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Si immolano per protestare contro il sistema patriarcale che governa le loro esistenze. Si tolgono la vita come forma di protesta, estrema e disperata, contro una comunità che le priva dei loro diritti, della loro possibilità di scegliere, della loro libertà. Ma la vita, per numerose donne curde della provincia del Sanandaj, in Iran, viene cancellata ancor prima che siano loro stesse a rinunciarvi deliberatamente.
"Esseri inferiori". L'Organizzazione curda per i diritti umani ha pubblicato due settimane fa i
nomi di 150 donne che si sono suicidate negli ultimi 9 mesi, la maggior parte
delle quali dandosi fuoco. Violenze domestiche, ingiustizie sociali e discriminazione
sono le ragioni per le quali queste donne decidono di porre termine alla loro
difficile esistenza. E il numero è in costante crescita. Una di loro, analfabeta,
si è uccisa perché il marito l'ha costretta a firmare una lettera di assenso per
poter sposare un'altra donna. Il portavoce dell'Organizzazione, Mohammad Sadegh
Kabudvand, ha raccontato che "pressioni, violenze domestiche e pregiudizi religiosi
sono all'origine del problema. Gli uomini hanno più diritti sia a casa che nella
società. Le donne sono considerate esseri inferiori". Secondo il professor Mohsen
Jangohorbani, dell'università di Medicina di Isfahan, che ha condotto ricerche
sui tentativi di suicidio nelle province di Ilam e Kermanshah, immolarsi è anche
l'occasione per inviare un disperato messaggio alle famiglie e a tuttta la società.
"Molte di loro sono assai giovani - spiega Janghorbani -. Costrette a matrimoni
forzati, o con gravi problemi familiari, con il suicidio vogliono gridare al mondo
che desiderano essere ascoltate, che stanno patendo gravi ingiustizie".
Sposarsi a 9 anni. Il suicidio è abbastanza raro nelle città curde, almeno nei quartieri più ricchi
e progressisti. Non è difficile vedere donne single con abiti occidentali. Alcune
di loro sono cristiane, altre non professano fedi particolari. Ma la maggioranza
sono musulmane istruite, che magari hanno viaggiato, accorgendosi che in gran
parte del mondo le donne non sono schiave degli uomini. Nelle piccole comunità
rurali, vigono invece tradizioni conservatrici e restrizioni sociali che non prevedono
diritti per le donne. Queste ultime sono interamente dipendenti dal marito, e
il sistema patriarcale governa l'agire sociale della comunità, impedendo di fatto
l'accesso all'istruzione o il miglioramento della propria condizione economica.
Anche se molte si sposano appena adolescenti, intorno ai 13-14 anni, secondo la
legge islamica a 9 anni una ragazza è già 'maritabile'.
Una tendenza troppo frequente. Rochelle Harris, del Kurdish human rights project, un'organizzazione londinese
operante anche nel Kurdistan iraniano, si è detta "molto preoccupata" per l'aumento
dei suicidi. "La discriminazione femminile è doppia - ha spiegato -, riguarda
sia la componente etnica che quella di genere. Sappiamo che una donna su quattro
soffre di gravi forme depressive. Un'indagine compiuta nel 2003 ci ha rivelato
che il suicidio sta diventando una tendenza quasi comune". La Harris suggerisce
che il cambiamento dovrebbe avvenire partendo da una presa di coscienza delle
stesse donne. "Ma è soprattutto l'atteggiamento degli uomini - spiega - dei membri
e dei leader delle comunità che deve cambiare, così come le istituzioni, dominate
dai Guardiani della rivoluzione. Si ritiene che il suicidio si verifichi nelle
comunità rurali, perché retrograde e tradizionaliste. E' un'interpretazione fuorviante.
I mariti, infatti, spesso trovano lavoro in città. Stando tutto il giorno via
da casa, le mogli sono lasciate sole con i bambini. E da sole uccidersi diventa
più facile".
Luca Galassi