05/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



2 puntata: Abu Maher
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.

 
maher, il figlio di youssuf, dal quale quest'ultimo ha presop il nome di abu maher2 puntata. Elezioni in Palestina. Che la situazione possa cambiare non ci spera proprio nessuno, almeno come nessuno crede ci possano essere elezioni libere in un territorio occupato, ma si è fatta festa comunque nei campi palestinesi, per commemorare la nascita di al-Fatah. Sono 40 anni ormai e la  morte di Abu Ammar ha amplificato l’evento: le foto di Arafat sono dappertutto, le più grandi appese in cima agli edifici o alle loro macerie, mentre le più piccole svolazzano dai fili elettrici o sono incollate ai muri.
A gennaio del 1965 riusciva la prima importante operazione militare dell'organizzazione e qui si scende in piazza. In strada a Chatila c’è euforia, una piccola sede di al-Fatah ha messo delle grandi casse sul tetto, dalle quali la musica assordante e distorta risuona tra i claxon delle macchine chiuse nell’inevitabile ingorgo.
E’ festa che porta memoria, orgoglio e dolore, mai rassegnazione; la resistenza contro l’occupazione, qui come altrove, si  celebra e si ricorda per trasmetterne il significato.
 
Ho passato la mattina a casa di Youssef, Abu Maher, al Gaza Hospital; lì tra un taglio di capelli e una rasatura di barba, alcune visite e qualche tazza di the sono passate le ore.
Abbiamo aspettato Abu Jamal nel pomeriggio e quando è arrivato siamo andati insieme al corteo; uscendo dal cortile di casa, per la prima volta da quando sono tornato, ho usato la telecamera con loro.
Attraverso i bui  corridoi e le scale  del palazzo abbiamo raggiunto  la strada di Sabra, da dove con un autobus collettivo siamo andati al campo di Burj El Barajneh, nel distretto sud di Beirut, il campo più affollato della città. Nel taxi Youssef mi ha raccontato, mentre registravo, dove stavamo andando e il perché… in arabo. Ormai abbiamo un’ottima confidenza, lui sa bene che quando ho la telecamera in mano preferisco parli nella sua lingua. Ha acquisito quelli che si dicono i tempi cinematografici, scherzando glielo dico e lui ride; c’è una bella atmosfera nel taxi, sembra quasi di essere in gita!
 
Ci siamo uniti alla manifestazione, l’ho seguita documentandola e, quando mi fermavo a fare le riprese, mi aspettavano. Bambini, vecchi, adulti e ragazzi, gente di tutte le età marciava per i vicoli del campo al suono dei tamburi e di alcune cornamuse, in molti indossavano una maglietta gialla con stampata l’immagine di Abu Ammar con la mano alzata in segno di vittoria. E’ difficile dire quanta gente c’era, i vicoli sono stretti e il corteo era lungo. E’ quasi alla fine quando da dietro mi sento toccare la spalla e mi giro… Mohammed! Che bello vederti, come stai, quando sei arrivato, sei il benvenuto… sembrava che reciproche domande e risposte non finissero mai. Mohammed Abu Rudeina è un altro degli abitanti di Chatila che ho seguito nel documentario girato a settembre; ha perso la sua famiglia nel massacro di Sabra e Chatila e fa parte del gruppo di persone che hanno denunciato Sharon alla corte Belga; è giovane e arrabbiato.
 
La manifestazione è ormai finita, è buio negli stretti vicoli del campo e la gente si disperde; “yalla”, dice Abu Marher, e si ritorna verso Chatila. “Andiamo”. Ci fermiamo al campo, anche qui c'è molta gente e la strada è bloccata. Entriamo da dietro e passando vicino a dei palazzi distrutti costeggiamo un muro; Youssef mi si avvicina e a bassa voce mi indica da dove sparavano gli uomini di Amal quando nella Guerra dei Campi hanno assediato Sabra e Chatila, distruggendone una buona parte, che non è più stata ricostruita. Macerie, terra e spazi vuoti. Abu Maher ha perso il figlio nel conflitto, Maher era il suo nome e aveva solo 13 anni; parla a bassa voce perchè Amal è tuttora una realtà molto forte e lui non vuole avere problemi.
Troppo spesso qui i nomi dei genitori ricordano  un vuoto, purtroppo questo è un pensiero frequente.
 E' dalla fine dell'assedio che Youssef si è trasferito con la sua famiglia al Gaza Hospital, che era stato distrutto e saccheggiato in quel periodo. La sua casa era fuori dal perimetro ufficiale del campo e, come quella di molti altri, è stata rasa al suolo; i confini si erano estesi nel tempo e riprenderli è stato proibito, così moltissime persone hanno occupato quello che una volta era il loro ospedale e del quale rimaneva solo un enorme scheletro di cemento armato.
Ma questa è un'altra storia… anzi, proprio questa sarà la storia che cercheremo di raccontare nel documentario, quella che racchiuderà tutte le altre.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Diritti, Guerra, Popoli
Luogo: Libano