03/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Corte Suprema condanna la legge del governo Sharon sulla informazione
scena dall'intifadaIl 25 aprile 2004, in Israele, la libertà di stampa ha conseguito una vittoria importante.
La Corte Suprema di Giustizia ha infatti dichiarato “ingiusto e discriminante” il decreto, in vigore da ormai 30 mesi, del governo guidato da Ariel Sharon, che vietava la concessione di accrediti stampa a giornalisti palestinesi e stranieri, se non dopo accurati e spesso infiniti controlli dello Shin Bet, il servizio segreto militare israeliano.
 
Ai giornalisti venivano sottoposte domande anomale dall’ufficio stampa del governo di Sharon, come per esempio "il nome del nonno" o i "soggetti e temi" sui quali lavoravano i cronisti, come aveva denunciato tempo fa Reporters sans Frontiere.
La stessa organizzazione che difende la libertà di stampa si chiedeva come potesse essere lo Shin Bet, un’istituzione centrale della società israeliana, sulla quale qualsiasi giornalista potrebbe un giorno dover svolgere un'inchiesta, a dare le tessere stampa visto che nessuno avrebbe scritto un articolo contro "l'organismo che consegna la tessera stampa, rischiando di perdere questa stessa tessera l'anno successivo"?
 
Secondo loro, questa misura ha avuto come conseguenza automatica di intimidire i professionisti dei media.
L' attribuzione delle tessere stampa da parte di un organismo governativo, e non da parte dai rappresentanti della categoria, era già una specificità israeliana, ma la situazione era diventata insostenibile. La discriminazione colpiva particolarmente i giornalisti palestinesi e arabi.
Difatti, la sezione 3H della legge, specificava che “ai residenti o ai cittadini di una regione in conflitto armato con lo Stato di Israele non verrà attribuita la tessera stampa”.
 
Dal 1° gennaio 2002, la gran parte dei giornalisti palestinesi che avevano chiesto l'accredito, compresi i collaboratori dei media internazionali, si sono visti rifiutare il rinnovo della loro tessera stampa.
Molti giornalisti palestinesi lavoravano per testate straniere e, il sereno svolgimento del loro lavoro, era impossibile, visto che senza accredito non potevano accedere ai palazzi governative e non riuscivano a passare le decine di check point che rendono impossibile la libera circolazione della popolazione.
 
La Corte ha anche sottolineato come “questa legge fosse nociva all’immagine internazionale di Israele, un Paese che ha sempre rispettato la libertà di stampa e che deve continuare a farlo.”
 
“Questa politica, in vigore da circa di due anni e mezzo, era ingiusta e discriminatoria. Ostacolava pesantemente la capacità dei media di diffondere le notizie e colpiva gravemente la posizione israeliana in sostegno del rispetto della libertà di stampa”, hanno commentato i responsabili dell''Associazione della stampa estera in Israele.
La richiesta di un giudizio in merito alla vicenda era stata presentata dall’agenzia stampa Reuters e da al-Jazeera, televisione satellitare del Qatar.
 
“Questo è un passo verso la fine di un inaccettabile sistema di aparthaid professionale imposto da Israele a tutti i giornalisti palestinesi e non”, ha commentato Aidan White, segretario generale della Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj), “i colleghi potranno di nuovo muoversi liberamente e ottenere gli accrediti fondamentali per il loro lavoro”.
 
La decisione, di due anni e mezzo fa, del governo Sharon era stata giustificata dall’esecutivo con motivazioni che riguardavano sia la sicurezza nazionale che il ritorno d’immagine del Paese.
 
“Non ha senso per noi concedere dei pass a chi li userà per screditarci”, commentava Daniel Seaman, capo ufficio stampa del governo israeliano, “inoltre qualcuno potrebbe utilizzare questi accrediti per compiere attentati”. Lo stesso Seaman aveva deciso di ridurre le tessere stampa concesse a cronisti israeliani da Israele da 8000 a 1000. secondo reporter sans Frontiere questa misura puntava a selezionare, su criteri meramente politici, i giornalisti graditi al governo.
 
La motivazione della sicurezza appare meno sentita però di quella dell’immagine internazionale d’Israele. In questo momento, infatti, l’Associated Press, agenzia stampa di fama mondiale, ha intentato una causa uguale a quella vinta il 25 aprile scorso da al-Jazeera e Reuters per un reporter a cui è stato negato l’accredito.

Lui non è palestinese, quindi la giustificazione del timore di attentati decade davanti ad un più probabile timore, quello di attirare le critiche dell’opinione pubblica internazionale di fronte ai metodi, non proprio ortodossi, che utilizzano le forze speciali di Tel Aviv nei Territori Occupati.

Christian Elia

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