Il cinema in Arabia Saudita è appena tollerato, ma non mancano gli autori di qualità e un pubblico appassionato
Saranno sette i film prodotti in Arabia Saudita che
prenderanno parte al Festival Cinematografico di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi
Uniti, organizzato dalla Abu Dhabi Cultural Foundation, in programma dal
1 al 6 marzo. Non era mai successo
prima che fossero così tanti.
Cinema di frontiera. Il festival, per l’industria
cinematografica della regione, è un punto di riferimento e la notizia è che
l’Arabia Saudita si presenti in forze. Nel Paese più sacro
per l’Islam, che ospita le città di Mecca e Medina, i cinema sono infatti
banditi, anche se tollerati in alcuni centri minori. Sono ritenuti, al pari dei
teatri, incompatibili con la lettura conservatrice dell’Islam, maggioritaria in
Arabia Saudita. Ma questo non ha fermato una crescente attenzione verso il
mezzo cinematografico, soprattutto negli ambienti della casa regnante. I sette
film in concorso ad Abu Dhabi sono infatti prodotti dalla
Rotana, una
casa di produzione di proprietà del principe Alwaleed bin Talal, uno degli
uomini più ricchi del mondo ed esponente della famiglia reale Saud, noto per il
suo cosmopolitismo. Uno dei titoli sauditi che sbarcheranno al festival è un
documentario chiamato
Cinema 500 km e il titolo si riferisce alla
distanza che copre il protagonista della pellicola, un saudita appassionato di
cinema, per raggiungere il vicino stato del Bahrein dove le sale cinematografiche
sono lecite.
Un segno del cambiamento. “Il documentario pone una
domanda molto semplice: perché non ci sono cinema qui?”, racconta Abdullah
Eyaf, il 28enne regista di
Cinema 500 km. “Volevo che fosse uno spunto
di riflessione per i sauditi, che generi
un dibattito sulla questione nel mio Paese. Quello che voglio è che tutti noi
riflettiamo sul fatto che circa l’80 percento dei clienti delle sale
cinematografiche del Bahrein è composto da sauditi. Il popolo saudita ha voglia
di cinema, e allora perché negarglielo?”
In realtà qualcosa si sta muovendo nel regno conservatore,
tanto che per la prima volta dagli anni Settanta (periodo nel quale
l’atteggiamento delle autorità verso il cinema è diventato più duro),
nella
capitale Riad, sono state tenute proiezioni pubbliche. Solo di
cartoni animati, ma un cambiamento è in atto e il governo saudita ne
deve tenere
conto, visto
che il 60 percento della popolazione è composto da ragazzi che hanno
meno di 21 anni. “Lavoriamo in silenzio, per lanciare un sasso nello
stagno, in
modo che pian piano si formi un’opinione pubblica compatta nel chiedere
l’apertura delle sale cinematografiche nel nostro Paese. L’industria
del cinema
non ha nulla d’immorale, ma ci vuole tempo perché ottenga una sua
legittimità
in Arabia Saudita”, spiega Mohammed Bazaid, un altro regista saudita
presente
al Festival di Abu Dhabi. Il cinema saudita non è un’esclusiva
maschile. Proprio
una donna,
Harifaa al-Mansour, è stata la prima a dare visibilità alla
cinematografia del suo Paese. I suoi documentari e il suo ultimo film,
chiamato 2005’s Nisaa bila Dhill (Donne senza
finestre), sono stati acclamati anche nei festival internazionali.
“Viviamo la realtà di un Paese dove alcuni ritengono che le donne non debbano
guidare”, dice Harifaa, “figurarsi se è facile accettare l’idea del
cinema. La società saudita lancia dei segnali di emancipazione, e il cinema
è uno di quelli. Servirà, come tante altre cose, a mettere i conservatori nella
soffitta della storia”.