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Profughi su profughi. “I campi hanno subito danni
ingenti”, racconta Alessandro, “Quasi tutte le costruzioni sono di mattone
crudo e l’acqua le ha fatte sprofondare. Gli animali, che vengono tenuti in alcuni
recinti all’aperto, sono sopravvissuti. Il problema però è che tutte le
strutture comunitarie sono state distrutte: scuole, asili, ospedali, dispensari
di medicinali e soprattutto i mercati sono stati spazzati via e, come
dappertutto, per i saharawi i mercati sono fondamentali”. Molte famiglie, per
paura delle inondazioni, sono fuggite sulle collinette che circondano i campi
nei pressi di Tindouf, in Algeria, dove i saharawi trovarono rifugio a metà
degli anni Settanta, in fuga dai bombardamenti dell’aviazione marocchina.
Secondo le prime cifre fornite dalla Mezza Luna Rossa, più di 12mila famiglie
si trovano adesso senza tetto. Il terreno dove sorgono i campi profughi, non
riesce ad assorbire le piogge, rare ma torrenziali, e la situazione è precipitata
in pochi minuti.
Aiuti coordinati. “Abbiamo subito concentrato i
nostri sforzi per contenere il rischio di epidemie”, prosegue Alessandro. “I
pozzi neri sono esplosi e tonnellate di rifiuti sono state spazzate via
dall’acqua, assieme ai resti della macellazione degli animali. Abbiamo
cominciato a lavorare alla disinfestazione ambientale e alla messa in
sicurezza, con cloro e calce, di questi pozzi”. Alessandro, esponente di
Africa70 e SIVtro Veterinari Senza Frontiere Italia, lavora a progetti di sanità
animale e di produzione di alimenti per l’allevamento nelle tendopoli saharawi,
occupandosi anche di formazione dei giovani. “Un aspetto interessante di questa
vicenda”, sottolinea il veterinario, “è che questa volta siamo riusciti a darci
un coordinamento. Tutti gli internazionali presenti nei campi profughi
saharawi, alla sera, si ritrovavano e pianificavano assieme gli interventi.
Dovrebbe essere sempre così, per permettere agli aiuti umanitari di avere un
logica. A volte succede che arrivi qualcuno dall’estero, con le migliori
intenzioni, e cominci a dedicarsi a un progetto senza confrontarsi con chi
magari ha lavorato allo stesso progetto prima di lui”.
Non solo pane. Ma la macchina degli aiuti come ha funzionato?
“Piuttosto bene”, dice Alessandro, “i primi a muoversi sono stati gli algerini,
che dalla vicina base militare di Tindouf hanno mandato ospedali da campo,
tende, autobotti con acqua potabile e medici. Subito dopo sono arrivati gli
aiuti spagnoli, che hanno organizzato un’operazione in grande stile, poi sono
arrivati gli aiuti dall’Italia, sempre sensibile alla questione saharawi”. Come
anche gli spagnoli che, da quando hanno abbandonato il Sahara Occidentale
all’invasione del Marocco, dal punto di vista umanitario sono sempre presenti.
Ma le Nazioni Unite? “Loro sono arrivati per ultimi e non con la Minurso (la
missione dell’Onu per il Sahara Occidentale), che pure aveva uomini e mezzi per
intervenire, ma con una squadra d’ispettori dell’Unhcr (Alto Commissariato Onu
per i rifugiati), che hanno eseguito un sopralluogo. Per fortuna, il fatto di
aver lavorato tutti assieme ci ha permesso di fornire richieste ben mirate e
questo dovrebbe servire come modus operandi, in cooperazione tra le grandi
agenzie dell’Onu, che si muovono con i loro tempi, e le persone che conoscono
la realtà del terreno”. Come sempre c’è un momento nel quale va gestita
l’emergenza e un momento nel quale bisogna guardare avanti. “Gli aiuti sono
stati fondamentali e, vista la distruzione di alcuni depositi alimentari, il
cibo era una preoccupazione fondamentale”, spiega il cooperante di Africa70,
“ma il rischio è che si continuino a mandare aiuti di emergenza senza tenere
presente che vanno ricostruite le infrastrutture. Per questo, nella nostra
campagna per i saharawi, chiediamo il denaro necessario a ricostruire le
scuole, gli ospedali e le macellerie, solo per fare alcuni esempi, per
permettere a queste persone, passata l’emergenza, di avere una vita dignitosa.
Bisogna impedire che si sentano sempre più profughi”. Christian Elia