversario.
Credo di esserle rimasto simpatico fin dall’inizio, sembra
sempre contenta di incontrarmi e forse il nostro barbiere le ha parlato bene di
me. Mi
stringe la mano, senza ritrosia la porge, cosa che io ormai non faccio più con
le donne che non conosco, se hanno il capo coperto. Mano destra al cuore in
segno di saluto, non è stato facile prenderci l’abitudine; a lei non interessa,
ha bisogno del contatto e la mano la stringe forte, presentandomi suo figlio
Farhid e la figlia Suhad, 18 anni lui e 17 lei. Mohammed è un altro dei figli
e
lui lo avevo già incontrato più volte, si è sposato e ora vive al nono piano
dello stabile.
Il sole lambisce il balcone, in questi giorni piovosi non è
calda Beirut, così i pochi raggi che ci sono si sfruttano al meglio… “shams”, sfoggio io in memoria del
bellissimo libro di Elias Khuri, e così ci sediamo fuori ed arranchiamo nella
conversazione. L’inglese di Farhid e Suhad è spicciolo e il mio arabo assente;
il tempo si distende e io regalo loro un dolce fatto da mia madre, sono
contenti di sapere che non è comprato, ma fatto in casa in Italia. Ha gli occhi
grandi Umm Farhid, grandi e belli ma non
sereni, incavati e profondamente espressivi; lineamenti una volta dolci ormai
induriti, è sulla cinquantina.
Una donna di carattere forte, la sua
determinazione traspare dai gesti e lo sguardo ne porta il segno; il marito la
picchiava, si sono separati e lei ha cresciuto i figli da sola. Ora vivono in
una stanza di due metri e mezzo per tre, con
un frigo, una cucina a gas nell’angolo e i servizi in comune con il resto degli
abitanti del piano. Due sedie e un grande tappeto sul quale si dorme e ci si
siede; una cosa che non manca mai è la televisione accesa su un canale
musicale: Suhad sembra conoscerle tutte, queste canzoni di musica pop araba,
che canticchia a voce più o meno bassa, senza vergogna nè civetteria. Ha una voce
alta e squillante Shuad, ed è anche intonata… credo che sing a song, come dice lei, la
rilassi molto. Più raramente ho sentito anche Umm Farhid cantare.
Torno a trovarli, senza imbarazzo nè forzature, e loro mi
ricevono nello stesso modo. Ma Farhid non c’è e io esito, sto per salutare e
andarmene perché due donne sole che ricevono un uomo non è cosa ben vista…
invece loro non se ne curano, insistono e dopo poco le mie scarpe attendono
vuote sul ciglio della porta.
Suhad
è una ragazza carina e assomiglia moltissimo alla madre, è mora e i capelli non
li copre, è promessa a Ibrahim e sembra si vogliano bene. Ibrahim è alto e ha
bei lineamenti asciutti, lavora al campo a Chatila, dove facendo panini e
falafel vive alcuni giorni la settimana, per raggiungere la famiglia in Siria
quando può.
Lo avevo già incontrato più volte prima di sapere la sua
quasi parentela, sogna di andarsene da qui un giorno.
“Marco speak
arabic, no english” continua a ripetermi Suhad ridendo, mentre Umm Farhid mi
descrive le foto che sono appese al muro, alcune coperte da una tenda leggera
e
trasparente come un velo.
Seduti a terra, naturalmente sorseggiamo caffè; Umm Farhid
tira fuori da un vecchio armadio una busta di plastica, è piena di
fotografie
e
io dimentico la tazzina. Le guardiamo, me le passa in modo che io possa
tenerle in
mano e mi lascia il tempo di osservarle con calma, sento il peso di
quelle
immagini. Vecchie e nuove ritraggono loro con i parenti e i suoi bimbi
da
piccoli; alcune sono proprio buffe, scattate in un laboratorio su
coloratissimi
sfondi kitch, altre invece ritraggono momenti felici come il matrimonio
del
figlio, o loro da piccoli. Alcune di suo padre sono ancora più vecchie,
scattate quando viveva in Palestina e nel dirlo le esce un sospiro, ma
quelle
che preferisco sono le foto di quando lei era ragazza. Accanto alla
sorella o da sola, alle feste o in qualche
cerimonia, una donna bellissima dal volto cinematografico, il corpo
spesso
fasciato da vestiti scollati, indossati senza ostentazione, sempre
truccata e
sorridente. Ora è malata Umm Farhid, ha un male brutto che giorni dopo
mi indicherà su un dizionario italiano-arabo che ho con me, e ora
capisco
perchè adesso porta il capo coperto. La serenità di quei tempi se ne è
andata
lasciando spazio ad una grande malinconia, e la sofferenza si è portata
via la
delicatezza dei lineamenti, cambiando la sua bellezza, ma non
cancellandola. Me le fanno vedere tutte, le fotografie, il tempo passa
ed
io non me ne accorgo; è come un viaggio e questo diventa a poco a poco
una
lezione di arabo per insegnarmi le parole che descrivono le
immagini, regolarmente appuntate
sul quaderno... “speak arabic” dicono
loro, e io ci metto buona volontà,
diventa un gioco. Molte
sono le foto che non posso scordare, una di queste è abbastanza recente e le
ritrae al confine tra il Libano e la Palestina occupata, dove sono state in
gita quando l’esercito israeliano si è ritirato dall’occupazione: madre e
figlia abbracciate e sorridenti, con una mano alta in segno di saluto e la loro
terra alle spalle: ad Umm Farhid, nel tenerla in mano, vengono gli occhi
lucidi.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc