09/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra in Iraq, vista dai civili sunniti: due storie di ordinaria violenza
La violenza a sfondo religioso sta spingendo l’Iraq nel baratro della guerra civile, ma a farne le spese negli ultimi mesi sono stati soprattutto migliaia di civili sunniti, caduti nella rete delle squadre della morte infiltrate nella polizia irachena. Riportiamo le testimonianze di due civili sunniti: Ali Ahmad, sequestrato e sfuggito fortunosamente all’uccisione, e quella di Khalid Jarrar, che dopo quindici anni a Baghdad ha deciso di partire.
  Disperazione davanti all'obitorio di Baghdad
Ali Ahmad. Una mattina all’inizio di marzo, Mohammed si recava a pranzo a casa del fratello Mustafa, a Baghdad. Assieme ai due c’era anche Ali Ahmad, un amico di famiglia e il testimone diretto di questa storia. Mentre i tre erano in casa con mogli e figli, due veicoli della polizia irachena si fermarono davanti all’abitazione, seguiti da un convoglio di 10 auto nere. In un attimo la stanza in cui si trovavano venne invasa da uomini mascherati, armati di kalashnikov. Mohammed fuggì di corsa al piano di sopra e “per convincerlo a consegnarsi - racconta Ahmad -, uno degli uomini mascherati afferrò il bambino di un anno e se lo mise tra le gambe minacciando di ucciderlo, mentre un altro puntava un mitra al petto della moglie”. Mohammed si arrese, scese le scale e chiese “chi siete voi?”. “Siamo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica” gli risposero. Dopodiché i tre uomini vennero portati via sulle auto, mentre i sedicenti agenti dello Sciri sparavano in alto per scoraggiare interventi in soccorso dei sequestrati. Quando il convoglio si fermò, i tre scoprirono con orrore di trovarsi a Sadr City, la roccaforte degli sciiti fuori Baghdad, mentre una folla tutt’attorno li guardava incuriosita. “Gli uomini armati dissero loro che eravamo terroristi – continua Ahmad – e quelli iniziarono a insultarci. Vidi anche un imam sbirciare nei bagagliai insieme ai poliziotti, diceva loro di uccidere immediatamente ogni sospetto identificato.” Ahmad era solo un ospite inatteso e dunque, a differenza dei due fratelli, venne rilasciato. Due giorni dopo Ahmad trovò i corpi dei suoi amici all’obitorio cittadino. Mustafa aveva una gamba rotta, un occhio strappato e fori di trapano elettrico sul corpo (uno strumento di tortura usato sempre più frequentemente in Iraq, ndr ), e simili segni erano anche sul corpo del fratello Mohammed. Entrambi erano stati finiti con un proiettile nella testa.
  Poliziotto iracheno benda gli occhi di un sospetto sunnita
Le Brigate del Badr. John Pace, ex responsabile del dipartimento Diritti Umani di Baghdad, conferma che la maggior parte dei corpi che giungono all’obitorio della capitale mostrano segni di torture e sommarie esecuzioni. Pace ha confermato lo stretto collegamento che c’è tra le milizie responsabili di questi eccidi e le Brigate del Badr, che sono ormai a tutti gli effetti una specie di braccio armato dello Sciri. Fondate nel 1980 in Iran, le brigate del Badr hanno operato in Iraq per contrastare l’oppressione di Saddam Hussein contro la popolazione sciita irachena. Il loro capo era inizialmente Abdel Aziz al Hakim, che oggi è a capo del partito dello Sciri iracheno. Tra i suoi membri più influenti nel governo attualmente in carica, bisogna annoverare il ministro dell’Interno Bayan Jabr, che è stato diverse volte accusato di manovrare la polizia sciita contro i civili sunniti.
  Miliziani sunniti
Khalid Jarrar. Khalid è uno studente iracheno palestinese vissuto in Iraq dal 1991 al 2005, quando ha deciso di fuggire per recarsi in Giordania. “Quando raggiunsi il confine tra Iraq e Giordania - racconta Khalid - fui preso dal panico alla vista del numero di concittadini che stavano lasciando il Paese. Una scena mai vista prima: lunghe code di persone che attendevano. Ci sono volute quarantotto ore per avere un timbro sul passaporto e il controllo dell’auto”. Khalid ritiene che le violenze contro i sunniti siano parte della strategia delle forze di occupazione, che sfruttano la massima “divide et impera” per spostare l’attenzione dalle richieste di ritiro. “Da quando questa guerra è iniziata, quando dico a qualcuno di essere iracheno automaticamente mi si chiede se sono sunnita o sciita, e lo stesso accade nei media e nella politica. Come se l’Iraq fosse solo un numero di gruppi che combattono per un territorio. Ecco perché l’ ho lasciato, perché non è un crimine essere sunnita.” Anche Khalid racconta di essere stato arrestato dalle milizie del ministero dell’Interno, che lo hanno trattenuto due settimane: “Mi hanno chiamato terrorista da quando sono entrato al settimo piano del ministero ( dove c’è la sezione anti-terrorismo, ndr ), mi hanno interrogato per conoscere il nome della mia cellula terrorista, ma non hanno potuto dimostrare nessuna accusa contro di me e alla fine mi hanno liberato, dietro il pagamento di qualche migliaio di dollari. In quei giorni ho compreso come il settarismo significhi l’arresto, la tortura e l’uccisione di persone innocenti, colpevoli solo di essere sunniti tra i 18 e i 40 anni.“ Molta gente sta lasciando l’Iraq anche per l’impossibilità di trovare un impiego, l’occupazione militare statunitense ha schiantato l’economia nazionale e i posti nel settore pubblico sono appannaggio degli sciiti raccomandati. “Fino all’anno scorso – continua Khalid - molti sunniti non volevano partire perché ritenevano che il governo ad interim a maggioranza sciita non sarebbe stato confermato nelle elezioni di dicembre. Ma ora che questo governo è definitivo, sempre più gente conviene che la situazione è diventata intollerabile. Oggi dall’Iraq alcuni amici mi scrivono che dovrei tornare, ma io rispondo sempre la stessa cosa: l’Iraq che conoscevo non esiste più, e quel che ne resta non mi piace affatto”. 

Naoki Tomasini

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