04/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Rsf condanna la Tunisia per la censura, le Nazioni Unite la premiano
ben ali“La penna d’oro per la libertà di stampa, alias il Presidente Ben Alì, ha ancora un volta tentato di soffocare le rivendicazioni della società civile a favore della libertà di stampa. E’ la seconda volta dall’inizio dell’anno che il Presidente mette a tacere una manifestazione che rivendica a gran voce il diritto alla stampa libera e indipendente. Per quanto tempo ancora il Presidente tunisino farà orecchie da mercante di fronte alle richieste del suo popolo?”
 
Questo il testo della denuncia di Reporter senza Frontiere, organizzazione internazionale per la difesa della libertà di stampa e dei giornalisti prigionieri, per la repressione violenta di una manifestazione a Tunisi, il 27 marzo 2004, che vedeva partiti politici e associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani davanti alla sede della televisione e della radio di stato tunisine.
La manifestazione, organizzata da un cartello di dieci associazioni e di cinque partiti politici, era stata organizzata per consegnare al direttore della televisione di stato tunisina, una lettere simbolica in cui si chiedeva che le opposizioni al Presidente Ben Alì possano avere accesso alla comunicazione radiotelevisiva. Un ora prima del concentramento fissato, la polizia ha disperso i dimostranti con la forza, visto che non c’era l’autorizzazione per il corteo.
 
Reporter senza Frontiere denuncia come questo non sia un episodio isolato, visto che il 19 febbraio 2004, una manifestazione simile era stata dispersa dalle forze dell’ordine di Tunisi.
L’Associazione dei giornalisti tunisini, organo preposto alla difesa dei diritti della categoria, non la pensa allo stesso modo dei dimostranti, visto che ha insignito lo scorso anno il Presidente della Tunisia Ben Alì del premio Penna d’Oro per la libertà di stampa. Decisione che è costata alla associazione tunisina l’espulsione dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj), l’8 marzo scorso.
 
Zine al-Abidine Ben Alì, Presidente della Tunisia dal 1987, è da tempo nel mirino delle associazioni che si battono per il rispetto della libertà di stampa e di espressione.
Hamadi Jebali, Zouhair Yahyaoui e Abdallah Zouari sono tre giornalisti in carcere con pene che vanno dai due ai sedici anni di detenzione. Si è creato un movimento internazionale che ne chiede la scarcerazione.
Salito al potere al posto del padre della patria Habib Bourghiba, esprimeva la volontà del popolo tunisino di dar vita a una democrazia matura, senza bisogno di autoritarismo e repressione.
 
In tutti questi anni molti esponenti della società civile denunciano la delusione delle aspettative, culminata con l’abolizione nel 1999 dell’emendamento costituzionale che limitava a tre i mandati presidenziali. Inoltre la riforma prevede che la più alta carica dello Stato sia immune da controlli e gode di una immunità pressoché totale.
Il rifiuto del partito unico al potere ( il Raggruppamento costituzionale democratico) non è mai scivolato nel conflitto civile e l’estremismo islamico, dopo i 21 morti dell’attentato alla sinagoga di Djerba del 11 aprile 2002, non ha dato più segni di vita.
Questa stabilità politica è molto apprezzata negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto in un momento di fermento per il mondo arabo. I leader dei Paesi occidentali hanno sempre trattato Ben Alì come un interlocutore privilegiato.
 
Ann Cooper, dirigente del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj), ha scritto una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti George W. Bush che si apprestava a incontrare il suo omologo tunisino il 17 febbraio 2004. Chiedeva che “la visita fosse un’occasione per chiedere al Presidente della Tunisia il rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa nel suo Paese, ma nessuna richiesta ufficiale è stata avanzata da Bush. Lo stesso discorso vale per il Presidente francese Chirac che, in molte occasioni, ha indicato Ben Alì come un capo di Governo moderno ed efficace.
 
Lo stesso Romano Prodi, come Presidente della commissione Europea, era stato criticato dagli attivisti per la libertà di stampa per la decisione  del febbraio scorso dell’organo esecutivo dell’Unione Europea di finanziare con 2,15 milioni di euro “la stampa tunisina in un contesto di approfondimento del legame esistente tra i media e la società civile in Tunisia”, come recita il documento ufficiale UE, senza tener conto che neanche un soldo di quel finanziamento ha raggiunto gli organi dell’opposizione.
 
Ancor meglio hanno saputo fare le Nazioni Unite che, dopo la prima parte dei lavori che si sono svolti in Svizzera dal 10 al 12 dicembre 2003, ha fissato la seconda parte dei lavori del Summit Mondiale per la Società dell’Informazione (WSIS), in Tunisia dal 16 al 18 novembre 2005.
Il Summit ha come obiettivo quello di stabilire una piattaforma comune di diritti umani e di scambio di libere informazioni, stabilire i limiti dei controlli delle autorità politiche sul mondo dell’informazione e contribuire alla creazione di una legislazione condivisa in merito alla libertà di stampa e di espressione nei paesi membri delle Nazioni Unite.
 
Il convegno, svoltosi a Ginevra, era stato caratterizzato dalle proteste degli attivisti per la scelta della Tunisia come Paese ospite del secondo turno d’incontri e per la scelta come Presidente del vertice di novembre 2005 di Habib Ammar che, l’Organizzazione mondiale contro la Tortura, ritiene responsabile di violazioni e abusi quando era ministro degli Interni.
 
Un Paese come la Tunisia, da sempre all’avanguardia in Medio Oriente, vive un periodo storico duro, fatto di oppositori politici in carcere, di partiti dichiarati fuori legge e di una stampa con il bavaglio, come sostengono gli avvocati tunisini, solidali con la loro collega Radia Nasraoui, protagonista di uno sciopero della fame a oltranza per protestare contro le violazioni dei diritti umani nel Paese.
In questo angolo di Mediterraneo sono nati la prima costituzione (1861), il primo sindacato operaio (1924), il primo partito politico (1911) e la prima associazione per la difesa dei diritti umani (1977) di tutto il mondo arabo e ha un diritto di famiglia all’avanguardia. Oggi però, il suo popolo è privato di diritti fondamentali, come denunciano da tempo Human Rights Watch e Amnesty International, associazioni tra le più autorevoli in questo campo.
 
La crescita economica ottenuta grazie ai rapporti privilegiati con l’Unione Europea e la lotta all’integralismo islamico e al terrorismo internazionale fanno di Ben Alì un capo politico ideale per Unione Europea e Usa che necessitano nel Medio Oriente di punti di riferimento stabili. Il rispetto dei diritti umani e qualche giornalista in prigione possono attendere.

Christian Elia

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