01/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il film di Sam Mendes denuncia la guerra, ma non graffia
A vedere il trailer, ci si aspetta un bel filmone di denuncia sulla guerra e sulla durezza della vita militare, magari sull’attuale guerra in Iraq. Alla fine della proiezione di Jarhead, nuovo film del regista inglese Sam Mendes (Oscar per American Beauty), ti chiedi cos’hai appena visto. Un “Deserto dei tartari” ambientato nel Golfo Persico? Un war movie sulla solitudine del soldato? La denuncia di una guerra inutile e praticamente non combattuta dalle truppe Usa sul campo? Un po’ di tutto ciò. Forse proprio per il tentativo di mettere troppa carne al fuoco, Jarhead però non è un film che ti resta dentro, di quelli che ti fanno riflettere appena usciti dalla sala.
 
La storia. Tratto dall’omonimo libro autobiografico dell’ex marine Anthony Swofford, Jarhead (il titolo, “testa di barattolo” viene dal nomignolo appiccicato ai marine per il loro caratteristico taglio di capelli) è ambientato nella prima guerra del Golfo, quella dichiarata dagli Usa nel 1991 per rispondere all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Il film segue la storia di Tony “Swoff” Swofford (interpretato da Jake Gyllenhaal), dal campo di addestramento all’invio del contingente in Arabia Saudita, in attesa di farsi valere sul campo. Sulla base del motto-tormentone “Io sono niente senza il mio fucile, il mio fucile è niente senza di me”, il film mostra come la vita militare forgia il soldato diventando la sua unica vita. Rendendolo un puro strumento di guerra, incapace di riadattarsi alla vita civile: un uomo solo, che nell’esercito perde i suoi legami affettivi e senza combattere non si sente realizzato.
 
L’assurdità della vita militare. Fin qui, niente di originale. Tanto che i primi minuti sembrano una copia di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick: un più che ripetuto “benvenuto nella merda” fa capire che la vita da soldato è davvero dura. Quel che Mendes mette di suo, con musiche non sempre azzeccate e sequenze a volte bislacche, è l’assurdità della mentalità militare al giorno d’oggi. Che senso ha nella guerra moderna, sembra chiedersi, mantenere una macchina di centinaia di migliaia di uomini, se poi la guerra si vince con le bombe lanciate dagli aerei? Che senso ha insegnare a odiare il nemico, se molti di questi soldati un nemico in carne e ossa non lo vedranno mai? Che senso ha mandare le truppe allo sbaraglio nel deserto, a 50 gradi all’ombra, appesantiti da tute pesantissime? Swofford e i suoi compagni, tra cui si distinguono il sergente Sykes (Jamie Foxx) e l’amico Troy (un sorprendente Peter Sarsgaard), inseguiranno una guerra che sfugge loro continuamente di mano, rendendosi conto di tutto questo. Tanto che alla fine viene naturale schierarsi con loro, e desiderare di poter finalmente usare questo benedetto fucile.
 
Le critiche. Buona la prova degli attori, anche se il tanto strombazzato nuovo divo Gyllenhaal (Brokeback Mountain) fatica a levarsi dalla faccia quell’espressione straniata da Donnie Darko, ormai cresciutello e decisamente nerboruto. Il film, però, stenta. Non è un caso che negli Stati Uniti sia stato bocciato sia dalla critica di destra sia da quella di sinistra: la prima perché ovviamente il film non mette in buona luce l’esercito a stelle e strisce, la seconda perché non graffia come promette e come potrebbe, specie in un momento storico come questo. E’ il primo film che denuncia la strage della cosiddetta “autostrada della morte”, quando l’aviazione statunitense massacrò dall’alto l’esercito iracheno ormai in ritirata. Ma anche in questo caso, la denuncia è buttata lì, senza darle troppo peso, come se capitasse per sbaglio nel film. Come la comparsa del veterano con problemi mentali. Anche per questo, il nome di Mendes continuerà a rimanere legato ad American Beauty, ma difficilmente a Jarhead

Alessandro Ursic

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