03/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il 18 marzo 2003 cominciava la guerra in Iraq
Il 21 gennaio scorso, dopo più di un mese dalla tornata elettorale del 15 dicembre 2005, la Commissione elettorale irachena ha fornito i dati ufficiali delle elezioni politiche. Tutto è andato come previsto, con la vittoria dell'Alleanza Irachena Unificata, guidata da Abdul Haziz al-Hakim, la lista degli sciiti conservatori, che però non sono riusciti a raggiungere la maggioranza assoluta.
 
un seggio elettorale in iraqLa politica. I due partiti sunniti hanno denunciato brogli e irregolarità e i report della commissione internazionale di controllo, pur confermando l'esistenza di violazioni, ha negato che siano state in misura tale da invalidare il voto e chiederne una ripetizione.
Tutto bene quindi, la democrazia ha trionfato. Ma basta guardare ai fatti della cronaca dall’Iraq che arriva, in frammenti sempre più scarni, per rendersi conto che non è affatto così. Quando il Presidente degli Stati Uniti d’America, alla guida della Coalizione dei ‘volenterosi’, ha sferrato il suo attacco al regime di Saddam Hussein, nel marzo del 2003, ha indicato come obiettivo della missione la distruzione delle armi di distruzione di massa del regime iracheno. Alla fine gli stessi vertici politici e militari statunitensi hanno dovuto ammettere che era una bufala, ma hanno difeso l’attacco all’Iraq perché valeva la pena di liberare il mondo da un feroce dittatore, che avrebbe così potuto essere processato per i suoi crimini. E valeva la pena liberare  il popolo iracheno, che così sarebbe stato al sicuro, libero e in uno Stato democratico, e tutto questo sarebbe servito da punto di equilibro per l’intera regione. Proviamo a tracciare un bilancio.
 
una squadra della morteLa guerra civile. Per cominciare il voto ha sancito una realtà di fatto: l’Iraq, inventato a tavolino dal colonialismo inglese degli anni Venti, è tornato a essere un territorio diviso su base etnico-confessionale. Con questo non s’intende che ‘si stava meglio quando si stava peggio’, cioè quando l’Iraq era tenuto assieme dalle baionette della monarchia britannica o dalle stragi di Saddam, ma è un fatto che dopo l’invasione delle truppe della Coalizione la regione sia più instabile di prima. Né meglio, né peggio, solo un dato oggettivo. I fatti drammatici seguiti all’attentato del 22 febbraio scorso a Samarra ne sono la conferma: 200 morti e 100 luoghi di culto devastati. La tensione tra sciiti e sunniti è alle stelle. Gli sciiti, che rappresentano circa il 60 percento della popolazione irachena, sono da sempre sensibili all’influenza politico-religiosa dell’Iran, l’unico Paese al mondo dove gli sciiti governano e non siano ridotti a vivere in un angolo. Un asse tra l’Iran e l’Iraq è un pericolo troppo grande, a maggior ragione adesso che al potere a Teheran c’è un presidente incontrollabile come Ahmadinejad. Discorso differente per i curdi al nord, che sempre più rappresentano un polo d’attrazione per tutti i curdi sparsi tra Siria, Iran e Turchia. Per i curdi di qualunque paese il Kurdistan libero e indipendente è sempre stato un sogno e il rischio è che, pur sapendo che i curdi dell’Iraq settentrionale non otterranno mai un’indipendenza ufficiale, si arrivi a un’autonomia di fatto. Questo innesca due fattori: da una parte una sorta di attrattiva politica che spinge tutte le comunità curde nei vari paesi confinanti con l’Iraq ad aumentare le pressioni sui rispettivi governi, dall’altra parte spinge i governi dei paesi abitati dai curdi a una repressione sempre più violenta per soffocarne l’autonomismo. Basta leggere le cronache turche, siriane o iraniane per rendersene conto. Resta infine il fattore sunnita, una componente della società irachena abituata da 40 anni a gestire il potere e le ricchezze irachene e che adesso si trova messa in un angolo. La partecipazione di due schieramenti sunniti alle elezioni, a differenza delle precedenti tornate elettorali in Iraq dopo l’attacco degli eserciti della Coalizione nel 2003, ha segnato un punto importante sulla strada del ritorno della comunità sunnita nell’agone politico dell’Iraq, ma troppi sono ancora i problemi da risolvere, primo tra tutti la suddivisione dei proventi del petrolio che se dovesse avvenire in modo proporzionale alla composizione etnico-confessionale del Paese, come vorrebbero i curdi e gli sciiti, taglierebbe fuori i sunniti da qualunque incasso. Al momento la situazione sul terreno è questa: la regione è stata, se possibile, ancora più destabilizzata e l’Iraq vive un blocco politico che non si risolverà in tempi brevi.
 
un bimbo irachenoLa società. Il quadro politico quindi non è roseo, ma lo è ancor meno quello della sicurezza e delle condizioni di vita della popolazione. Secondo il sito Iraq Body Count, un coordinamento di ricercatori universitari statunitensi che monitora il numero delle vittime civili in Iraq, la guerra è costata la vita a più di 30mila iracheni. Il numero dei militari morti in Iraq si avvicina a 3mila. I numeri, nella loro asettica indifferenza, rendono l’idea della mattanza, ma il dato più rilevante è che, dopo che la missione è stata ritenuta compiuta dal Presidente Usa Bush il 1 maggio 2003, il numero di vite perdute aumenta invece di diminuire. I militari della Coalizione, per ridurre perdite sempre più consistenti e per tenere a bada le opinioni pubbliche interne, vivono arroccati nelle basi e si muovono solo in convogli blindati. Il lavoro più sporco viene lasciato alla polizia e all’esercito iracheni, che finiscono per essere carne da macello, non avendo un minimo di addestramento di base. Quando non sono i principali responsabili di massacri e violenze, come nel caso dei cosiddetti ‘squadroni della morte’ del ministero degli Interni. Non sono solo i morti però a fare notizia in Iraq: in nessun modo è stato garantito alla popolazione civile un, seppur graduale, ritorno alla normalità. La disoccupazione è endemica e un padre di famiglia in Iraq non ha molta scelta: o si arruola nell’esercito e nella polizia oppure va a lavorare per le aziende straniere che hanno fatto incetta di appalti per la ricostruzione del Paese. In un modo o nell’altro diventano bersaglio della guerriglia, che li tratta da collaborazionisti. Tutte le altre attività sono limitate a una forma di sussistenza, che diventa sempre più dura. Anche perché, se qualcuno riesce a trovare un lavoretto con il quale sfamare la sua famiglia, è sempre sottoposto all’incubo dei sequestri. Le aule scolastiche irachene sono vuote perché le famiglie sono tartassate dai rapimenti dei bambini che, magari anche solo per poche ore, vengono sequestrati dalle bande di criminali comuni che impazzano nelle principali città. A questi ultimi si aggiunge il contingente, che non è possibile quantificare, di miliziani stranieri che vengono a combattere la loro jihad sulla pelle dei civili iracheni, facendosi esplodere nei mercati, nelle moschee e nei luoghi dove si radunano i disoccupati. A proposito di bambini, due report delle Nazioni Unite, uno di fine dicembre 2005 e uno di fine gennaio 2006, disegnano uno scenario da incubo per le generazioni future irachene: i bambini sono denutriti e sconvolti dalle violenze della guerra, e queste sono ferite che non si rimarginano subito. E non vanno più a scuola, anche perché gli insegnanti e i docenti sono diventati uno dei bersagli preferiti della guerriglia. 
 
un'immagine del processo a saddamLa giustizia. Se la missione di Bush si è rivelata un fallimento sia nel pacificare la regione e l’Iraq, sia nel ‘liberare’ la popolazione irachena, si potrebbe dire che almeno Saddam Hussein è alla sbarra, processato come merita. In verità alla sbarra il dittatore iracheno ci va solo per tenere degli improbabili comizi politici, che si trasformano in vere e proprie caricature processuali.
Fin dalla prima udienza, il 19 ottobre 2005, si è capito che il processo non è e non potrà essere una cosa seria. In primo luogo non si capisce come possa un'autorità civile di occupazione, come era quella presieduta da Paul Bremer III, nominare un tribunale penale che processi Saddam. La massima parte degli iracheni, guardando il rais sconfitto e incatenato, prova un senso di sollievo e di liberazione, ma non c’è un iracheno che riconosca al tribunale un minimo di autonomia. Aver forzato la mano alla comunità internazionale per l’attacco all’Iraq si è rivelato controproducente per gli Stati Uniti e per i loro alleati, perché una seppur successiva approvazione delle Nazioni Unite non garantisce alcuna reale legittimità, agli occhi degli iracheni, a un tribunale che viene percepito né più né meno che come una resa dei conti tra Saddam e i suoi alleati di un tempo. Ma non come un momento di crescita collettiva come l’arrivo di una giustizia internazionale pronta a processare chi, anche se è un capo di Stato, si macchia di odiosi crimini come ha fatto Saddam. Per altro è dura spiegare a qualcuno che il tribunale che processa il deposto rais sia espressione di un insieme di valori universali inviolabili, quando gli Stati Uniti d’America si battono con ogni mezzo per sottrarre i suoi cittadini alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale istituita con il Trattato di Roma nel 1998. Esistono o no dei diritti che tutta la comunità internazionale ha il dovere di difendere? E se la risposta è sì, tutti gli Stati e i governi sono in egual misura sottoposti a questa legislazione che travalica i confini nazionali? Guardando al processo di Saddam, non si riesce proprio a esserne convinti. Perché tra gli imputati non siedono tutti coloro che hanno dato a Saddam gli strumenti e le coperture politiche necessarie per compiere i crimini dei quali si è macchiato? Perché non vi siedono anche coloro che hanno ucciso e torturato i prigionieri iracheni inermi o che hanno bruciato vivi i cittadini di Falluja? E sopratutto, come si può parlare di giustizia a un popolo che vede migliaia di connazionali torturati e umiliati nelle carceri dei portatori di libertà? Fino a quando non si riuscirà a dare queste risposte, gli iracheni avranno tutte le ragioni di sentirsi presi in giro. E, fino a quando la popolazione irachena continuerà a vivere terrorizzata e affamata, fino a quando non si disinnescheranno i nuovi conflitti che s’intravedono in Medio Oriente,  la missione non è compiuta affatto. 

Christian Elia

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