Dopo le tendopoli, le case. Un missionario racconta il suo lavoro per i terremotati pachistani
“A cinque mesi dal
terremoto in Pakistan, gli sfollati cercano di sopravvivere sotto le tende al
freddo che raggiunge anche i 15-20 gradi sotto zero. Alcune strade sono state
ripulite dalle frane, ma ci sono ancora zone dove gli aiuti arrivano in modo
discontinuo. Soprattutto oltre i 3mila metri. In tutto questo periodo, per via
della distruzione e della neve, è stato molto difficile muoversi con i camion,
spesso si è dovuto ricorrere a cammelli e muli”.
A parlare è Don
Pietro Zago, il missionario salesiano che
a dicembre ha raccontato a
PeaceReporter i suoi viaggi dalla città di Lahore a quelle devastate del
Kashmir, per portare cibo, vestiti e coperte ai sopravvissuti del sisma dell’8
ottobre scorso. Allora morirono oltre 70mila persone, delle quali circa 1400 in
territorio indiano. Ma diverse altre potrebbero perdere la vita a causa della
rigidità del clima e delle precarie
condizioni, come ci spiega oggi il religioso, tornato in Italia per incontrare
le organizzazioni che lo hanno supportato nell’intervento umanitario, come il
Vis, che finora ha inviato 45mila euro .

“Il freddo ha
causato la morte di molte persone che erano rimaste ferite o si erano
indebolite in seguito alla catastrofe. Alcuni di loro avevano rifiutato di
trasferirsi in pianura, per non perdere il contatto con i famigliari e le loro
proprietà, ovvero qualche animale da pascolo e un piccolo appezzamento di
terra. Il governo ha insistito per portare le persone bisognose di soccorso in
zone vicine alle città, dove ci sono acqua corrente ed elettricità, ma molti si
sono rifiutati. Sarebbe stato uno shoc troppo grande, per gente non istruita e
non abituata alle condizioni della vita moderna”.

Padre Zago prosegue
nel suo racconto, spiegando che ormai si sta passando dalla fase di emergenza
a
quella di ricostruzione. Con una settantina di volontari ha allestito due campi
di tende: uno ad Abbottabad, una grande città ai piedi delle montagne
himalayane, e un altro a Manujabra, a 2500 metri. Il terremoto, infatti, ha
colpito una zona vastissima, grande quanto tutto il nord del Piemonte e della
Lombardia. Ogni tre settimane le due tendopoli ricevono viveri e rifornimenti
necessari per oltre 260 famiglie accolte. Un periodo necessario a fare la spola
tra queste zone, Quetta e Lahore, dove vengono raccolti gli auti. Presto,
tuttavia, inizierà la costruzione di circa un centinaio di case, che saranno
pronte fra otto mesi, di piccole scuole elementari in zone diverse del
promontorio di Manujabra, e di un grande istituto superiore.
Il missionario è
sorpreso dalla forza d’animo degli sfollati: “E’ gente di montagna con
una
grande capacità di adattamento. Passano le loro giornate nelle
tendopoli e
usano le stufe in ghisa per riscaldarsi e bollire l’acqua. Ogni
famiglia aiuta
l’altra e chi è rimasto solo, come le vedove e i bambini senza
genitori. In
Pakistan non esistono veri e propri orfanotrofi, sono le famiglie
allargate ad accogliere i piccoli che, una volta cresciuti,
rappresentano una risorsa
preziosa: manodopera per coltivare la terra e pascolare il
bestiame”.