24/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La Shell condannata a risarcire 1,5 miliardi di dollari per danni ambientali
“Dopo cinque anni di dura lotta, otteniamo finalmente una ricompensa. Non è abbastanza, vogliamo di più, ma è comunque il segno che le nostre battaglie cominciano a dare i loro frutti”. Esprime così la sua gioia a PeaceReporter Edwin Eselemo, membro della comunità Ijaw di Port Harcourt, alla notizia della condanna della multinazionale anglo-olandese Royal Dutch Shell. Il gigante del petrolio dovrà infatti pagare un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari per danni ambientali nella zona del delta del Niger. Ma dal quartier generale di Londra la Shell promette battaglia.
 
Cinque anni di lotte. Con questa sentenza gli Ijaw ottengono la seconda vittoria sul piano giudiziario contro la Shell, da quando i leader della comunità hanno deciso di dare il via alla battaglia legale nel 2000. Condannata una prima volta da una commissione parlamentare, la Shell si era rifiutata di pagare il risarcimento non riconoscendo valore legale alla sentenza. Stavolta però a dare torto alla multinazionale è stata una vera corte nigeriana, ma da Londra la Shell fa sapere di non volerne sapere di cedere. Almeno fino all’appello. “Abbiamo ricevuto la copia della sentenza, ma non avendola ancora letta a fondo non possiamo rilasciare alcun commento” ha dichiarato a PeaceReporter Lisa Givert, responsabile per le comunicazioni esterne. “ Siamo comunque convinti che la ragione è dalla nostra parte perché le accuse sono prive di fondamento. Siamo sicuri che in appello ci sarà data ragione”.
 
Il presidente nigeriano Olusegun ObasanjoSentenza storica. Quale che sia l’esito finale della vicenda, la sentenza di oggi stabilisce un precedente fondamentale. Da anni infatti le varie comunità che abitano il delta del Niger protestano contro le devastazioni ambientali che lo sfruttamento petrolifero avrebbe portato nella regione, senza peraltro che i locali abbiano potuto usufruire dei vantaggi ricavati dai diritti sull’oro nero. I proventi petroliferi finiscono infatti molto spesso nelle tasche dei membri dell’establishment politico-militare nigeriano, classificato da Transparency International come uno dei più corrotti al mondo, nonostante alcuni importanti risultati raggiunti dalla campagna per la trasparenza lanciata due anni fa dal presidente Olusegun Obasanjo. Proprio per questo sarà necessario uno stretto controllo per garantire che almeno i soldi del risarcimento non finiscano nelle tasche sbagliate.
 
Miliziani nigerianiAttacchi armati. La situazione nel delta del Niger è complicata anche dalla presenza di numerose milizie, che lanciano attacchi contro le installazioni petrolifere e i dipendenti delle compagnie. Il Movement for the Emancipation of the Niger Delta è il gruppo armato più attivo negli ultimi mesi: la scorsa settimana i suoi miliziani hanno rapito nove dipendenti della Shell, al momento ancora nelle mani dei sequestratori, che chiedono maggior potere delle comunità locali nella gestione delle risorse petrolifere. Gli attacchi a oleodotti e piattaforme si sono intensificati negli ultimi mesi, costringendo la Nigeria a tagliare le esportazioni del 20 percento e contribuendo al brusco rialzo del prezzo del greggio.

Matteo Fagotto

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