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La paura del futuro. Il Marocco è, secondo un
rapporto dell'agenzia delle Nazioni Unite contro la droga, uno dei principali
produttori al mondo di cannabis e questa coltivazione si concentra in massima
parte nelle province del Rif centrale, tra l’omonima catena montuosa e il mar
Mediterraneo. Nel 2003, sempre secondo l’Onu, il Marocco ha prodotto oltre
3mila tonnellate di hashish che produce un giro d’affari calcolato attorno ai
12 miliardi di dollari. Sarebbe un errore però pensare che questa somma finisca
nelle tasche dei contadini marocchini. Secondo gli esperti del traffico internazionale
di stupefacenti, i coltivatori diretti hanno guadagnato da quest'attività
illegale ‘solo’ 214 milioni di dollari che, per la maggior parte delle famiglie
della regione, rappresentano l’unica forma di guadagno. Nella regione del Rif,
i due terzi degli agricoltori coltivano cannabis. Sono proprio loro, uomini,
donne e bambini, che la settimana scorsa hanno organizzato una marcia di
protesta. Circa 3mila persone hanno sfilato nel villaggio di Boujdiane, nella
regione del Rif, per far conoscere le loro ragioni. “Siamo i primi a voler combattere
l’hashish, ma non vogliamo morire di fame”, denunciavano i contadini del Rif e
le loro famiglie, “dov’è il lavoro che il governo ha promesso in cambio della
distruzione dei campi di cannabis?”.
Distruggere prima di costruire. Il governo, dal 2004,
ha cominciato a distruggere le piantagioni di cannabis nella regione del Rif.
Abdelillah Bakhoyti, un contadino che aveva un appezzamento di terra nel
villaggio di al-Kulla, è uno di quelli che si è visto distruggere tutto dalla
polizia. “Noi siamo i primi a voler smettere questa vita”, racconta ad al-Jazeera,
“ ma in cambio di un progetto di sviluppo per la regione. Abbiamo ricevuto
tante promesse, ma nessun fatto concreto. L’unica volta che ho visto lo stato
è
stato quando mi hanno distrutto la piantagione. Ma ora io cosa posso dare da
mangiare ai miei figli?”. Considerata la quantità di denaro che questo traffico
produce, si potrebbe pensare che i contadini del Rif si siano arricchiti, ma
non è così. Loro, lavorando duramente nei campi, coltivano le piante ma non
producono il prodotto finale che invade il mercato europeo. Quella parte della
torta è saldamente nelle mani dei trafficanti internazionali e del crimine
organizzato. I contadini del Rif continuano a raggiungere i loro campetti a
dorso di mulo e a vivere in case fatte di terra, senza acqua corrente e senza
elettricità. Da anni le organizzazioni internazionali che combattono il
traffico di droga tentano di arginare la produzione del Rif, ma non ci sono mai
riusciti, anche perché il governo di Rabat non riesce a dare a questa gente
un’alternativa.
Un’economia in ginocchio. Il sottosviluppo di alcuni
villaggi del Rif non è un caso isolato. I parametri economici del Marocco sono
impressionanti: circa il 19 percento della popolazione marocchina vive sotto la
soglia della povertà e, in alcune zone come il Rif, raggiunge il 27 percento.
Il tasso di disoccupazione nazionale è del 23 percento e quasi il 50 percento
della popolazione marocchina vive nelle aree rurali dedicandosi all'attività
agricola, tanto che quest’ultima rappresenta circa il 17 percento del prodotto
interno lordo del Marocco. Questi dati rendono l’idea di quale possa essere la
preoccupazione dei contadini marocchini per il loro futuro e per quello delle
loro famiglie. “Ma qualcosa adesso sta cambiando”, ha dichiarato ad al-Jazeera
Mohammed Yemlahi, il coordinatore del programma contro la povertà del governo
marocchino, “abbiamo stanziato circa 1 milione e mezzo di euro per programmi di
sviluppo economico della regione del Rif. L’obiettivo è quello di convincere i
contadini a piantare ulivi e alberi da frutto, organizzandosi in cooperative”.Christian Elia