stampa
invia
“Sono stati rilasciati dopo sessanta ore. Stanno bene, tutto sommato.
Se la sono vista davvero brutta”. Fratel Carlo Zacquini, coordinatore
della Pastorale Indigenista a Roraima, in Brasile, è sollevato. I tre
missionari rapiti il 9 gennaio dal centro cattolico di Surummu, nella
riserva indigena di Raposa Serra do Sol, nel nord dello stato
amazzonico di Roraima, sono rimasti più di due giorni in balia della
furia dei fazenderos e dei loro sostenitori. Entrati nella missione, i
coloni hanno saccheggiato l’ospedale, la scuola e la mensa.
“Quanti danni – racconta fratel Carlo –. Ci sarà da lavorare duramente
per rimediare”. Adesso la situazione sembra tornata alla normalità.
“Sono già arrivati in tanti a dare una mano, con pazienza sistemeremo
tutto. Ma la tensione rimane. E si temono nuove violenze”. A provocare
la feroce reazione dei coloni è stata la decisione del governo Lula di
riconoscere ufficialmente, entro la fine di gennaio, la proprietà di
quelle terre agli indios. Questo significa che tutti i coloni dovranno
arrendersi e abbandonare Raposa do Sol per lasciarla ai legittimi
proprietari.
Perché attaccare proprio la missione Surummu? “Perché è considerata una
sorta di covo sovversivo – spiega fratel Carlo -. In particolare è la
scuola a essere malvista dai fazenderos . E’ frequentata da una
cinquantina di indios. I corsi sono prevalentemente incentrati
sull’agronomia e sull’allevamento del bestiame. L’intento è educarli a
sfruttare al meglio le risorse naturali. Ma al centro di ogni
insegnamento c’è il rispetto della loro cultura millenaria. E’ questo
che ai coloni non va giù. Nelle nostre aule si rafforzano coscienza
comune, identità e dignità. Molte ore sono dedicate a tramandare
oralmente religioni e miti. Ci sono momenti in cui le anziane dei
villaggi vengono invitate a parlare, a raccontare. Momenti di memoria
collettiva”.
La scuola è coordinata da una coppia di spagnoli, volontari laici della
missione. “Col tempo, Surummu è diventato un punto di riferimento
culturale e politico per ogni comunità vicina. I capi villaggio vengono
qui per discutere, riunirsi, confrontarsi. Parlano di politica, di
problemi sociali. E’ una sorta di sala consiliare. Si decide il da
farsi per il bene di Raposa do Sol”.
Sono gli stessi capo villaggio a decidere dovrà frequentare le lezioni.
“Il prescelto diverrà il custode della cultura, colui che dovrà
reinvestire il sapere per aiutare la comunità. Ha un ruolo di grande
responsabilità”. E’ una figura voluta fortemente dagli indigeni, che in
passato hanno dovuto sopportare la fuga dei cervelli. “Prima di questa,
c’era una tipica scuola di secondo grado, organizzata sui programmi
ministeriali e, quindi, non adeguata alle esigenze indigene – spiega il
frate –. I ragazzi non ricevevano nessun tipo di sensibilizzazione ai
problemi della propria gente e, una volta diplomati, abbandonavano i
villaggi verso le grandi città, in cerca di soldi e di fortuna. Una
situazione deleteria per queste comunità, già decimate dalla violenza
dei coloni”.
Questo ha portato, negli anni, alla chiusura della scuola. Poi è stata
inaugurata la nuova, ideata e voluta dagli indios. “Pensata e creata a
loro immagine e somiglianza”. Adesso le lezioni sono tenute da
professori indigeni e i missionari servono solamente a coordinare.
Niente più. “Stiamo raggiungendo lo scopo che ogni missione dovrebbe
avere – conclude fratel Carlo Zacquini -, divenire superflui. Se non
fosse per i fazenderos che minacciano continuamente la loro incolumità,
gli indios vivrebbero bene, molto bene. Hanno tutti gli strumenti per
evolversi e coltivare la propria grande civiltà. Il momento della
restituzione delle terre si sta avvicinando. E sarà allora che questa
gente tornerà a essere libera veramente. Al di là delle violenze e dei
soprusi”.