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Piaghe vecchie... Per quanto riguarda i problemi di corruzione,
sono una piaga che il Paese si porta dietro dall’indipendenza. Il governo più
che ventennale di Daniel Arap Moi divenne famoso per la corruzione sfacciata
dei suoi membri, che costò alle casse statali milioni (forse miliardi?) di
dollari. Tanto che il nuovo presidente, Mwai Kibaki, eletto nel dicembre 2002,
aveva fatto della lotta alla corruzione il suo cavallo di battaglia in campagna
elettorale. Ma finora, a più di tre anni dal suo insediamento, i risultati non
si sono visti. Anzi, la leadership del presidente è stata bersaglio negli
ultimi mesi di pesanti critiche, seguite a nuovi episodi di corruzione svelati
da John Githongo, il responsabile anti-corruzione nominato da Kibaki e fuggito
in Gran Bretagna lo scorso anno, per paura che qualcuno gli chiudesse per
sempre la bocca.
... e nuove. Stavolta, però, oltre agli scandali c’è dell’altro. Il
presidente sta perdendo il controllo del proprio governo, da cui due ministri
sono stati costretti a dimettersi a séguito delle rivelazioni di Githongo. Il
problema è che qualcuno dei rimasti è disposto a difendere con ogni mezzo la
propria poltrona: lo dimostra il raid condotto giovedì scorso da alcune teste
di cuoio della polizia contro la redazione del quotidiano Standard e la sede della Ktn
(Kenyan Television News), quando le
forze di sicurezza hanno sequestrato parecchio materiale prima di appiccare il
fuoco a migliaia di copie del giornale e distruggere gli studi televisivi. Un
comportamento che ha scioccato la comunità internazionale e gli stessi
giornalisti keniani, non certo abituati a trattamenti del genere da parte delle
forze di sicurezza. “ L’attacco di giovedì scorso segna l’inizio di un periodo
nero per noi” confida a PeaceReporter
un giornalista keniano che chiede di rimanere anonimo, “mai finora le autorità
erano arrivate a tanto per difendere i loro privilegi e insabbiare le
indagini”.
Il morso del serpente. Lo Standard
sarebbe “colpevole” di aver diffuso false notizie, tra le quali un
presunto
meeting segreto avvenuto tra alcuni ministri accusati di corruzione e
il
presidente Kibaki. Poche settimane fa tre giornalisti del quotidiano
erano
stati arrestati e poi rilasciati sotto cauzione per lo stesso motivo.
L’attacco
al giornale è stato quindi un atto premeditato per intimidire la
stampa?
“Forse, ma la spiegazione potrebbe essere più semplice” continua il
giornalista. “Kibaki sta perdendo il controllo dell’esecutivo, e
qualche
ministro che si sente minacciato o semplicemente più zelante di altri
potrebbe
aver preso l’iniziativa”. Un’ipotesi neanche troppo remota, visto che
alcuni
membri dell’esecutivo hanno subito preso le distanze dal raid (di cui
anche il
capo della polizia si è dichiarato all’oscuro), mentre il Ministro per
la Sicurezza Nazionale, John Michuki, ha giustificato l’attacco
dichiarando che “se si smuove un
serpente, bisogna mettere in conto di esser morsi”.
Elezioni
in vista. Il giorno dopo il raid migliaia di persone hanno
marciato verso la sede dello Standard
(che è tornato in edicola) in segno di solidarietà. Un segnale forte, che
mostra come la società civile keniana sia intenzionata a non farsi intimidire
da questo “mostrare i muscoli” del governo. Il raid potrebbe però segnare un
punto di non ritorno molto pericoloso, a cui una classe politica ormai con
l’acqua alla gola potrebbe aggrapparsi di nuovo in caso di necessità. Intanto,
la Banca Mondiale ha deciso di congelare i finanziamenti finché non verrà fatta
luce sullo scandalo corruzione. Brutte notizie per Kibaki, che rischia di non
riuscire a ricostruirsi una reputazione in vista delle elezioni del prossimo
anno. Matteo Fagotto