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La storia. Tratto dall’omonimo libro autobiografico dell’ex marine Anthony Swofford, Jarhead (il titolo, “testa di barattolo” viene dal nomignolo appiccicato ai marine per
il loro caratteristico taglio di capelli) è ambientato nella prima guerra del
Golfo, quella dichiarata dagli Usa nel 1991 per rispondere all’invasione del Kuwait
da parte di Saddam Hussein. Il film segue la storia di Tony “Swoff” Swofford (interpretato
da Jake Gyllenhaal), dal campo di addestramento all’invio del contingente in Arabia
Saudita, in attesa di farsi valere sul campo. Sulla base del motto-tormentone
“Io sono niente senza il mio fucile, il mio fucile è niente senza di me”, il film
mostra come la vita militare forgia il soldato diventando la sua unica vita. Rendendolo
un puro strumento di guerra, incapace di riadattarsi alla vita civile: un uomo
solo, che nell’esercito perde i suoi legami affettivi e senza combattere non si
sente realizzato.
L’assurdità della vita militare. Fin qui, niente di originale. Tanto che i primi minuti sembrano una copia di
Full Metal Jacket di Stanley Kubrick: un più che ripetuto “benvenuto nella merda” fa capire che
la vita da soldato è davvero dura. Quel che Mendes mette di suo, con musiche non
sempre azzeccate e sequenze a volte bislacche, è l’assurdità della mentalità militare
al giorno d’oggi. Che senso ha nella guerra moderna, sembra chiedersi, mantenere
una macchina di centinaia di migliaia di uomini, se poi la guerra si vince con
le bombe lanciate dagli aerei? Che senso ha insegnare a odiare il nemico, se molti
di questi soldati un nemico in carne e ossa non lo vedranno mai? Che senso ha
mandare le truppe allo sbaraglio nel deserto, a 50 gradi all’ombra, appesantiti
da tute pesantissime? Swofford e i suoi compagni, tra cui si distinguono il sergente
Sykes (Jamie Foxx) e l’amico Troy (un sorprendente Peter Sarsgaard), inseguiranno
una guerra che sfugge loro continuamente di mano, rendendosi conto di tutto questo.
Tanto che alla fine viene naturale schierarsi con loro, e desiderare di poter
finalmente usare questo benedetto fucile.
Le critiche. Buona la prova degli attori, anche se il tanto strombazzato nuovo divo Gyllenhaal
(Brokeback Mountain) fatica a levarsi dalla faccia quell’espressione straniata da Donnie Darko,
ormai cresciutello e decisamente nerboruto. Il film, però, stenta. Non è un caso
che negli Stati Uniti sia stato bocciato sia dalla critica di destra sia da quella
di sinistra: la prima perché ovviamente il film non mette in buona luce l’esercito
a stelle e strisce, la seconda perché non graffia come promette e come potrebbe,
specie in un momento storico come questo. E’ il primo film che denuncia la strage
della cosiddetta “autostrada della morte”, quando l’aviazione statunitense massacrò
dall’alto l’esercito iracheno ormai in ritirata. Ma anche in questo caso, la denuncia
è buttata lì, senza darle troppo peso, come se capitasse per sbaglio nel film.
Come la comparsa del veterano con problemi mentali. Anche per questo, il nome
di Mendes continuerà a rimanere legato ad American Beauty, ma difficilmente a Jarhead. Alessandro Ursic