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La politica. I due partiti sunniti hanno denunciato
brogli e irregolarità e i report della commissione internazionale di controllo,
pur confermando l'esistenza di violazioni, ha negato che siano state in misura
tale da invalidare il voto e chiederne una ripetizione.
La guerra civile. Per cominciare il voto ha sancito
una realtà di fatto: l’Iraq, inventato a tavolino dal colonialismo inglese
degli anni Venti, è tornato a essere un territorio diviso su base
etnico-confessionale. Con questo non s’intende che ‘si stava meglio quando si
stava peggio’, cioè quando l’Iraq era tenuto assieme dalle baionette della monarchia
britannica o dalle stragi di Saddam, ma è un fatto che dopo l’invasione delle
truppe della Coalizione la regione sia più instabile di prima. Né
meglio, né peggio, solo un dato oggettivo. I fatti drammatici seguiti
all’attentato del 22 febbraio scorso a Samarra ne sono la conferma: 200 morti
e
100 luoghi di culto devastati. La tensione tra sciiti e sunniti è alle stelle.
Gli sciiti, che rappresentano circa il 60 percento della popolazione irachena,
sono da sempre sensibili all’influenza politico-religiosa dell’Iran, l’unico
Paese al mondo dove gli sciiti governano e non siano ridotti a vivere in un
angolo. Un asse tra l’Iran e l’Iraq è un pericolo troppo grande, a maggior
ragione adesso che al potere a Teheran c’è un presidente incontrollabile come
Ahmadinejad. Discorso differente per i curdi al nord, che sempre più
rappresentano un polo d’attrazione per tutti i curdi sparsi tra Siria, Iran e
Turchia. Per i curdi di qualunque paese il Kurdistan libero e
indipendente è sempre stato un sogno e il rischio è che, pur sapendo che i curdi
dell’Iraq settentrionale non otterranno mai un’indipendenza ufficiale, si arrivi
a un’autonomia di fatto. Questo innesca
due fattori: da una parte una sorta di attrattiva politica che spinge tutte le
comunità curde nei vari paesi confinanti con l’Iraq ad aumentare le pressioni
sui rispettivi governi, dall’altra parte spinge i governi dei paesi abitati
dai curdi a una repressione sempre più violenta per soffocarne
l’autonomismo. Basta leggere le cronache turche, siriane o iraniane per
rendersene conto. Resta infine il fattore sunnita, una componente della società
irachena abituata da 40 anni a gestire il potere e le ricchezze irachene e che
adesso si trova messa in un angolo. La partecipazione di due schieramenti
sunniti alle elezioni, a differenza delle precedenti tornate elettorali in Iraq
dopo l’attacco degli eserciti della Coalizione nel 2003, ha segnato un punto
importante sulla strada del ritorno della comunità sunnita nell’agone politico
dell’Iraq, ma troppi sono ancora i problemi da risolvere, primo tra tutti la
suddivisione dei proventi del petrolio che se dovesse avvenire in modo
proporzionale alla composizione etnico-confessionale del Paese, come vorrebbero
i curdi e gli sciiti, taglierebbe fuori i sunniti da qualunque incasso. Al
momento la situazione sul terreno è questa: la regione è stata, se possibile,
ancora più destabilizzata e l’Iraq vive un blocco politico che non si risolverà
in tempi brevi.
La società. Il quadro politico quindi non è roseo, ma
lo è ancor meno quello della sicurezza e delle condizioni di vita della
popolazione. Secondo il sito Iraq Body Count, un coordinamento di
ricercatori universitari statunitensi che monitora il numero delle vittime
civili in Iraq, la guerra è costata la vita a più di 30mila iracheni.
Il numero dei militari morti in Iraq si avvicina a 3mila. I numeri, nella loro
asettica indifferenza, rendono l’idea della mattanza, ma il dato più rilevante
è che, dopo che la missione è stata ritenuta compiuta dal Presidente Usa Bush
il 1 maggio 2003, il numero di vite perdute aumenta invece di diminuire. I
militari della Coalizione, per ridurre perdite sempre più consistenti e per
tenere a bada le opinioni pubbliche interne, vivono arroccati nelle basi e si
muovono solo in convogli blindati. Il lavoro più sporco viene lasciato alla
polizia e all’esercito iracheni, che finiscono per essere carne da
macello, non avendo un minimo di addestramento di base. Quando non sono i
principali responsabili di massacri e violenze, come nel caso dei cosiddetti
‘squadroni della morte’ del ministero degli Interni. Non sono solo i morti però
a fare notizia in Iraq: in nessun modo è stato garantito alla popolazione
civile un, seppur graduale, ritorno alla normalità. La disoccupazione è
endemica e un padre di famiglia in Iraq non ha molta scelta: o si arruola
nell’esercito e nella polizia oppure va a lavorare per le aziende straniere che
hanno fatto incetta di appalti per la ricostruzione del Paese. In un modo o
nell’altro diventano bersaglio della guerriglia, che li tratta da
collaborazionisti. Tutte le altre attività sono limitate a una forma di
sussistenza, che diventa sempre più dura. Anche perché, se qualcuno riesce a
trovare un lavoretto con il quale sfamare la sua famiglia, è sempre sottoposto
all’incubo dei sequestri. Le aule scolastiche irachene sono vuote perché le
famiglie sono tartassate dai rapimenti dei bambini che, magari anche solo per
poche ore, vengono sequestrati dalle bande di criminali comuni che impazzano
nelle principali città. A questi ultimi si aggiunge il contingente, che non è
possibile quantificare, di miliziani stranieri che vengono a combattere la loro
jihad sulla pelle dei civili iracheni, facendosi esplodere nei mercati, nelle
moschee e nei luoghi dove si radunano i disoccupati. A proposito di bambini, due report
delle Nazioni Unite, uno di fine dicembre 2005 e uno di fine gennaio 2006,
disegnano uno scenario da incubo per le generazioni future irachene: i bambini
sono denutriti e sconvolti dalle violenze della guerra, e queste sono ferite che
non si rimarginano subito. E non vanno più a scuola, anche perché gli
insegnanti e i docenti sono diventati uno dei bersagli preferiti della
guerriglia.
La giustizia. Se la missione di Bush si è rivelata un
fallimento sia nel pacificare la regione e l’Iraq, sia nel ‘liberare’ la
popolazione irachena, si potrebbe dire che almeno Saddam Hussein è alla sbarra,
processato come merita. In verità alla sbarra il dittatore iracheno ci va solo
per tenere degli improbabili comizi politici, che si trasformano in vere e
proprie caricature processuali.Christian Elia