L'opposizione tailandese prevede una rivolta popolare se il primo ministro non se ne andrà
Scritto per noi da
Adriano Seu
O il premier Thaksin
Shinawatra se ne andrà entro domenica, o sarà costretto a lasciare l'incarico
dalle proteste popolari. Questo l'ultimatum lanciato oggi dall'opposizione al
premier tailandese. Dopo le sempre più crescenti e ravvicinate manifestazioni
di dissenso popolare, Shinawatra ha proclamato lo scioglimento del Parlamento
e
indetto nuove elezioni per il prossimo 2 aprile, che l'opposizione promette
però di boicottare. La situazione è incandescente. Giorno dopo giorno, la
popolarità del premier tocca record negativi e la tensione minaccia di
esplodere in una rivolta vera e propria.

Tensione
alle stelle. Negli
ultimi mesi, "l’istrionico" Shinawatra – appellativo meritatosi
grazie a trovate propagandistiche ed eccentriche quali la messa in onda di un
reality show su se stesso – ha ripetutamente tentato di ovviare al vertiginoso
calo di consensi dovuto ai suoi molteplici, e spesso conflittuali, interessi
politici ed economici. Tuttavia, ogni tentativo del buon Thaksin non solo non
è
andato a buon fine, ma ha addirittura prodotto l’effetto contrario. Nel mese di
febbraio la tensione e le manifestazioni popolari hanno visto la partecipazione
di un numero sempre più elevato di persone. Tantissimi sono stati i
manifestanti il 4 febbraio, e ancor di più il sabato successivo, quando in
50mila si sono radunati per le strade di Bangkok. Si è trattato della più
imponente manifestazione da quando, nel 2001, Shinawatra ha assunto le redini
del governo. A nulla è valsa la sua promessa di indire un referendum
costituzionale. I tre partiti che guidano il fronte dell’opposizione (Alleanza
Democratica, Tabella Tailandese e Mahachon) hanno intensificato le loro
proteste e indetto una nuova manifestazione, ulteriormente indispettiti dalla
decisione
del Tribunale Nazionale di non aprire alcuna inchiesta sull’accordo concluso
tra la Shin Corp., impresa di proprietà del premier, e un gruppo industriale di
Singapore.
Mossa
a sorpresa. La
massiccia manifestazione di dissenso dell'11 febbraio ha inizialmente spinto
Shinawatra ad esortare la gente affinché non presenziasse a pubblici cortei,
salvo poi decidere per un vero e proprio colpo a sorpresa. Il 24 febbraio, dopo
un lungo colloquio col re Bhumipol Adulyadej,
il premier ha annunciato lo scioglimento del Parlamento e la indizione
di nuove elezioni per il 2 aprile. Anche questa decisione è servita solo ad
alimentare il malcontento dei contestatori, il cui bersaglio è Shinawatra in
prima persona, intervenuto immediatamente alla radio per annunciare una serie
di misure volte a rafforzargli i consensi delle classi povere e meno abbienti.
Sono stati promessi aiuti economici ai funzionari statali e ai contadini,
compresa la cancellazione di parte dei loro debiti con lo Stato, agevolazioni
agli studenti, nuove forme di lavoro part time per aumentare il flusso
occupazionale e perfino l’aumento dello stipendio minimo a Bangkok, dove
l’opposizione è più forte. Gli analisti sostengono che la mossa di Thaksin sia
stata molto furba e, probabilmente, gli garantirà la vittoria in aprile,
considerando il breve lasso di tempo previsto per la campagna elettorale – solo
37 giorni a fronte dei 60 previsti dalla Costituzione – e le risorse economiche
di cui dispone per la competizione elettorale. Anche secondo Ammar Siamwalla,
membro onorario dell’Istituto di Sviluppo Tailandese, “si tratta di un calcolo
astuto. Il Primo ministro ha scelto di sciogliere il Parlamento unicamente
perché è sicuro che verrà ricostituito in modo da garantirgli una nuova
maggioranza”.

Scontro
frontale e scenari preoccupanti. La manifestazione popolare del 25 febbraio scorso, seguita
all’annuncio dello scioglimento del Parlamento, ha fatto registrare il nuovo
record di partecipazione nella storia del governo Shinawatra, abbattendo quello
fatto registrare solo due settimane prima. Secondo le indicazioni diffuse dai
partiti che guidano l’opposizione, almeno 200mila persone sarebbero accorse
alla protesta, anche se secondo la polizia non erano più di 50mila. In 10mila
hanno pernottato all’aperto, nella piazza antistante il Palazzo Reale. Suriyai
Katasila, uno dei leader dell’opposizione, ha annunciato che “le proteste
proseguiranno irrevocabilmente sino alla destituzione del Primo ministro”,
mentre gli altri partiti che guidano la contestazione hanno annunciato il
boicottaggio delle elezioni e hanno intimato il premier ad abbandonare il
proprio incarico entro domenica prossima. Dall’attuale scenario politico non
sembra emergere una soluzione a breve termine. Shinawatra ha semplicemente
promesso delle riforme costituzionali, ma il fronte unito dei contestatori
chiede un impegno scritto e la nomina di un premier ad interim da parte del Re
come condizioni imprescindibili per partecipare regolarmente alla consultazione
elettorale. Numerosi studiosi e accademici si sono schierati con i partiti
dell’opposizione, dichiarando, come ha fatto Somchai Preechasilpakul -
conferenziere dell’Università di Chiang Mai - che il boicottaggio non andrebbe
contro la legge o contro i principi democratici, trattandosi di una resistenza
legittima, perfettamente dentro la legalità e perfino nobile. Nel frattempo,
c’è anche chi - come il Generale Panlop Pinmanee, a capo del servizio di
controllo degli organi di sicurezza interni - ha paventato il rischio di una
rivolta militare nel caso l’instabilità politica si aggravi ulteriormente.