02/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Donne stuprate e abbandonate, chiuse a forza nei "centri di riabilitazione sociale"
Nawal è una donna libica di 32 anni, non è sposata ed è costretta a vivere lontano dalla famiglia in una delle case di riabilitazione (Centri di Benessere Sociale ) che sono state allestite in Libia per dare rifugio alle donne in cerca di protezione. “Alla morte di mio padre – ha raccontato nel corso di un’intervista a Human Right Watch - un parente di mia madre venne da me e mi sussurrò che avrei dovuto sposarlo. L’uomo iniziò ad accusarmi, davanti a mia madre, di andare assieme ai ragazzi, e un giorno mi portò in un luogo dove non ero mai stata e mi stuprò. Mia madre non volle credermi, poi un medico decise che la relazione era stata consensuale e, pur essendo rimasta incinta, venni messa in carcere. Un anno dopo, quando fui rilasciata, scoprii che mio figlio era stato dato in adozione, a chi non so, e che la famiglia mi aveva rinnegata”.
 
Riabilitazione sociale. Le case di riabilitazione sono centri in cui trovano ospitalità le donne segnate da qualche genere di peccato: rinnegate dalle famiglie per condotta immorale o questioni d’onore, abbandonate dai mariti o, peggio, stuprate. Come se subire violenza potesse essere una colpa. In teoria questi centri sarebbero un’ancora di salvezza dall’emarginazione, in una società ancora largamente tradizionalista come quella libica, tuttavia, stando alle dichiarazioni delle persone che vi vengono ospitate, finiscono spesso per aggiungere ulteriori sofferenze a vite già segnate dal dolore. “Come le si può considerare dei rifugi – ha dichiarato una ricercatrice di Hrw - se la maggior parte delle donne e delle ragazze che abbiamo intervistato dicono che, se solo potessero, non esiterebbero a fuggire?”
 
Human Rights Watch. In un rapporto di Hrw, pubblicato a febbraio 2006, si sostiene che “a dispetto del nome, le case di riabilitazione sono molto simili a prigioni: donne e ragazze dormono in stanzoni sotto chiave e non sono autorizzate a uscire dal perimetro della casa. Spesso sono costrette a periodi di isolamento dai custodi che le puniscono per motivi banali. Devono subire visite mediche e costanti esami della verginità, anche per le minorenni. Per la loro riabilitazione non sono previste forme di educazione, soltanto l’indottrinamento religioso settimanale. Non devono possedere oggetti personali e possono avere contatti telefonici solo con la famiglia, anche questi sotto osservazione”. Una volta che le donne entrano in questi centri, risultano sottoposte all’autorità dello stato: non sono libere di andarsene e nemmeno di contestare la prigionia davanti a una corte.
 
Fuggire. Per le donne rinchiuse in queste case esistono solo due modi per fuggire: o un parente si offre di riprenderle sotto la propria tutela, oppure accettano di sposarsi, il più delle volte con degli sconosciuti. Secondo uno degli avvocati citati nel rapporto di Hrw, la prima possibilità è un fatto molto raro, mentre capita con una certa frequenza che uomini, per lo più venuti da fuori città, si presentino ai centri in cerca di moglie. Sono i responsabili delle strutture che decidono quali donne sono pronte per sposarsi: “Diamo in spose solo quelle che non creano problemi e con una solida morale” spiega il capo di una casa non lontano da Tripoli. Le case di riabilitazione diventano così anche un luogo dove trovare moglie in modo economico: “Non ci sono spese prematrimoniali - dichiara nel rapporto un pubblico ministero egiziano -, è molto più semplice che sposare una donna con famiglia. Decisamente non sembrano le premesse per un buon matrimonio. Ma forse è sempre meglio che passare il resto della vita a fare pulizie e letture religiose in un una casa di riabilitazione, il cui scopo è soprattutto quello di tenere le peccatrici lontano dagli occhi della gente.
 

Naoki Tomasini

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