10/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le tendopoli, le case. Un missionario racconta il suo lavoro per i terremotati pachistani
  A scuola sotto le tende
“A cinque mesi dal terremoto in Pakistan, gli sfollati cercano di sopravvivere sotto le tende al freddo che raggiunge anche i 15-20 gradi sotto zero. Alcune strade sono state ripulite dalle frane, ma ci sono ancora zone dove gli aiuti arrivano in modo discontinuo. Soprattutto oltre i 3mila metri. In tutto questo periodo, per via della distruzione e della neve, è stato molto difficile muoversi con i camion, spesso si è dovuto ricorrere a cammelli e muli”.
 
A parlare è Don Pietro Zago, il missionario salesiano che a dicembre ha raccontato a PeaceReporter i suoi viaggi dalla città di Lahore a quelle devastate del Kashmir, per portare cibo, vestiti e coperte ai sopravvissuti del sisma dell’8 ottobre scorso. Allora morirono oltre 70mila persone, delle quali circa 1400 in territorio indiano. Ma diverse altre potrebbero perdere la vita a causa della rigidità del clima  e delle precarie condizioni, come ci spiega oggi il religioso, tornato in Italia per incontrare le organizzazioni che lo hanno supportato nell’intervento umanitario, come il Vis, che finora ha inviato 45mila euro .
 
A scuola sotto le tende“Il freddo ha causato la morte di molte persone che erano rimaste ferite o si erano indebolite in seguito alla catastrofe. Alcuni di loro avevano rifiutato di trasferirsi in pianura, per non perdere il contatto con i famigliari e le loro proprietà, ovvero qualche animale da pascolo e un piccolo appezzamento di terra. Il governo ha insistito per portare le persone bisognose di soccorso in zone vicine alle città, dove ci sono acqua corrente ed elettricità, ma molti si sono rifiutati. Sarebbe stato uno shoc troppo grande, per gente non istruita e non abituata alle condizioni della vita moderna”.
  Tendopoli
Padre Zago prosegue nel suo racconto, spiegando che ormai si sta passando dalla fase di emergenza a quella di ricostruzione. Con una settantina di volontari ha allestito due campi di tende: uno ad Abbottabad, una grande città ai piedi delle montagne himalayane, e un altro a Manujabra, a 2500 metri. Il terremoto, infatti, ha colpito una zona vastissima, grande quanto tutto il nord del Piemonte e della Lombardia. Ogni tre settimane le due tendopoli ricevono viveri e rifornimenti necessari per oltre 260 famiglie accolte. Un periodo necessario a fare la spola tra queste zone, Quetta e Lahore, dove vengono raccolti gli auti. Presto, tuttavia, inizierà la costruzione di circa un centinaio di case, che saranno pronte fra otto mesi, di piccole scuole elementari in zone diverse del promontorio di Manujabra, e di un grande istituto superiore.
 
Il missionario è sorpreso dalla forza d’animo degli sfollati: “E’ gente di montagna con una grande capacità di adattamento. Passano le loro giornate nelle tendopoli e usano le stufe in ghisa per riscaldarsi e bollire l’acqua. Ogni famiglia aiuta l’altra e chi è rimasto solo, come le vedove e i bambini senza genitori. In Pakistan non esistono veri e propri orfanotrofi, sono le famiglie allargate ad accogliere i piccoli che, una volta cresciuti, rappresentano una risorsa preziosa: manodopera per coltivare la terra e pascolare il bestiame”.
 
 
 

Francesca Lancini

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