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La storia. Insieme ai suoi due genitori, Shayan è stato detenuto dal 2000 al 2002 (quindi
dai cinque ai sette anni) nel centro di Woomera, in una zona sperduta dell’Australia
meridionale. La famiglia, originaria dell’Iran, aveva fatto richiesta di asilo.
La politica australiana verso l’immigrazione, considerata una delle più dure al
mondo, prevede la detenzione automatica di clandestini, lavoratori illegali e
stranieri con il visto scaduto, finché il loro caso non viene chiuso. Le condizioni
di vita in questi centri per immigrati sono spesso state oggetto di critiche da
parte delle organizzazioni per i diritti umani. Così, in quei due anni passati
a Woomera il piccolo Shayan ha visto di tutto: tentativi di suicidio, violenze
delle guardie, detenuti che impazzivano e si procuravano da soli delle ferite.
Scosso, Shayan ha passato periodi in cui non mangiava, non beveva, non parlava.
La diagnosi: disordine post-traumatico da stress (Ptsd) e depressione. Per questo
si sono resi necessari diversi ricoveri in ospedale.
Il risarcimento. Alla fine, alla famiglia Badraie è stata concessa la cittadinanza, ora vivono
a Sydney. Shayan va a scuola, ma non è più come prima. Per questo i suoi genitori
hanno fatto causa al governo del conservatore John Howard, popolare in patria
(è stato eletto quattro volte) anche per la sua posizione sull’immigrazione. Dopo
due mesi di udienze, Canberra ha deciso di non aspettare il giudizio della corte,
proponendo ai Badraie un risarcimento di 400mila dollari australiani (245mila
euro): accettato, e il governo dovrà pure pagare le spese processuali per un altro
milione di dollari australiani. “Siamo molto sollevati dal fatto che il governo
si è finalmente assunto la responsabilità per quello che è successo a nostro figlio
nel centro di detenzione”, hanno detto i genitori. “Siamo venuti in Australia
in cerca di protezione e di una vita pacifica. Ci ha spezzato il cuore vedere
nostro figlio così malato, per quello a cui ha assistito nel centro. E nessuna
cifra in denaro potrà restituirgli l’infanzia perduta”.
Gli sviluppi. E’ soddisfatta anche Rebecca Gilsenan, l’avvocato della famiglia Badraie. “Spero
solo che il governo si accorga di questo fatto, e la smetta di spendere i soldi
dei contribuenti in risarcimenti a persone trattate in modo vergognoso nei centri
di permanenza temporanea”, ha detto. Il caso del piccolo Shayan, e soprattutto
la rivolta in un Cpt lo scorso luglio, ha comunque già contribuito a rendere più
elastiche le regole sull’immigrazione: ora le famiglie con figli non vengono mandate
in questi centri. Ma secondo una senatrice dei Verdi, Kerry Nettle, sono già centinaia
i bambini che sono stati mentalmente segnati dalle detenzioni. Legalmente, il
caso di Shayan Badraie non costituisce un precedente vincolante. Ma, incoraggiati
da questo epilogo, è probabile che altri immigrati ora tenteranno di ottenere
un risarcimento dal governo di Canberra.Alessandro Ursic