2 puntata. Elezioni in Palestina. Che la situazione possa cambiare non
ci spera proprio nessuno, almeno come nessuno crede ci possano essere elezioni
libere in un territorio occupato, ma si è fatta festa comunque nei campi
palestinesi, per commemorare la nascita di al-Fatah. Sono 40 anni ormai e
la morte di Abu Ammar ha amplificato
l’evento: le foto di Arafat sono dappertutto, le più grandi appese in cima agli
edifici o alle loro macerie, mentre le più piccole svolazzano dai fili
elettrici o sono incollate ai muri.
A gennaio del 1965 riusciva la prima importante operazione
militare dell'organizzazione e qui si scende in piazza. In strada a Chatila c’è
euforia, una piccola sede di
al-Fatah ha messo delle grandi casse sul tetto, dalle quali la musica assordante
e distorta risuona tra i claxon delle macchine chiuse nell’inevitabile ingorgo.
E’ festa che porta memoria, orgoglio e dolore, mai
rassegnazione; la resistenza contro l’occupazione, qui come altrove, si celebra e si ricorda per trasmetterne il
significato.
Ho passato la mattina a casa di Youssef, Abu Maher, al Gaza
Hospital; lì tra un taglio di capelli e una rasatura di barba, alcune visite e
qualche tazza di the sono passate le ore.
Abbiamo aspettato Abu Jamal nel
pomeriggio e quando è arrivato siamo andati insieme al corteo; uscendo dal
cortile di casa, per la prima volta da quando sono tornato, ho usato la
telecamera con loro.
Attraverso i bui
corridoi e le scale del palazzo
abbiamo raggiunto la strada di Sabra,
da dove con un autobus collettivo siamo andati al campo di Burj El Barajneh,
nel distretto sud di Beirut, il campo più affollato della città. Nel taxi Youssef
mi ha raccontato, mentre registravo, dove
stavamo andando e il perché… in arabo. Ormai abbiamo un’ottima confidenza, lui
sa bene che quando ho la telecamera in mano preferisco parli nella sua lingua.
Ha acquisito quelli che si dicono i tempi cinematografici, scherzando glielo
dico e lui ride; c’è una bella atmosfera nel taxi, sembra quasi di essere in
gita!
Ci siamo uniti alla manifestazione, l’ho seguita
documentandola e, quando mi fermavo a fare le riprese, mi aspettavano. Bambini,
vecchi, adulti e ragazzi, gente di tutte le età marciava per i vicoli del campo
al suono dei tamburi e di alcune cornamuse, in molti indossavano una maglietta
gialla con stampata l’immagine di Abu Ammar con la mano alzata in segno di
vittoria. E’ difficile dire quanta gente c’era, i vicoli sono stretti
e il corteo era lungo. E’ quasi alla fine
quando da dietro mi sento toccare la spalla e mi giro… Mohammed! Che bello vederti, come stai, quando sei
arrivato, sei il benvenuto… sembrava che reciproche domande e risposte non
finissero mai. Mohammed Abu Rudeina è
un altro degli abitanti di Chatila che ho seguito nel documentario girato a
settembre; ha perso la sua famiglia nel massacro di Sabra e Chatila e fa parte
del gruppo di persone che hanno denunciato Sharon alla corte Belga; è giovane
e
arrabbiato.
La
manifestazione è ormai finita, è buio negli stretti vicoli del campo e la gente
si disperde; “yalla”, dice Abu
Marher, e si ritorna verso Chatila. “Andiamo”. Ci fermiamo al campo,
anche qui c'è molta gente e la strada è bloccata. Entriamo da dietro e passando
vicino a dei palazzi distrutti costeggiamo un muro; Youssef mi si avvicina e a
bassa voce mi indica da dove sparavano gli uomini di Amal quando nella Guerra
dei Campi hanno assediato Sabra e Chatila, distruggendone una buona parte, che
non è più stata ricostruita. Macerie, terra e spazi vuoti. Abu Maher ha perso
il figlio nel conflitto, Maher era il suo
nome e aveva solo 13 anni; parla a bassa voce perchè Amal è tuttora una realtà
molto forte e lui non vuole avere problemi.
Troppo spesso qui i nomi dei genitori ricordano un vuoto, purtroppo questo è un pensiero
frequente.
E' dalla fine dell'assedio che Youssef si è trasferito con
la sua famiglia al Gaza Hospital, che era stato distrutto e saccheggiato in
quel periodo. La sua casa era fuori dal perimetro ufficiale del campo e, come
quella di molti altri, è stata rasa al suolo; i confini si erano estesi nel
tempo e riprenderli è stato proibito, così moltissime persone hanno occupato
quello che una volta era il loro ospedale e del quale rimaneva solo un enorme
scheletro di cemento armato.
Ma questa
è un'altra storia… anzi, proprio questa sarà la storia che cercheremo di
raccontare nel documentario, quella che racchiuderà tutte le altre.