08/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Lorena, 52 anni e tanta forza di farsi rispettare dallo Stato, dalla guerriglia e dai paramilitari
dal nostro inviato
 
Lorena Tobar. Foto di Matt Shonfeld-Redux per Peacereporter“Un rumore improvviso. E poi quell’odore, fastidioso, invasivo. In un attimo tutto fu perduto”. Lorena Tobar, 52 anni, ha lo sguardo perso nel vuoto quando ricorda quegli attimi, quel giorno del maggio 2001 quando il suo villaggio, nel Sur de Bolivar, zona centronord della Colombia, venne fumigato per la prima volta.
“Quel veleno è micidiale – racconta - uccide animali, piante e il terreno resta inutilizzabile per decenni. Guardate, questi sono i pomodori che crescono intorno a casa mia. Piene di macchie bianche. E’ un incubo. Dicono che l’obiettivo è debellare le piantagioni di coca, ma a farne le spese siamo noi povera gente”. Questa pioggia di pesticidi, infatti, provoca effetti devastanti anche sull’uomo. “Sulla pelle ha la stessa consistenza dell’olio. Ma prude. Gli occhi bruciano, lacrimano. E’ insopportabile”. E poi i mal di testa, il vomito, la diarrea, specialmente nei più piccoli. Per non parlare delle conseguenze a lungo raggio: “Due donne hanno abortito pochi giorni dopo e in altri villaggi qua intorno qualcuna ha partorito bambini deformi. E un uomo è morto. Stava lavorando proprio i campi fumigati. E non c’è stato scampo”.
 
A suon di milioni. Da quando nel 2000 è stato approvato il Plan Colombia, il governo di Alvaro Uribe è supportato nella lotta alla coca dagli Stati Uniti. Aerei carichi di defolianti sono stati inviati su quasi tutte le zone agricole del paese, per una spesa che oscilla intorno all’1,7 miliardi di dollari, che fa della Colombia il destinatario principale degli aiuti statunitensi, dopo Egitto e Israele.
Coltivazioni di riso, yucca, mais e platano, alimenti basilari per la sopravvivenza nelle aree rurali, sono andate perdute. E le fonti d’acqua, innumerevoli in Colombia, messe a rischio. In particolare nel sud del paese, molte sono ormai contaminate.
 
Bambino, figlio di contadini che hanno subito le fumigazioni. Foto di Matt Shonfeld-Redux per PeacerepoerterCome mosche. Siamo nel cuore del Magdalena Medio, in un piccolo villaggio ricavato nella selva. Sopra, alte montagne zeppe di guerriglieri delle Farc e dell’Eln; sotto, militari a presidiare ogni via. E dietro all’esercito, i paramilitari, braccio illegale del governo, “coloro che portano a termine gli affari sporchi”.
“In questa zona, l’80 percento del terreno che avvelenano è coltivato legalmente – spiega Lorena - E, ironia della sorte, i coltivatori di coca riescono molto spesso a salvare quasi tutto il raccolto. Rischiando la salute, tagliano le piante subito dopo il passaggio dell’aereo. E il gioco è fatto. Regola non valida invece per frutti e platano. E i polli, le galline, i conigli cadono come mosche”. La donna, maneggia nervosamente un foglio di carta trovato sul tavolaccio di legno intorno al quale siamo seduti. “Per questo ci siamo uniti, in qualche modo dobbiamo sopravvivere”.
 
In cerca di alternative. E’ una calda giornata di gennaio. Intorno a noi un gruppo di ragazzi sta giocando a pallone nello spazio antistante le case. Lorena racconta come ha deciso di promuovere la costituzione di un’associazione contadina, che difenda i loro diritti supplendo all’assenza dello Stato. Come associazione hanno provato a chiedere riparazioni, interventi, aiuti. E attenzione internazionale. “Nostra intenzione è impegnarci in coltivazioni alternative alla coca, però il passaggio è complesso, perché qui la si coltiva per fame, non per arricchirsi. È l’unico prodotto che cresce facilmente e che ha mercato, ma ci stiamo muovendo per trovare soluzioni alternative possibili”.
 
Bambino in lacrime, famiglia di contadini- Matt Shonfeld-Redux per PeacereporterIn fuga. “E’ che siamo letteralmente abbandonati a noi stessi – aggiunge, sistemando la scomoda panca su cui è seduta - Abitiamo in una terra di nessuno. La presenza dello Stato la vediamo solo nelle fumigazioni. Quassù manca tutto: strade, acqua corrente, luce. Ci sono soltanto famiglie campesinas che lavorano la terra a testa bassa, cercando un po’ di tranquillità in questa guerra”. Il suo tono ora è arrabbiato. “Provate a parlare con questa gente. Sono persone che scappano da anni, per tutta la Colombia, inseguiti dai paramilitari di turno che vogliono impadronirsi dei terreni più appetibili, più ricchi di risorse. C’è chi ha dovuto abbandonare casa e famiglia per sette volte. E ogni volta ricominciare da capo, vi rendete conto? E pensare che questi paras non sono che i figli dello Stato, di questa violenza che ci perseguita da 40 anni”.    
 
Sur de Bolivar, ragazzi giocano a calcio. Foto di Matt Shonfeld-Redux per PeacereporterSenza piegarsi. Da quel giorno di maggio di cinque anni fa, gli aerei carichi di veleno sono tornati costantemente. “E con loro si sono fatti vivi i paramilitari”, Lorena ha gli occhi lucidi. I capelli raccolti in una crocchia le lasciano scoperto il volto. Difficile nascondere le emozioni. “Era una giornata come tante. In un momento erano dappertutto. Sono silenziosi come i gatti. Quando ci accorgiamo di loro è sempre troppo tardi. per far tutto. Tanto più per fuggire. Ci circondano e fanno di noi quel che vogliono”. L’accusa più comune è di essere filo-guerriglieri. “Quella volta uccisero dieci persone”. Ma questa donna forte e determinata non ci sta: “Basta subire violenze e minacce. Siamo in mezzo a due fuochi e ne buschiamo da tutti. Abbiamo reagito, costruendo pezzettino per pezzettino la nostra normalità. Pian piano l’associazione, di cui sono la vicepresidente, sta sviluppando piani alternativi, in modo da andare avanti comunque, senza dover abbandonare questo villaggio. Non vogliamo più scappare – aggiunge fiera, battendo la mano sul tavolo – Ora abbiamo un orto comunitario, una scuola elementare e media, e grazie a un accordo con alcuni medici, riceviamo persino un’assistenza decente anche se sporadica. E per queste zone è già un lusso. Certo, il centro di salute costruito dalle Nazioni Unite è lì nuovo e vuoto, senza un farmaco, ma ho messo su una piccola bottega dove vendo medicine. Anche le più semplici, che altrimenti per noi sarebbero impossibili da trovare. Il governo, dopo la riforma sanitaria, passa solo i vaccini, i controlli per cancro uterino e gravidanza, l’aspirina e i fermenti lattici – sorride amaramente – Per il resto se non hai soldi non ti curi. Io cerco di vendere i farmaci a prezzi bassissimi. E spesso usiamo il baratto. E’ solo dandoci una mano l’un l’altro che ce la faremo”.
 
Contadino mostra gli effetti delle fumigazioni. Foto di Matt Shonfeld-Redux per PeacereporterLe leggi della Colombia. L’ultima trovata è piantare il cacao. “Ci siamo informati – precisa, mostrando una serie di documenti raccolti in una cartellina rossa - la nostra associazione serve anche a questo, ad accumulare conoscenza, perché qui l’ignoranza uccide. E leggendo, scartabellando, parlando con persone di altre associazioni, siamo venuti a sapere che ci sono incentivi per le coltivazioni legali. Ed è questo che faremo. Stiamo contrattando da una parte con lo Stato e dall’altra con l’anti-Stato, con i guerriglieri. Adesso questa zona è controllata da loro – e indica con la mano le grandi montagne verdi e rigogliose che incombono sul villaggio – e sono loro che devono approvare ogni nostra decisione. Che dire? Perlomeno stando sotto di loro ci preserva da altri attacchi paramilitari e con i guerriglieri, anche se sono armati e pronti a tutto, ci puoi ragionare. Queste sono le regole in Colombia. E’ solo tra due fuochi – conclude la donna, sospirando – che si ottiene un po’ di pace”.

Stella Spinelli

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