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“Un rumore improvviso. E
poi quell’odore, fastidioso, invasivo. In un attimo tutto fu perduto”. Lorena
Tobar, 52 anni, ha lo sguardo perso nel vuoto quando ricorda quegli attimi,
quel giorno del maggio 2001 quando il suo villaggio, nel Sur de Bolivar, zona
centronord della Colombia, venne fumigato per la prima volta.
Come mosche. Siamo nel cuore del
Magdalena Medio, in un piccolo villaggio ricavato nella selva. Sopra, alte
montagne zeppe di guerriglieri delle Farc e dell’Eln; sotto, militari a
presidiare ogni via. E dietro all’esercito, i paramilitari, braccio illegale
del governo, “coloro che portano a termine gli affari sporchi”.
In fuga. “E’ che siamo
letteralmente abbandonati a noi stessi – aggiunge, sistemando la scomoda panca
su cui è seduta - Abitiamo in una terra di nessuno. La presenza dello Stato la
vediamo solo nelle fumigazioni. Quassù manca tutto: strade, acqua corrente,
luce. Ci sono soltanto famiglie campesinas che lavorano la terra a testa
bassa, cercando un po’ di tranquillità in questa guerra”. Il suo tono ora è
arrabbiato. “Provate a parlare con questa gente. Sono persone che scappano da
anni, per tutta la Colombia, inseguiti dai paramilitari di turno che vogliono
impadronirsi dei terreni più appetibili, più ricchi di risorse. C’è chi ha
dovuto abbandonare casa e famiglia per sette volte. E ogni volta ricominciare
da capo, vi rendete conto? E pensare che questi paras non sono che i figli
dello Stato, di questa violenza che ci perseguita da 40 anni”.
Senza piegarsi. Da quel giorno di maggio
di cinque anni fa, gli aerei carichi di veleno sono tornati costantemente. “E
con loro si sono fatti vivi i paramilitari”, Lorena ha gli occhi lucidi. I
capelli raccolti in una crocchia le lasciano scoperto il volto. Difficile
nascondere le emozioni. “Era una giornata come tante. In un momento erano
dappertutto. Sono silenziosi come i gatti. Quando ci accorgiamo di loro è
sempre troppo tardi. per far tutto. Tanto più per fuggire. Ci circondano e
fanno di noi quel che vogliono”. L’accusa più comune è di essere
filo-guerriglieri. “Quella volta uccisero dieci persone”. Ma questa donna forte
e determinata non ci sta: “Basta subire violenze e minacce. Siamo in mezzo a
due fuochi e ne buschiamo da tutti. Abbiamo reagito, costruendo pezzettino per
pezzettino la nostra normalità. Pian piano l’associazione, di cui sono la
vicepresidente, sta sviluppando piani alternativi, in modo da andare avanti
comunque, senza dover abbandonare questo villaggio. Non vogliamo più scappare
–
aggiunge fiera, battendo la mano sul tavolo – Ora abbiamo un orto comunitario,
una scuola elementare e media, e grazie a un accordo con alcuni medici,
riceviamo persino un’assistenza decente anche se sporadica. E per queste zone
è
già un lusso. Certo, il centro di salute costruito dalle Nazioni Unite è lì
nuovo e vuoto, senza un farmaco, ma ho messo su una piccola bottega dove vendo
medicine. Anche le più semplici, che altrimenti per noi sarebbero impossibili
da trovare. Il governo, dopo la riforma sanitaria, passa solo i vaccini, i
controlli per cancro uterino e gravidanza, l’aspirina e i fermenti lattici –
sorride amaramente – Per il resto se non hai soldi non ti curi. Io cerco di
vendere i farmaci a prezzi bassissimi. E spesso usiamo il baratto. E’ solo
dandoci una mano l’un l’altro che ce la faremo”.
Le leggi della Colombia. L’ultima trovata è
piantare il cacao. “Ci siamo informati – precisa, mostrando una serie di
documenti raccolti in una cartellina rossa - la nostra associazione serve anche
a questo, ad accumulare conoscenza, perché qui l’ignoranza uccide. E leggendo,
scartabellando, parlando con persone di altre associazioni, siamo venuti a
sapere che ci sono incentivi per le coltivazioni legali. Ed è questo che
faremo. Stiamo contrattando da una parte con lo Stato e dall’altra con
l’anti-Stato, con i guerriglieri. Adesso questa zona è controllata da loro – e
indica con la mano le grandi montagne verdi e rigogliose che incombono sul
villaggio – e sono loro che devono approvare ogni nostra decisione. Che dire?
Perlomeno stando sotto di loro ci preserva da altri attacchi paramilitari e con
i guerriglieri, anche se sono armati e pronti a tutto, ci puoi ragionare.
Queste sono le regole in Colombia. E’ solo tra due fuochi – conclude la donna,
sospirando – che si ottiene un po’ di pace”. Stella Spinelli