L’aria, a 3500 metri di altitudine, inizia a farsi rarefatta. In quelle condizioni
vivere è molto faticoso. Non per tutti però. Nella comunità di X’oyep, nella zona
degli Altos, in Chiapas, esiste un gruppo di persone che, anche in queste situazioni
estreme, riesce ugualmente a sopravvivere, e a resistere alle ingiustizie.
Chi sono. Sono le ‘Abejas’, letteralmente tradotto le Api, uomini e donne di fede cristiana,
tristi protagonisti del massacro di Acteal, avvenuto per mano dei paramilitari
il 22 dicembre del 1997, e nel quale morirono 49 civili innocenti, non zapatisti, riuniti
in preghiera all’interno di una piccola chiesa. Le Api sono un movimento di resistenza
pacifica. Sono indigeni appartenenti alla popolazione di origine Maya Tzotzil,
con antichissime tradizioni. Volevano, e vogliono tutt’oggi, continuare a vivere
in pace nelle loro terre, avendo la possibilità di coltivarle senza l’ansia quotidiana
delle intimidazioni dei paramilitari. E senza la paura di nuovi attacchi, che
animano sempre più frequentemente la guerra a bassa intensità che in Chiapas è
protagonista da molti anni.
Le Api hanno scelto una forma di lotta differente da quella degli uomini del
Sub Comandante Marcos. Non hanno armi, ma una forza interiore enorme, supportata
da una grande fede in Dio e dalla forza del gruppo.
Era il 1992 quando decisero di riunirsi in un’associazione. Era un momento particolare
della vita delle popolazione degli Altos: stavano prendendo coscienza del fatto
che le autorità municipali non risolvevano i problemi che si incontravano nelle
comunità. Decisero, anche perché le autorità chiedevano loro chi fossero, di dare
un nome ufficiale all’organizzazione. Il nome venne spontaneo: Società Civile
le Api. Come questi insetti, infatti, essi ritengono di essere ben organizzati,
laboriosi, rispettosi delle regole di convivenza in un gruppo. Ma loro hanno anche
un altro scopo: sono uniti per la giustizia sociale. Senza differenze.
Prima di questo nome ufficiale (Api), invece, amavano definirsi semplicemente
‘popolo credente. “Dopo i fatti di Acteal e dopo la situazione che si era venuta
a creare nelle nostre comunità, ci eravamo stancati di sentire certi discorsi
dai politici –racconta uno dei loro rappresentanti – e abbiamo capito di non essere
d’accordo con quello che dicevano i partiti politici. Noi vogliamo arrivare a
una soluzione giusta. Non vogliamo che i politici
ci coinvolgano nei loro discorsi perché loro accettano che si compiano i massacri.
E’ per questo che siamo rimasti ai margini come popolazione neutrale”.
Arrivi in comunità. Dai primissimi giorni del 1998, la comunità di X’oyep, che fino ad allora contava
poco meno di 200 abitanti, ha visto l’arrivo di oltre 2000 persone, scappate dagli
orrori perpetrati dai paramilitari a Acteal. Inevitabilmente, hanno contribuito
a complicare la vita degli abitanti della comunità. A X’oyep non esisteva la fogna
(non esiste tutt’ora), non c’era acqua potabile, non c’erano bagni e mancava qualsiasi
tipo di controllo sanitario. Con l’arrivo degli sfollati la situazione è soltanto
peggiorata. Ma la forza del gruppo, e secondo quanto raccontano anche una buona
dose di preghiere, ha di fatto abbassato la pressione dei paramilitari.
I fatti. Nel 1994, quando l’esercito zapatista di liberazione nazionale insorse in armi
e occupò molte città del Chiapas, loro c’erano. Anche se non erano armati. Facevano
parte già allora della società civile appoggiata da molte associazioni internazionali.
Da subito, infatti, condannarono la scelta zapatista di armarsi, ma la appoggiarono
in tutto e per tutto. La loro è sempre stata una forma di resistenza pacifica.
Nel 2005 hanno partecipato alle riunioni tenute dal movimento zapatista per la
creazione della Otra Campaña.
Sono cambiate molte cose dal quel lontano, ma mai dimenticato, dicembre del ’98.
I paramilitari esistono ancora, ma fanno un po’ meno paura di prima e, se prima
del massacro di Acteal esisteva una forte minaccia di morte per questi indigeni
Tzotziles, adesso che sono molto uniti la minaccia è diventata più flebile. E,
anche se non hanno a disposizione un mago della comunicazione come il Sub Comandante
Marcos, hanno alzato la voce e fatto sentire al Messico, ma anche al mondo intero,
che esistono anche loro e sono pronti a resistere pacificamente e, soprattutto,
uniti.