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“Le donne e i bambini sono provati, ma ora sono al
sicuro”. “Oggi pomeriggio alle 17:30 (le 14 in Italia, ndr) i
prigionieri in rivolta hanno acconsentito a far uscire le donne e i bambini che
tenevano praticamente in ostaggio da sabato”, racconta al telefono dal
carcere di Pol-i-Charki Rosanna Magoga,
responsabile del progetto d’assistenza sanitaria ai detenuti dell’ong italiana
Emergency. “Era già buio quando le 70 prigioniere sono uscite alla rinfusa dal
portone del braccio: erano agitate perché avevano paura di perdere nella
confusione i loro bambini e le loro cose. Noi le abbiamo aiutate e le abbiamo
portate al sicuro nel nuovo edificio delle guardie, dove c’è luce,
riscaldamento e acqua corrente e dov’è stato distribuito loro del cibo.
Fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, sono molto provate per la
tensione di questi tre giorni. A questo punto risulta evidente che i
prigionieri maschi le trattenevano con la forza e che loro sarebbero uscite ben
volentieri”.
“Ma i prigionieri politici non si arrendono e ora un
blitz è più probabile”. “Siamo molto felici che le donne e i bambini siano
stati messi in salvo – dice la Magoga – ma questo non significa che la rivolta
sia finita, perché i 1.300 prigionieri politici continuano a occupare il loro
braccio e si rifiutano di arrendersi. Cosa che invece vorrebbero fare i
detenuti criminali comuni che già ieri avevano provato a mollare e che questa
mattina erano invece stati costretti a barricarsi di nuovo nel loro braccio.
Ora sembra che i rivoltosi ex talebani stiano litigando con gli altri per
convincerli a continuare la protesta. Ma ora che donne e bambini sono stati
tolti di mezzo il governo potrebbe decidere di chiudere la questione con
un’azione di forza,
ordinando un blitz. Ieri sera il capo negoziatore del
governo afgano, Munafiq Sibghatullah Mujaddedi, presidente della Commissione di
Riconciliazione Nazionale, aveva annunciato che le richieste dei prigionieri
(migliori condizioni di detenzione e processi giusti) erano giuste e sarebbero
state accolte. I rivoltosi dal canto loro avevano accettato di consegnare a noi
di Emergency tutti i loro feriti (ce ne hanno dati 22, di cui 14 sono già stati
operati nel nostro ospedale di Kabul) e di lasciare i braccio occupato per
trasferirsi in un'altra sezione della prigione. Questo trasferimento doveva
avvenire stamattina, ma alla fine i detenuti in rivolta hanno rifiutato.
La lugubre e famigerata prigione di Pol-i-Charki. Il carcere di Pol-i-Charki – tristemente famoso all’epoca del regime
comunista e di quello talebano per le torture e le esecuzioni sommarie degli
oppositori che vi venivano rinchiusi – è una grande e tetra costruzione di
cemento che sorge in un’area desertica alla periferia di Kabul. Il suo aspetto
lugubre e decadente si addice perfettamente a questo luogo di orrori e
sofferenze. I bracci del carcere sono percorsi da lunghi e grigi corridoi
rischiarati di notte da fioche lampadine nude e di giorno dalla luce che entra
tra le sbarre alle finestre che si aprono su un lato del corridoio. Sull’altro
lato, una fila ininterrotta di celle a vista: delle gabbie di quattro metri
quadri, ognuna con quattro prigionieri. In fondo a ogni corridoio c’è una
latrina: una fetida buca nel pavimento di cemento, da cui esce un
tanfo
nauseabondo, che scarica senza tubature direttamente nel cortile del carcere.
I
prigionieri politici, circa 1.300, sono ex prigionieri di guerra talebani, sia
afgani che pachistani: sono detenuti illegalmente, poiché non è mai stata
emessa a loro carico alcuna imputazione formale. Quasi tutti sono stati
trasferiti qui nel maggio 2004, ancora grazie ad un intervento di Emergency,
dall’inferno di Sheberghan, la scandalosa prigione del signore della guerra
uzbeco Rashid Dostum, che lì rinchiuse in condizioni disumane i 3.500 supersiti
dei 14 mila prigionieri catturati sui campi di battaglia di Mazar-i-Sharif e
Kunduz: gli altri erano morti nei container, soffocati o falciati dai colpi di
mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei cassoni quando i
prigionieri urlavano per chiedere che venissero aperti dei buchi per l’aria.
Enrico Piovesana