
Un Paese devastato da una lunga guerra civile conclusasi solo lo scorso anno
è risorto per un giorno all’arrivo di quello che potrebbe essere il suo prossimo
presidente.
Una folla di decine di migliaia di persone ha intasato ieri le strade, i quartieri
e i sobborghi di Monrovia e della Liberia per celebrare il ritorno in patria di
George Weah, ex calciatore negli stadi di Africa, Europa e Stati Uniti, vero mito
dello sport più amato nel continente africano e ora candidato alle presidenziali del
prossimo anno.
La notizia della possibile candidatura di Weah alla guida del governo era passata
di bocca in bocca, creando eccitazione, aspettative, speranze. Le sue imprese
calcistiche, ma anche i suoi appelli al disarmo e alla pacificazione, lanciati
durante e dopo la guerra civile che dal 1989 al 2003 ha piegato in due la Liberia,
avevano dato ai liberiani un volto nuovo, pulito, in cui riporre le proprie speranze.
George, in fondo, ce l’aveva fatta. Nato in una famiglia povera, cresciuto tra
bande giovanili e dipendenza dalla droga, era stato catapultato negli stadi dorati
d’Europa diventando, a suon di goal e vittorie, il primo africano a conquistare
la riconoscenza individuale più alta che un calciatore possa sognare: il pallone
d’oro.
Il centravanti del Milan (con il quale ha vinto due scudetti) e faro della nazionale
liberiana era diventato, grazie al suo impegno come ambasciatore dell’Unicef,
un simbolo per i milioni di ragazzi di strada che cercano nel calcio una via d’uscita
da miseria, droga, criminalità, morte.

Con gli anni, il mito di Weah e la sua popolarità sono cresciuti di pari passo.
Lo testimonia l’accoglienza che il suo paese gli ha riservato ieri, poche ore
dopo il suo arrivo all’aeroporto di Monrovia.
“Erano anni che non vedevo così tanta gente in strada per un candidato alle presidenziali”,
racconta da Monrovia un giornalista del quotidiano Liberian Analyst. “Le città sono completamente bloccate, la gente sembra impazzita. Ovunque si
vedono cartelloni che ritraggono la faccia sorridente di Weah. Se la sua popolarità
è tale da fermare un intero Paese è possibile che abbia molto più di qualche chance
di diventare presidente”.
Si tratterebbe di un evento storico. Conquistare un Paese è ben più difficile
che conquistare uno stadio. Pochi ci sono riusciti, tra loro Pelè e Socrates,
diventati ministri in Brasile.
La Liberia ha alle spalle una storia di dittature, colpi di stato, guerriglie,
bambini soldato e tanto sangue versato. Samuel Doe e Charles Taylor, i due predecessori
dell’attuale presidente ad interim, Gyude Bryant, non hanno lasciato la poltrona
presidenziale nel migliore dei modi. Il primo è stato giustiziato dal secondo,
che dopo sei anni di governo è stato costretto all’esilio (dorato) in Nigeria.
Nel frattempo il governo provvisorio di Bryant barcolla sotto le accuse di corruzione
e di poca credibilità, in un paese che sta tentando a fatica di completare il
disarmo di decine di migliaia di combattenti e che solo ai primi di novembre ha
visto sciogliersi i gruppi ribelli protagonisti della guerra civile. Tuttavia
la tensione resta molto alta e i caschi blu delle Nazioni Unite fanno fatica a
controllare alcuni focolai di guerriglia ancora scoppiettanti nel sottosuolo urbano
(Monrovia è stato teatro di
durissimi scontri appena tre settimane fa).
Se a tutto questo si aggiungono gli oltre
300mila profughi che attendono di rientrare dai paesi circostanti e i quasi altrettanti sfollati
interni ammassati attorno a città e villaggi, appare evidente che l’ex centravanti
del Milan avrà ai suoi piedi una nazione completamente da ricostruire.
Pur non avendo alcuna esperienza in politica. I suoi principali critici, infatti, sostengono
che la sua cultura e la sua educazione scolastica non siano all’altezza dello
scranno presidenziale.

“Credo che abbia delle possibilità concrete – commenta Osman Sankoh, un funzionario
delle Nazioni Unite da Monrovia – dopotutto ha dalla sua l’affetto di un’intera
nazione. I liberiani sono divisi da molte cose, ma su di lui sono uniti. Questa
potrebbe essere la sua arma vincente. La gente è stufa di vedere tanto sangue.
Da un ex-calciatore (per lo più ambasciatore dell'Unicef,
ndr)non ti aspetti sicuramente che cominci a massacrare la gente, ad armare truppe
paramilitari o reclutare bambini soldato”.
Secondo il professor Stephen Ellis, storico dell’Africa ed esperto di politica
liberiana presso l’università di Leiden, in Olanda, il grande limite di un eventuale
Weah presidente potrebbe essere la sua poca esperienza politica. “E’ molto popolare
e ricco, dato non irrilevante quando ti candidi alle presidenziali. Inoltre sembra
davvero armato delle migliori intenzioni e il suo impegno contro la guerra a favore
dei bambini lo dimostra. Tuttavia la politica necessita di competenze e conoscenze
specifiche. E’ vero, una laurea o un dottorato non fanno l’onestà di un leader,
e l’Africa è piena di esempi. Nel caso in cui verrà eletto, Weah dovrà stare attento
a non circondarsi della gente sbagliata e a non farsi manipolare. Al momento resta
il principale candidato nella corsa alla guida del suo Paese”.