07/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra attacchi alla stampa e corruzione, Nairobi vive un momento delicato
Cosa sta succedendo al Kenya, uno degli stati più sviluppati e civili dell’Africa? Uno dei Paesi di riferimento del continente si trova a affrontare una serie di pesanti problemi interni, tra la corruzione che sta mietendo vittime nella classe politica e gli attacchi alla stampa, accusata di attentare alla sicurezza nazionale sobillando l’opinione pubblica.
 
Il presidente keniano Mwai KibakiPiaghe vecchie... Per quanto riguarda i problemi di corruzione, sono una piaga che il Paese si porta dietro dall’indipendenza. Il governo più che ventennale di Daniel Arap Moi divenne famoso per la corruzione sfacciata dei suoi membri, che costò alle casse statali milioni (forse miliardi?) di dollari. Tanto che il nuovo presidente, Mwai Kibaki, eletto nel dicembre 2002, aveva fatto della lotta alla corruzione il suo cavallo di battaglia in campagna elettorale. Ma finora, a più di tre anni dal suo insediamento, i risultati non si sono visti. Anzi, la leadership del presidente è stata bersaglio negli ultimi mesi di pesanti critiche, seguite a nuovi episodi di corruzione svelati da John Githongo, il responsabile anti-corruzione nominato da Kibaki e fuggito in Gran Bretagna lo scorso anno, per paura che qualcuno gli chiudesse per sempre la bocca.
 
Copie dello Standard in fiamme davanti alla sede del giornale... e nuove. Stavolta, però, oltre agli scandali c’è dell’altro. Il presidente sta perdendo il controllo del proprio governo, da cui due ministri sono stati costretti a dimettersi a séguito delle rivelazioni di Githongo. Il problema è che qualcuno dei rimasti è disposto a difendere con ogni mezzo la propria poltrona: lo dimostra il raid condotto giovedì scorso da alcune teste di cuoio della polizia contro la redazione del quotidiano Standard e la sede della Ktn (Kenyan Television News), quando le forze di sicurezza hanno sequestrato parecchio materiale prima di appiccare il fuoco a migliaia di copie del giornale e distruggere gli studi televisivi. Un comportamento che ha scioccato la comunità internazionale e gli stessi giornalisti keniani, non certo abituati a trattamenti del genere da parte delle forze di sicurezza. “ L’attacco di giovedì scorso segna l’inizio di un periodo nero per noi” confida a PeaceReporter un giornalista keniano che chiede di rimanere anonimo, “mai finora le autorità erano arrivate a tanto per difendere i loro privilegi e insabbiare le indagini”.
 
Il Ministro per la Sicurezza Nazionale John MichukiIl morso del serpente. Lo Standard sarebbe “colpevole” di aver diffuso false notizie, tra le quali un presunto meeting segreto avvenuto tra alcuni ministri accusati di corruzione e il presidente Kibaki. Poche settimane fa tre giornalisti del quotidiano erano stati arrestati e poi rilasciati sotto cauzione per lo stesso motivo. L’attacco al giornale è stato quindi un atto premeditato per intimidire la stampa? “Forse, ma la spiegazione potrebbe essere più semplice” continua il giornalista. “Kibaki sta perdendo il controllo dell’esecutivo, e qualche ministro che si sente minacciato o semplicemente più zelante di altri potrebbe aver preso l’iniziativa”. Un’ipotesi neanche troppo remota, visto che alcuni membri dell’esecutivo hanno subito preso le distanze dal raid (di cui anche il capo della polizia si è dichiarato all’oscuro), mentre il Ministro per la Sicurezza Nazionale, John Michuki, ha giustificato l’attacco dichiarando che “se si smuove un serpente, bisogna mettere in conto di esser morsi”.
 
Manifestazione di solidarietà davanti alla sede dello StandardElezioni in vista. Il giorno dopo il raid migliaia di persone hanno marciato  verso la sede dello Standard (che è tornato in edicola) in segno di solidarietà. Un segnale forte, che mostra come la società civile keniana sia intenzionata a non farsi intimidire da questo “mostrare i muscoli” del governo. Il raid potrebbe però segnare un punto di non ritorno molto pericoloso, a cui una classe politica ormai con l’acqua alla gola potrebbe aggrapparsi di nuovo in caso di necessità. Intanto, la Banca Mondiale ha deciso di congelare i finanziamenti finché non verrà fatta luce sullo scandalo corruzione. Brutte notizie per Kibaki, che rischia di non riuscire a ricostruirsi una reputazione in vista delle elezioni del prossimo anno. 

Matteo Fagotto

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