04/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il cinema in Arabia Saudita è appena tollerato, ma non mancano gli autori di qualità e un pubblico appassionato
Saranno sette i film prodotti in Arabia Saudita che prenderanno parte al Festival Cinematografico di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, organizzato dalla Abu Dhabi Cultural Foundation, in programma dal 1 al 6 marzo. Non era mai successo prima che fossero così tanti.
 
il principe saudita Alwaleed bin TalalCinema di frontiera. Il festival, per l’industria cinematografica della regione, è un punto di riferimento e la notizia è che l’Arabia Saudita si presenti in forze. Nel Paese più sacro per l’Islam, che ospita le città di Mecca e Medina, i cinema sono infatti banditi, anche se tollerati in alcuni centri minori. Sono ritenuti, al pari dei teatri, incompatibili con la lettura conservatrice dell’Islam, maggioritaria in Arabia Saudita. Ma questo non ha fermato una crescente attenzione verso il mezzo cinematografico, soprattutto negli ambienti della casa regnante. I sette film in concorso ad Abu Dhabi sono infatti prodotti dalla Rotana, una casa di produzione di proprietà del principe Alwaleed bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo ed esponente della famiglia reale Saud, noto per il suo cosmopolitismo. Uno dei titoli sauditi che sbarcheranno al festival è un documentario chiamato Cinema 500 km e il titolo si riferisce alla distanza che copre il protagonista della pellicola, un saudita appassionato di cinema, per raggiungere il vicino stato del Bahrein dove le sale cinematografiche sono lecite.
 
la regista saudita  Harifaa al-MansourUn segno del cambiamento. “Il documentario pone una domanda molto semplice: perché non ci sono cinema qui?”, racconta Abdullah Eyaf, il 28enne regista di Cinema 500 km. “Volevo che fosse uno spunto di riflessione per i sauditi, che generi un dibattito sulla questione nel mio Paese. Quello che voglio è che tutti noi riflettiamo sul fatto che circa l’80 percento dei clienti delle sale cinematografiche del Bahrein è composto da sauditi. Il popolo saudita ha voglia di cinema, e allora perché negarglielo?”
In realtà qualcosa si sta muovendo nel regno conservatore, tanto che per la prima volta dagli anni Settanta (periodo nel quale l’atteggiamento delle autorità verso il cinema è diventato più duro), nella capitale Riad, sono state tenute proiezioni pubbliche. Solo di cartoni animati, ma un cambiamento è in atto e il governo saudita ne deve tenere conto, visto che il 60 percento della popolazione è composto da ragazzi che hanno meno di 21 anni. “Lavoriamo in silenzio, per lanciare un sasso nello stagno, in modo che pian piano si formi un’opinione pubblica compatta nel chiedere l’apertura delle sale cinematografiche nel nostro Paese. L’industria del cinema non ha nulla d’immorale, ma ci vuole tempo perché ottenga una sua legittimità in Arabia Saudita”, spiega Mohammed Bazaid, un altro regista saudita presente al Festival di Abu Dhabi. Il cinema saudita non è un’esclusiva maschile. Proprio una donna, Harifaa al-Mansour, è stata la prima a dare visibilità alla cinematografia del suo Paese. I suoi documentari e il suo ultimo film, chiamato  2005’s Nisaa bila Dhill (Donne senza finestre), sono stati acclamati anche nei festival internazionali. “Viviamo la realtà di un Paese dove alcuni ritengono che le donne non debbano guidare”, dice Harifaa, “figurarsi se è facile accettare l’idea del cinema. La società saudita lancia dei segnali di emancipazione, e il cinema è uno di quelli. Servirà, come tante altre cose, a mettere i conservatori nella soffitta della storia”.

Christian Elia

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