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Abusi diffusi. A lanciare l’allarme la scorsa settimana è stato
Jean-Marie Guehénno, capo delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. A due anni di distanza dalla
scoperta dei primi casi, infatti, il fenomeno è lungi dall’esser stato
debellato ed è più diffuso di quanto previsto, avendo investito i caschi blu
delle missioni in Kosovo, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Congo e Burundi. Tra
pochi mesi poi l’Onu sarà chiamata a prendere dall’Unione Africana le consegne
della missione di pace in Darfur, che conta 7 mila uomini, e al Palazzo di
Vetro si sta tentando di non fare l’ennesima magra figura. Anche perché da New
York bisogna rendere conto ai Paesi che ogni anno stanziano i 5 miliardi di
dollari necessari a mantenere uno staff di 85 mila dipendenti in 18 missioni di
pace in tutto il mondo.
Cultura sbagliata. Al Palazzo di Vetro è stato ideato un piano che
dovrebbe portare alla fine totale degli abusi in non meno di tre anni. Guehénno
ha posto l’accento soprattutto sulla necessità di estirpare la “cultura della
minimizzazione”, che per troppo tempo ha ritenuto quelli compiuti dai peacekeepers peccati veniali. Il piano
prevede un migliore addestramento delle truppe, un programma di risarcimento e
recupero per le vittime degli abusi, oltre che una politica di “non
fraternizzazione” con i locali, come quella applicata in Congo dopo la scoperta
degli abusi.
Vantaggi
economici. Un altro problema da tenere a mente è di natura
principalmente economica: l’arrivo dei caschi blu nelle zone di guerra porta
soldi e crea un minimo di circolo virtuoso per le spesso disastrate economie
locali. Fiorisce così la prostituzione, forse la prima “attività economica” che
segue l’arrivo dei peacekeepers e che
non può certo venire estirpata con qualche circolare di protesta redatta da New
York. Come risolvere queste contraddizioni? PeaceReporter
ha più volte provato a contattare l’ufficio stampa delle Nazioni Unite, ma
invano. Sarà per la prossima volta, sperando che non sia troppo tardi. Matteo Fagotto