Un insegnante e otto studenti sono stati condannati a pene fino a 26 anni di prigione

“Il gruppo è accusato di cospirazione ai danni della Tunisia, di cospirazione
e del tentativo di operare attentati gravissimi nel Paese”. Con questa stringata
sentenza, un tribunale criminale di Tunisi, ha condannato il mese scorso un insegnante
e otto dei suoi studenti a pene che vanno dai 19 ai 26 anni di reclusione. Secondo
l’accusa non ci sarebbero dubbi e, alcuni degli imputati, avrebbero confessato.
Invece di dubbi ne hanno tantissimi molti connazionali dei ragazzi, sia sul fondamento
delle accuse che sulla regolarità del processo.
I condannati sono Ridha Hadj Brahim, il docente di 38 anni, Hamza Mahrouk, Farouk
Chelandi, Amor Rached, abdel Ghaffur, Aymen Mecharek, Ayuob Sfaxi, Tahar Guemir
(residente all’estero e considerato il capo nonché il responsabile dei contatti
con al-Qaeda)e Abderrazak Bourgiba (l’unico condannato a soli 25 mesi perché minorenne
all’epoca dei fatti), tutti studenti tra i 19 e i 20 anni. Per Adel Jeridi, presidente
della corte di Tunisi che li ha giudicati, non ci sono dubbi: “preparavano diversi
attentati, in particolar modo contro la Guardia Costiera di Zarzis e contro un
liceo della stessa cittadina, per conto di al-Qaeda. Le prove sono schiaccianti”.
Di parere diametralmente opposto la Lega Tunisina per i Diritti dell’Uomo (LDTH),
che ha denunciato come le prove siano irrisorie. Dopo le perquisizioni dei corpi
speciali tunisini nelle abitazioni dei ragazzi sono stati sequestrati solo dei
recipienti di colla e dei cd sui quali il gruppo aveva scaricato da Internet dei
documenti relativi all’acquisto di armi e alla fabbricazione di ordigni artigianali,
piuttosto che proclama che invitano alla guerra santa.
“I ragazzi, come il loro docente, sono semplicemente interessati al conflitto
medio orientale”, ha sostenuto Najib Hosni, uno degli avvocati difensori, “per
delle ricerche condotte dal loro docente e perché sono temi che interessano tutti
gli arabi della loro età. Per quel che riguarda le confessioni, sono state estorte
con la tortura a ragazzini terrorizzati e sbattuti in prima pagina come pericolosissimi
terroristi”.
Al di là delle reali intenzioni del gruppo ribattezzato “gli internauti di Zarzis”,
le pene sembrano più adatte a stragisti incalliti che a otto ragazzini, ma soprattutto
non sono stati rispettati i diritti della difesa. “Per cominciare ci debbono spiegare
perché il processo non si è tenuto a Zarzis, dove è avvenuto l’arresto, come prevede
la legge tunisina”, chiede Said Ben Amor, altro legale del collegio difensivo,
“e poi dovrebbero spiegare cos’è accaduto in quei 18 giorni che sono passati dall’arresto
alla prima udienza. Tutti i detenuti hanno dichiarato di aver subito delle torture
e ne portavano ancora i segni, ma il tribunale ha respinto la nostra richiesta
di una perizia medica in questo senso. Allora, per protesta, abbiamo abbandonato
l’aula”.
Gli studenti, nella loro lotta, non sono soli. Oltre al già citato LDTH (che
ora ha grossi problemi per il rinnovo della concessione della sede a Tunisi e
che ha il sito bloccato), hanno sposato la causa degli internauti sia Reporter
sans Frontiere, l’associazione francese che difende la libertà di stampa, che
il Consiglio Nazionale per la Libertà in Tunisia (CNLT), associazione di intellettuali
e esponenti della società civile che si battono per ottenere riforme libertarie
in Tunisia. Particolarmente attivo nel sostenere la campagna per la liberazione
dei ragazzi è in sito Tunezine, che rischia tantissimo attaccando frontalmente
il regime di Ben Ali, il Presidente-monarca di Tunisi.
Il governo tunisino, da anni, viene accusato dalle associazioni per i diritti
umani tunisine e straniere di aver instaurato una vera e propria dittatura, che
si basa principalmente sul controllo assoluto dell’informazione. Tra i casi più
citati dagli attivisti degli ultimi tempi si può ricordare Zuhair Yahyaoui, condannato
a due anni di reclusione nel luglio scorso perché dirigeva un sito internet anti
governativo, o il caso dei 20 ragazzi arrestati nell’aprile del 2003 per aver
visitato siti web proibiti dalle autorità.
La cosa che fa montare su tutte le furie le associazioni che si battono per la
libertà d’espressione è però un'altra, e cioè la decisione per lo meno discutibile
delle Nazioni Unite, di far organizzare proprio alla Tunisia il prossimo Summit
Mondiale per la Società dell’Informazione (WSIS), nel novembre 2005. Dal canto
suo il governo di Tunisi difende l’impopolarità di questi arresti e di queste
condanne, con la tutela della sicurezza nazionale, soprattutto dopo l’attentato
dell’aprile 2001 alla sinagoga dell’isola di Djerba costata la vita a 21 persone.
Tra interesse nazionale e lotta la terrorismo da una parte e libertà di stampa
e di espressione dall’altra, continuano a pagare dei ragazzi.