Il 25 aprile 2004, in Israele, la libertà di stampa ha conseguito una vittoria
importante.
La Corte Suprema di Giustizia ha infatti dichiarato “ingiusto e discriminante”
il decreto, in vigore da ormai 30 mesi, del governo guidato da Ariel Sharon, che
vietava la concessione di accrediti stampa a giornalisti palestinesi e stranieri,
se non dopo accurati e spesso infiniti controlli dello Shin Bet, il servizio segreto
militare israeliano.
Ai giornalisti venivano sottoposte domande anomale dall’ufficio stampa del governo
di Sharon, come per esempio "il nome del nonno" o i "soggetti e temi" sui quali
lavoravano i cronisti, come aveva denunciato tempo fa Reporters sans Frontiere.
La stessa organizzazione che difende la libertà di stampa si chiedeva come potesse
essere lo Shin Bet, un’istituzione centrale della società israeliana, sulla quale
qualsiasi giornalista potrebbe un giorno dover svolgere un'inchiesta, a dare le
tessere stampa visto che nessuno avrebbe scritto un articolo contro "l'organismo
che consegna la tessera stampa, rischiando di perdere questa stessa tessera l'anno
successivo"?
Secondo loro, questa misura ha avuto come conseguenza automatica di intimidire
i professionisti dei media.
L' attribuzione delle tessere stampa da parte di un organismo governativo, e
non da parte dai rappresentanti della categoria, era già una specificità israeliana,
ma la situazione era diventata insostenibile. La discriminazione colpiva particolarmente
i giornalisti palestinesi e arabi.
Difatti, la sezione 3H della legge, specificava che “ai residenti o ai cittadini
di una regione in conflitto armato con lo Stato di Israele non verrà attribuita
la tessera stampa”.
Dal 1° gennaio 2002, la gran parte dei giornalisti palestinesi che avevano chiesto
l'accredito, compresi i collaboratori dei media internazionali, si sono visti
rifiutare il rinnovo della loro tessera stampa.
Molti giornalisti palestinesi lavoravano per testate straniere e, il sereno svolgimento
del loro lavoro, era impossibile, visto che senza accredito non potevano accedere
ai palazzi governative e non riuscivano a passare le decine di check point che
rendono impossibile la libera circolazione della popolazione.
La Corte ha anche sottolineato come “questa legge fosse nociva all’immagine internazionale
di Israele, un Paese che ha sempre rispettato la libertà di stampa e che deve
continuare a farlo.”
“Questa politica, in vigore da circa di due anni e mezzo, era ingiusta e discriminatoria.
Ostacolava pesantemente la capacità dei media di diffondere le notizie e colpiva
gravemente la posizione israeliana in sostegno del rispetto della libertà di stampa”,
hanno commentato i responsabili dell''Associazione della stampa estera in Israele.
La richiesta di un giudizio in merito alla vicenda era stata presentata dall’agenzia
stampa Reuters e da al-Jazeera, televisione satellitare del Qatar.
“Questo è un passo verso la fine di un inaccettabile sistema di aparthaid professionale
imposto da Israele a tutti i giornalisti palestinesi e non”, ha commentato Aidan
White, segretario generale della Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj),
“i colleghi potranno di nuovo muoversi liberamente e ottenere gli accrediti fondamentali
per il loro lavoro”.
La decisione, di due anni e mezzo fa, del governo Sharon era stata giustificata
dall’esecutivo con motivazioni che riguardavano sia la sicurezza nazionale che
il ritorno d’immagine del Paese.
“Non ha senso per noi concedere dei pass a chi li userà per screditarci”, commentava
Daniel Seaman, capo ufficio stampa del governo israeliano, “inoltre qualcuno potrebbe
utilizzare questi accrediti per compiere attentati”. Lo stesso Seaman aveva deciso
di ridurre le tessere stampa concesse a cronisti israeliani da Israele da 8000
a 1000. secondo reporter sans Frontiere questa misura puntava a selezionare, su
criteri meramente politici, i giornalisti graditi al governo.
La motivazione della sicurezza appare meno sentita però di quella dell’immagine
internazionale d’Israele. In questo momento, infatti, l’Associated Press, agenzia
stampa di fama mondiale, ha intentato una causa uguale a quella vinta il 25 aprile
scorso da al-Jazeera e Reuters per un reporter a cui è stato negato l’accredito.
Lui non è palestinese, quindi la giustificazione del timore di attentati decade
davanti ad un più probabile timore, quello di attirare le critiche dell’opinione
pubblica internazionale di fronte ai metodi, non proprio ortodossi, che utilizzano
le forze speciali di Tel Aviv nei Territori Occupati.