Scontri in Birmania vicino alla nuova capitale Pyinmana. Parla un prigioniero dell’esercito
Ogni tanto, dopo
aver trovato rifugio nelle fila della guerriglia o oltre confine, raccontano la
loro drammatica esperienza alle organizzazioni umanitarie o ai giornali del
dissenso. Solo così veniamo a conoscenza dell’esistenza in Myanmar (Birmania
fino al 1989) dei cosiddetti
“portatori”, ovvero i prigionieri dell’esercito
costretti a trasportare carichi di munizioni e anche a fare strada sui terreni
minati. Aung Min è uno di questi, la prova vivente che in questi giorni le
truppe governative birmane stanno usando i portatori nell’ultima offensiva
contro il gruppo guerrigliero Unione nazionale karen.

Da carcerato a portatore. La sua storia,
raccolta dal quotidiano di esuli birmani in Thailandia “Irrawaddy”, è
purtroppo simile a quella di molti altri. Nell’aprile 2004 è stato
arrestato per
aver importato riso illegalmente nell’Arakan, Stato birmano del sud
spesso
colpito da carestie, e condannato a sette anni di prigione. Lo scorso
gennaio,
tuttavia, i soldati hanno deciso di trasferirlo con altri duecento
detenuti nel
carcere di Thaton, nello Stato Mon, più vicino al fronte del conflitto.
Da qui
i duecento sono stati divisi in due gruppi per seguire i militari nelle
foreste,
dove di solito avvengono i combattimenti. Min si è ritrovato con altri
43
uomini a trasportare i rifornimenti del battaglione di fanteria leggera
151,
fino a quando non ha trovato una via di fuga verso i campi dei
guerriglieri
karen, una delle etnie più popolose del Paese asiatico.
Dieci giorni di paura. Min ha camminato per
dieci giorni nel terrore. “Ogni giorno ero sempre più spaventato”, ha detto
all’Irrawaddy. “Ho saputo che sarei stato torturato , come i miei amici, se non
fossi riuscito a proseguire e che non mi avrebbero curato se mi fossi
ammalato”. L’uomo ricorda la tragica fine di un compagno, Than Tun, ucciso a
colpi d’arma da fuco perché malato e troppo debole per continuare a trasportare
il pesante carico. Dalla mente non riesce a cancellare le voci dei soldati:
“Non state andando in pellegrinaggio. Se non riuscite a proseguire, non sarete
lasciati indietro vivi”.

Gli ultimi scontri. Altre fonti dal
confine fra Birmania e Thailandia, dove si trovano i campi di profughi e
diverse organizzazioni che contestano la giunta militare birmana, denunciano
che alcuni monaci sono stati prelevati dalla prigione di Insein, non lontana
dalla capitale Yangon (ex Rangoon), per essere usati
come portatori nello Stato Karenni, un’altra delle
black area dove si consumano gli scontri con i separatisti,
inaccessibili a visitatori esterni. Anche il generale Mahn Sha, dell’ Unione
nazionale karen, ha confermato che ci sono state recenti schermaglie tra il suo
esercito e quello governativo. A febbraio la giunta ha compiuto tre operazioni
militari vicino alla città di Taunggu, solo 56 chilometri dalla nuova capitale
amministrativa
Pyinmana, e un’altra offensiva è in preparazione. Centinaia di
persone hanno già lasciato le loro case. Quest’area è al momento controllata
dai ribelli, ma il governo è più che mai determinato a disperdere tutti i
militanti attorno alla nuova misteriosa cittadella.