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“Ci sono gravi segnali che fanno temere un ulteriore
inasprimento della situazione nel territorio Raposa/Serra do Sol, nello
stato brasiliano di Roraima. E’ con forza dunque che rilanciamo il
nostro appello”.
I padri Francesco Bernardi e Silvano Sabatini, responsabili in Italia
della campagna internazionale Nos existimos , (promossa da diocesi di
Roraima, missionari della Consolata, Consiglio indigeno di Roraima-CIR,
Centrale unica dei lavoratori-CUT, Centro dei diritti umani-CDDH),
insistono sulla necessità di sostenere i 15mila indios (Macuxi,
Wapixana, Ingarikó, Patamona e Taurepang) che da sempre aspettano il
riconoscimento del diritto di proprietà su un milione e 700mila ettari
circa dello stato di Roraima. Per questi popoli la terra è parte del
corpo, è una madre e non potrebbero vivere altrove.
La loro precaria situazione è aggravata da un conflitto trentennale che
vede i fazendeiros (latifondisti), i garimpeiros (coltivatori di riso)
e gli imprenditori, colonizzatori di ampie aree, compiere violenze e
soprusi. Questi pretenderebbero che l’omologazione escludesse le città
e le fazendas abusive. Un conflitto sociale che ha già portato dolore
e sangue.
“Già un paio d'anni fa avevamo lanciato la campagna Nos existimos
(Noi esistiamo) a favore delle popolazioni indigene di questa zona –
raccontano -. La richiesta fatta all'allora presidente Cardoso era di
sottoscrivere il decreto che sanciva la demarcazione del territorio.
Cosa non avvenuta. Adesso è il momento di riprovarci”. Lula , già in
campagna elettorale, aveva cavalcato la questione, impegnandosi, se
eletto, a risolverla quanto prima con la definitiva assegnazione della
terra agli indios. Dopo un anno il 'quanto prima' non è arrivato, anche
se nel periodo natalizio il presidente ha dichiarato che entro la fine
di gennaio l’omologazione arriverà. Non solo.
Anche il ministro della Giustizia del governo federale, Márcio Thomaz
Bastos, ha confermato questa decisione al governatore dello Stato,
Flamarion Portela, giunto a Brasilia la seconda settimana di gennaio,
per incontrarsi con il ministro e con Lula.
Da questo vertice infatti è nato un comitato di transizione che
dovrà varare una soluzione per tutti i problemi della zona: sia quelli
degli indigeni sia dei piantatori di riso. Nel comitato saranno
rappresentate tutte le parti in causa. Il ministero, il governo dello
Stato di Roraima, Casa Civil, la Fondazione nazionale dell’indio
(Funai) e l’Istituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria
(Incra).
Ma la situazione è complessa. Bastos ha categoricamente escluso passi
indietro e ha assicurato che il processo di pacificazione sarà
garantito da un contingente militare, che verrà inviato sul posto per
tutelare la sicurezza della popolazione locale.
Da parte loro, i fazendeiros hanno deciso di rimuovere una parte
dei blocchi stradali che interessavano soprattutto le autostrade 174 e
401 e precludevano l’accesso alla capitale Boa Vista e a tutta la
riserva Raposa/Serra do Sol. Ma hanno precisato: "Il nostro non è un
gesto di debolezza - ha detto Agenor Fátio, uno dei leader dei
settori contrari all’assegnazione definitiva della terra agli indigeni
- al contrario, siamo più forti che mai". Poi ha concluso ricordando ai
suoi: "Siamo in guerra".
E infatti, nelle ultime settimane, il braccio di ferro tra le due
parti è degenerato in numerosi atti di violenza dei coloni contro gli
indios.
Lo scorso 6 gennaio un gruppo di indigeni al soldo dei coloni ha
rapito tre missionari della Consolata a Surumù, a 220 chilometri dalla
capitale Boa Vista, e li ha detenuti in ostaggio fino all’8 gennaio. La
missione è stata depredata e devastata . Il 10 gennaio, un indio è
stato ucciso a coltellate.
“La democrazia non è una delega che si dà al Presidente di turno –
precisano i padri - La democrazia richiede controllo continuo e
partecipazione. Lula non ha ancora firmato, probabilmente perché ci
sono diverse pressioni, dei fazendeiros , dei garimpeiros , di settori
delle Forze Armate, di alcune multinazionali a cui il territorio fa
gola. Questi popoli ci chiedono di condividere la loro lotta, una lotta
di dignità. Da trent'anni la stanno conducendo in modo pacifico. Non
vorremmo vedere l’ulteriore precipitare delle cose. E i sequestri e
l'omicidio sono brutti segnali. Dobbiamo fare sentire la nostra voce”.