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Il testo. Delle 16 disposizioni in scadenza, 14 sono state rese permanenti e due sono
state rinnovate per altri quattro anni. Ma il testo che ha passato l’esame del
Congresso è diverso da quello originale. Preoccupati per un’eccessiva limitazione
delle libertà civili, gli oppositori del Patriot Act a Washington non avrebbero
votato la legge così com’era e avrebbero anzi bloccato i lavori parlamentari con
una manovra ostruzionistica: per questo motivo le ultime due volte il provvedimento
era stato solo prorogato di trenta giorni. In questi due mesi di rinvio è stato
preparato un compromesso per addolcire la pillola. La disposizione più controversa,
quella che permetteva all’Fbi di chiedere alle librerie e alle biblioteche l’elenco
dei libri presi da una persona sospetta, è stata in parte rimossa. Un’altra novità
riguarda quelli che ricevono una richiesta segreta di informazioni da parte del
governo: non saranno più obbligati a rivelare all’Fbi i nomi dei loro avvocati.
Un terzo cambiamento permette di fare ricorso contro un mandato di comparizione
ricevuto per rivelare informazioni personali. Ma solo dopo un anno.
I voti e le reazioni. Sufficiente? Evidentemente sì. Il testo emendato è passato al Senato per 89
voti a 11 e alla Camera per 280 voti a 138, solo due in più del necessario quorum
di due terzi. In ogni caso, molti membri dell’opposizione democratica hanno votato
con la maggioranza. Il repubblicano James Sensenbrenner, presidente della commissione
giustizia della Camera e uno dei relatori del Patriot Act, ha difeso il testo:
“I controlli del Congresso e dell’opinione pubblica non hanno prodotto nessun
esempio di come il Patriot Act sia stato usato per violare le libertà civili degli
americani”, ha detto. Se nel 2001 però la legge passò per 98 voti a 1 (sic) al
Senato e 357 a 66 alla Camera, è evidente che molti all’opposizione (e anche qualche
repubblicano che su questo si è schierato con loro) hanno cambiato idea e ora
considerano eccessiva questa legge. Per Russell Feingold, il senatore democratico
che nel 2001 fu l’unico a votare contro, le nuove protezioni alla libertà civili
contenute nel testo emendato sono “talmente modeste da essere insignificanti”.
Tanto rumore per nulla? Più che altro, è l’utilità stessa del Patriot Act ad essere in discussione.
Per i primi due anni l’amministrazione Bush non ha fornito dati in merito a quante
persone sono state oggetto di indagini anti-terrorismo. Nel 2004 l’allora ministro
della Giustizia John Ahscroft rivelò che gli accusati di crimini del genere erano
370, di cui circa la metà erano stati trovati colpevoli. L’anno scorso, Bush parlò
di più di 400 accusati. I sondaggi hanno però rivelato che al pubblico, di tutto
ciò, arriva poco. Alla domanda “cosa sa del Patriot Act”, più o meno la metà della
popolazione statunitense risponde “poco o niente”, con piccole variazioni percentuali
a seconda del periodo. E intanto il consenso cala: se nel 2003 solo il 22 per
cento degli americani pensava che il Patriot Act andasse troppo in là, nel 2005
la percentuale era salita al 46 per cento. Anche la rivelazione che l’amministrazione
ha controllato senza un mandato giudiziario le comunicazioni di migliaia di americani,
facendole spiare dalla National Security Agency, ha contribuito al calo di popolarità
del presidente. E ora la faccenda approderà in Congresso, dove è stata predisposta
una serie di udienze d’indagine. Messosi alle spalle il Patriot Act, ora Bush
dovrà affrontare un’altra battaglia.. Alessandro Ursic