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Scontri al nord. Già da mesi si moltiplicavano gli allarmi per la
possibile ripresa della guerra civile. Nelle ultime due settimane circa 5 mila
persone hanno abbandonato la parte nord-occidentale del Paese per rifugiarsi
nel Ciad meridionale, raccontando di scontri tra l’esercito e gruppi armati non
identificati. “Al momento non sappiamo chi ci sia dietro questi scontri”
dichiara a PeaceReporter Helene Caux
dell’Acnur (Alto Commissariato Onu per i Rifugiati) “ma i profughi raccolti
alla frontiera parlano di assalti ai villaggi, saccheggi e di numerosi morti e
feriti. Ci stiamo organizzando per trasferirli in campi profughi più sicuri,
lontano dal confine, e nelle prossime settimane tenteremo di fornire assistenza
anche agli sfollati in Rep. Centrafricana. Ma dipenderà dalle condizioni di
sicurezza”.
Ribelli sconosciuti. Una nuova guerra all’orizzonte? Difficile
dirlo finché non verrà appurata l’identità di questi nuovi “ribelli”. Che
potrebbero essere i sostenitori dell’ex-presidente Angel-Felix Patassé, oppure
gli uomini che aiutarono Bozizé a prendere il potere nel 2003 ma che non hanno
mai ricevuto il pagamento delle loro “prestazioni”. Intanto i deputati di
opposizione del Mouvement
de libération du peuple centrafricain
accusano il governo di aver ucciso più di cento persone, in maggioranza civili,
nel contrattacco lanciato dall’esercito nei pressi della città di Paoua, a
circa 500 km dalla capitale Bangui. Accuse non confermate né dalle Ong operanti
nella regione né dai diplomatici, che ritengono gonfiati i numeri forniti
dall’opposizione. Non conoscendo né l’identità né il numero di questi uomini
armati, è difficile capire se l’esercito sarà in grado di riprendere o meno il
controllo della situazione. Anche se le condizioni in cui versa l’esercito,
come tutto il resto della nazione, non lasciano prevedere nulla di buono.
Promesse
mancate. Quella della Rep. Centrafricana è la storia di una
rinascita mai cominciata. Dopo la firma degli accordi di pace, che hanno messo
fine al conflitto tra il golpista Bozizé e il deposto Patassé (ora in esilio),
la comunità internazionale si è completamente disinteressata del Paese.
Risultato, il programma di disarmo è saltato, nessuna missione di peacekeeping è stata organizzata (per
mantenere l’ordine è arrivato solo un contingente di soldati francesi) e gli
aiuti economici arrivano col contagocce: appena 10 milioni di dollari
quest’anno, contro i circa 100 milioni di euro richiesti dal presidente. La
ricostruzione non è ancora cominciata, lo stato non riesce neanche a pagare i
salari e a fornire i servizi di base. Nessuna sorpresa che le autorità
centrafricane si sentano abbandonate a loro stesse, se confrontate con
l’attenzione di media e organizzazioni internazionali verso altre zone di
guerra come la Liberia o il Congo. E a Bangui si precipita in silenzio verso
una nuova crisi. Matteo Fagotto