28/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I rivoltosi di Pol-i-Charki hanno accettato di far uscire 70 donne e 73 bambini. Ma loro non si arrendono
La rivolta dei prigionieri talebani del carcere di Pol-i-Charki non è affatto conclusa. Dopo serrate trattative, i rivoltosi hanno accettato di far uscire le 70 prigioniere donne e i loro 73 bambini che erano tenute in ostaggio nel braccio femminile della prigione. Ma i 1.300 prigionieri ex talebani non si arrendono e stanno litigando con i detenuti criminali comuni che invece vorrebbero uscire.
 
Blindati dell'esercito fuori dal carcere“Le donne e i bambini sono provati, ma ora sono al sicuro”. “Oggi pomeriggio alle 17:30 (le 14 in Italia, ndr) i prigionieri in rivolta hanno acconsentito a far uscire le donne e i bambini che tenevano praticamente in ostaggio da sabato”, racconta al telefono dal carcere  di Pol-i-Charki Rosanna Magoga, responsabile del progetto d’assistenza sanitaria ai detenuti dell’ong italiana Emergency. “Era già buio quando le 70 prigioniere sono uscite alla rinfusa dal portone del braccio: erano agitate perché avevano paura di perdere nella confusione i loro bambini e le loro cose. Noi le abbiamo aiutate e le abbiamo portate al sicuro nel nuovo edificio delle guardie, dove c’è luce, riscaldamento e acqua corrente e dov’è stato distribuito loro del cibo. Fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, sono molto provate per la tensione di questi tre giorni. A questo punto risulta evidente che i prigionieri maschi le trattenevano con la forza e che loro sarebbero uscite ben volentieri”.
 
Soldati e poliziotti fuori dal carcere“Ma i prigionieri politici non si arrendono e ora un blitz è più probabile”. “Siamo molto felici che le donne e i bambini siano stati messi in salvo – dice la Magoga – ma questo non significa che la rivolta sia finita, perché i 1.300 prigionieri politici continuano a occupare il loro braccio e si rifiutano di arrendersi. Cosa che invece vorrebbero fare i detenuti criminali comuni che già ieri avevano provato a mollare e che questa mattina erano invece stati costretti a barricarsi di nuovo nel loro braccio. Ora sembra che i rivoltosi ex talebani stiano litigando con gli altri per convincerli a continuare la protesta. Ma ora che donne e bambini sono stati tolti di mezzo il governo potrebbe decidere di chiudere la questione con un’azione di forza, Il braccio dei detenuti politici (Foto E.Piovesana)ordinando un blitz. Ieri sera il capo negoziatore del governo afgano, Munafiq Sibghatullah Mujaddedi, presidente della Commissione di Riconciliazione Nazionale, aveva annunciato che le richieste dei prigionieri (migliori condizioni di detenzione e processi giusti) erano giuste e sarebbero state accolte. I rivoltosi dal canto loro avevano accettato di consegnare a noi di Emergency tutti i loro feriti (ce ne hanno dati 22, di cui 14 sono già stati operati nel nostro ospedale di Kabul) e di lasciare i braccio occupato per trasferirsi in un'altra sezione della prigione. Questo trasferimento doveva avvenire stamattina, ma alla fine i detenuti in rivolta hanno rifiutato.
 
Vista dal braccio politico (Foto E.Piovesana)La lugubre e famigerata prigione di Pol-i-Charki. Il carcere di Pol-i-Charki – tristemente famoso all’epoca del regime comunista e di quello talebano per le torture e le esecuzioni sommarie degli oppositori che vi venivano rinchiusi – è una grande e tetra costruzione di cemento che sorge in un’area desertica alla periferia di Kabul. Il suo aspetto lugubre e decadente si addice perfettamente a questo luogo di orrori e sofferenze. I bracci del carcere sono percorsi da lunghi e grigi corridoi rischiarati di notte da fioche lampadine nude e di giorno dalla luce che entra tra le sbarre alle finestre che si aprono su un lato del corridoio. Sull’altro lato, una fila ininterrotta di celle a vista: delle gabbie di quattro metri quadri, ognuna con quattro prigionieri. In fondo a ogni corridoio c’è una latrina: una fetida buca nel pavimento di cemento, da cui esce un Prigionieri talebani nel braccio politico (Foto E.Piovesana)tanfo nauseabondo, che scarica senza tubature direttamente nel cortile del carcere. I prigionieri politici, circa 1.300, sono ex prigionieri di guerra talebani, sia afgani che pachistani: sono detenuti illegalmente, poiché non è mai stata emessa a loro carico alcuna imputazione formale. Quasi tutti sono stati trasferiti qui nel maggio 2004, ancora grazie ad un intervento di Emergency, dall’inferno di Sheberghan, la scandalosa prigione del signore della guerra uzbeco Rashid Dostum, che lì rinchiuse in condizioni disumane i 3.500 supersiti dei 14 mila prigionieri catturati sui campi di battaglia di Mazar-i-Sharif e Kunduz: gli altri erano morti nei container, soffocati o falciati dai colpi di mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei cassoni quando i prigionieri urlavano per chiedere che venissero aperti dei buchi per l’aria.

Enrico Piovesana

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