La violenza a sfondo religioso sta spingendo l’Iraq nel baratro della
guerra civile, ma a farne le spese negli ultimi mesi sono stati soprattutto
migliaia di civili sunniti, caduti nella rete delle squadre della morte
infiltrate nella polizia irachena. Riportiamo le testimonianze di due civili
sunniti: Ali Ahmad, sequestrato e sfuggito fortunosamente all’uccisione, e
quella di Khalid Jarrar, che dopo quindici anni a Baghdad ha deciso di partire.

Ali Ahmad. Una mattina all’inizio di marzo, Mohammed si recava a pranzo a casa del
fratello Mustafa, a Baghdad. Assieme ai due c’era anche Ali Ahmad, un amico di
famiglia e il testimone diretto di questa storia. Mentre i tre erano in casa
con mogli e figli, due veicoli della polizia irachena si fermarono davanti
all’abitazione, seguiti da un convoglio di 10 auto nere. In un attimo la stanza
in cui si trovavano venne invasa da uomini mascherati, armati di kalashnikov.
Mohammed fuggì di corsa al piano di sopra e “per convincerlo a consegnarsi -
racconta Ahmad -, uno degli uomini mascherati afferrò il bambino di un anno e
se lo mise tra le gambe minacciando di ucciderlo, mentre un altro puntava un
mitra al petto della moglie”. Mohammed si arrese, scese le scale e chiese “chi
siete voi?”. “Siamo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica” gli
risposero. Dopodiché i tre uomini vennero portati via sulle auto, mentre i
sedicenti agenti dello Sciri sparavano in alto per scoraggiare interventi in
soccorso dei sequestrati. Quando il convoglio si fermò, i tre scoprirono con
orrore di trovarsi a Sadr City, la roccaforte degli sciiti fuori Baghdad,
mentre una folla tutt’attorno li guardava incuriosita. “Gli uomini armati
dissero loro che eravamo terroristi – continua Ahmad – e quelli iniziarono a
insultarci. Vidi anche un imam sbirciare nei bagagliai insieme ai poliziotti,
diceva loro di uccidere immediatamente ogni sospetto identificato.” Ahmad era
solo un ospite inatteso e dunque, a differenza dei due fratelli, venne
rilasciato. Due giorni dopo Ahmad trovò i corpi dei suoi amici all’obitorio
cittadino. Mustafa aveva una gamba rotta, un occhio strappato e fori di trapano
elettrico sul corpo (uno strumento di tortura usato sempre più frequentemente
in Iraq, ndr ), e simili segni erano anche sul corpo del fratello Mohammed.
Entrambi erano stati finiti con un proiettile nella testa.

Le Brigate del Badr. John Pace, ex responsabile del dipartimento
Diritti Umani di Baghdad, conferma che la maggior parte dei corpi che giungono
all’obitorio della capitale mostrano segni di torture e sommarie esecuzioni.
Pace ha confermato lo stretto collegamento che c’è tra le milizie responsabili
di questi eccidi e le Brigate del Badr, che sono ormai a tutti gli effetti una
specie di braccio armato dello Sciri. Fondate nel 1980 in Iran, le brigate del
Badr hanno operato in Iraq per contrastare l’oppressione di Saddam Hussein
contro la popolazione sciita irachena. Il loro capo era inizialmente Abdel Aziz
al Hakim, che oggi è a capo del partito dello Sciri iracheno. Tra i suoi membri
più influenti nel governo attualmente in carica, bisogna annoverare il ministro
dell’Interno Bayan Jabr, che è stato diverse volte accusato di manovrare la
polizia sciita contro i civili sunniti.
Khalid Jarrar. Khalid è uno studente iracheno palestinese vissuto in
Iraq dal 1991 al 2005, quando ha deciso di fuggire per recarsi in Giordania.
“Quando raggiunsi il confine tra Iraq e Giordania - racconta Khalid - fui preso
dal panico alla vista del numero di concittadini che stavano lasciando il
Paese. Una scena mai vista prima: lunghe code di persone che attendevano. Ci
sono volute quarantotto ore per avere un timbro sul passaporto e il controllo
dell’auto”. Khalid ritiene che le violenze contro i sunniti siano parte della
strategia delle forze di occupazione, che sfruttano la massima “divide et
impera” per spostare l’attenzione dalle richieste di ritiro. “Da quando questa
guerra è iniziata, quando dico a qualcuno di essere iracheno automaticamente mi
si chiede se sono sunnita o sciita, e lo stesso accade nei media e nella
politica. Come se l’Iraq fosse solo un numero di gruppi che combattono per un
territorio. Ecco perché l’ ho lasciato, perché non è un crimine essere
sunnita.” Anche Khalid racconta di essere stato arrestato dalle milizie del
ministero dell’Interno, che lo hanno trattenuto due settimane: “Mi hanno
chiamato terrorista da quando sono entrato al settimo piano del ministero (
dove c’è la sezione anti-terrorismo, ndr ), mi hanno interrogato per conoscere
il nome della mia cellula terrorista, ma non hanno potuto dimostrare nessuna
accusa contro di me e alla fine mi hanno liberato, dietro il pagamento di
qualche migliaio di dollari. In quei giorni ho compreso come il settarismo
significhi l’arresto, la tortura e l’uccisione di persone innocenti, colpevoli
solo di essere sunniti tra i 18 e i 40 anni.“ Molta gente sta lasciando l’Iraq
anche per l’impossibilità di trovare un impiego, l’occupazione militare
statunitense ha schiantato l’economia nazionale e i posti nel settore pubblico
sono appannaggio degli sciiti raccomandati. “Fino all’anno scorso – continua
Khalid - molti sunniti non volevano partire perché ritenevano che il governo ad
interim a maggioranza sciita non sarebbe stato confermato nelle elezioni di
dicembre. Ma ora che questo governo è definitivo, sempre più gente conviene che
la situazione è diventata intollerabile. Oggi dall’Iraq alcuni amici mi
scrivono che dovrei tornare, ma io rispondo sempre la stessa cosa: l’Iraq che
conoscevo non esiste più, e quel che ne resta non mi piace affatto”.