07/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giornalista iracheno commenta gli scontri fratricidi in Iraq
“Quando la cupola d’oro della moschea Askarya è andata in frantumi, mi sembrava di assistere in diretta alla fine dell’Iraq come avevo imparato a conoscerlo da quando sono nato. L’Iraq per il quale mio padre ha fatto due guerre e io una. L’Iraq che mi hanno insegnato ad amare a scuola, quello unito e forte, composto dalla coabitazione e di sunniti, sciiti e curdi”.
La sua voce al telefono non è vitale come al solito, ma tradisce tensione e malinconia. Qusay, che chiede come sempre di non scrivere il cognome, è un giornalista free – lance iracheno, nato e cresciuto a Bassora.
 
la cupola distrutta della moschea di samarraLa fine di un'era. “Quando sono cresciuto ho capito che quell’Iraq idealizzato esisteva solo nei libri del regime, ma io ho un padre sciita e una mamma sunnita…per me l’Iraq esisteva davvero”. 
Prima dell’invasione delle truppe della Coalizione lavorava per la televisione di Stato irachena, ma quando l’attacco è diventato una certezza è stato chiamato alle armi. “Era una farsa e lo sapevamo tutti”, racconta il giornalista iracheno, “l’esercito iracheno non si era mai ripreso dalle batoste subite nel conflitto con l’Iran e nel primo attacco delle forze internazionali nel 1991. Non potevamo opporre nessuna resistenza, eppure hanno sradicato i giovani come me dalle loro case e dalle loro famiglie per andare in caserma. Non avevano neanche fucili per tutti. Anche se le armi ci fossero state però, pochi avevano voglia di combattere per Saddam”. Dopo pochi giorni, Qusay tornò a casa. Ma oggi vive ogni giorno nel terrore. “Ricevo sempre minacce di morte: sms sul mio cellulare, telefonate a casa e, l’ultima volta, un foglietto di carta sotto la porta. Credo che non mi abbiano ancora ucciso solo perché mio padre e la sua famiglia sono molto rispettati in città e qualcuno mi protegge, ma sul biglietto il messaggio era chiaro e mi avvisava che se avessi continuato a parlare delle milizie sciite in città mi avrebbero ucciso”. Ma chi minaccia Qusay? “Le milizie armate sciite. Sono loro il vero potere a Bassora”, risponde il giornalista. “In particolare gli uomini dell’esercito del Mahdi, quelli fedeli a Moqtada al-Sadr per intenderci. A loro si contrappongono le milizie del Badr del partito Sciri, sciiti anche loro, che contendono al Mahdi il controllo della città. Infine ci sono le milizie di ‘autodifesa’, come si definiscono i guerriglieri sunniti che difendono la loro gente, che a Bassora rappresenta una minoranza”. In questo quadro manca l’attore principale: le truppe della Coalizione. Nel caso di Bassora quelle britanniche.
 
miliziani dell'esercito del mahdiNon solo Bassora. “La situazione di Bassora è riproducibile in tutto l’Iraq e la tragedia di Samarra è una conferma della situazione. Le truppe straniere, da tempo, per diminuire il numero delle vittime, hanno lasciato il controllo delle strade al nuovo esercito o alla nuova polizia irachena, barricandosi all’interno delle loro basi. Ma l’esercito non è pronto ad affrontare la situazione e la popolazione civile è rimasta in balia delle milizie e dei guerriglieri”. E’ normale che dovesse andare così secondo Qusay. “Hanno lasciato allo sbando i quadri dell’esercito e chi non è confluito nella guerriglia è rimasto disoccupato a casa, cercando di tirare a campare come guardia del corpo”. I militari stranieri assediati nelle loro fortezze, che si muovono solo in colonne blindate, e la gente lasciata in balia di quella che, dopo i fatti di Samarra, assomiglia sempre più a una guerra civile. “Un’ostilità di fondo tra sunniti e sciiti è sempre esistita ed è stata aggravata in Iraq dalla politica del regime di Saddam, grazie alla quale una minoranza sunnita ha vessato in ogni modo la maggioranza sciita”, racconta il giornalista. “Il problema però, è chiaro, riguardava solo i quadri dirigenti e i papaveri del regime. Nessun sciita iracheno ha mai avuto motivo di odiare il suo vicino sunnita e i matrimoni misti lo dimostrano. Adesso è diverso, perché gli attentati e le violenze hanno lasciato il segno. I fedeli vedono colpiti i valori più sacri, come i luoghi di culto e i leader religiosi. L’odio si diffonde in fretta”. La distruzione della cupola d’oro della moschea Askarya  a Samarra, pur non avendo causato vittime, è un atto grave: questa moschea è il mausoleo dove riposano le spoglie di Alì al-Hadi e di suo figlio Hassan al-Askari, rispettivamente decimo e undicesimo imam degli sciiti. Al-Askari è anche il padre dell’imam Mojammed al-Mahdi, il dodicesimo imam che, nella tradizione sciita, vive nascosto e tornerà a guidare gli sciiti. Ma Samarra è solo l’ultimo episodio di una catena di attentati che ha colpito la comunità sciita come quella sunnita. Senza contare il numero impressionante di ulema, dottori della fede sunniti, uccisi da sicari misteriosi. “Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dei militari della Coalizione che, da quando sono arrivati, si sono sempre e solo preoccupati di difendere se stessi e i loro obiettivi strategici. Perché il ministero del Petrolio è superprotetto e le moschee no? Gli iracheni, anche quelli che vedevano in modo positivo l’arrivo delle truppe della Coalizione, non perdonano agli stranieri di non essere stati capaci di proteggere i civili, affidando questo compito a una polizia e a un esercito incapaci a loro volta di essere efficaci”.
 
un militare usa di pattuglia in iraq davanti a una bimba irachena terrorizzataCui prodest? Una guerra civile a chi farebbe comodo? “A tutti e a nessuno, e l’atteggiamento delle truppe straniere ha permesso che circolassero voci incontrollate in questo senso”, racconta Qusay. “Alcuni sostengono che sono i guerriglieri stranieri a voler mettere l’uno contro l’altro gli iracheni per tenere destabilizzato il Paese e continuare la loro jihad globale sulla pelle degli iracheni. Qui gira di tutto: sauditi, marocchini, giordani, yemeniti e così via. Nessuno sa se esiste o meno al-Zarqawi, ma sicuramente a loro fa comodo che la situazione resti tesa e che l’odio verso gli invasori che non proteggono la popolazione aumenti a dismisura”, spiega il giornalista iracheno. “Poi ci sono le milizie sciite. Il ministro degli Interni, Bayan Jabr, è sciita con un passato nelle milizie Badr, quelle dello Sciri. Ha creato un corpo di fedelissimi, chiamati squadroni della morte, che si sono macchiati di crimini terribili contro i sunniti, creando addirittura una prigione segreta nella sede del ministero. Come fa la gente sunnita a fidarsi di uno così? Per non parlare degli uomini di al-Sadr, l’esercito del Mahdi, che terrorizza la gente e impone con la violenza la sua legge. Dalla parte dei sunniti, sono molti i terroristi stranieri, in particolare sunniti salatiti, che avrebbero interesse a fomentare la guerra civile, come avrebbero interesse a far degenerare la situazione i vecchi fedeli di Saddam, abituati a tenere gli sciiti in un angolo. Infine, sempre più iracheni pensano che siano gli stessi soldati stranieri a fomentare la guerra civile, per avere un motivo per restare in Iraq all’infinito. Più volte i politici statunitensi e dei paesi alleati hanno sostenuto che non andranno via dall’Iraq fino a quando la situazione non si sarà stabilizzata, e tenerla in bilico conviene”. Non esiste quindi una lettura univoca dei fatti, ma l’unica certezza è che la situazione dei rapporti interconfessionali tra sunniti e sciiti iracheni scivola sempre più nella guerra civile. “Il problema è proprio questo”, conclude Qusay, “da qualunque parte si guardi la vicenda, non stupisce che l’odio verso gli stranieri aumenti a vista d’occhio. L’Iraq era oppresso da una dittatura, ma adesso è dilaniato all’interno e in mano a bande armate rivali, che fanno a pezzi la popolazione. Questo accade perché o la Coalizione non ha saputo impedirlo, o perché vuole che accada. In entrambi i casi è responsabile”. 

Christian Elia

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