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Il 25 febbraio di quattordici anni fa, nel 1992, si consumò
uno dei più orrendi massacri della storia recente.
Il massacro di azeri a Khojali. Nel pomeriggio di
quel 25 febbraio, l’artiglieria del 366esimo reggimento di fanteria russo iniziò
a martellare il centro abitato con granate e missili. Il bombardamento durò
fino a tarda sera: Khojali fu quasi rasa al suolo. Con il buio l’esercito
armeno, appoggiato dai blindati russi, entrò nella città devastata, dando
inizio a una vera e propria operazione di pulizia etnica. Per tutta la notte e
per il giorno seguente gli armeni massacrarono chiunque trovarono in giro,
saccheggiarono le case e poi le incendiarono. Nel giro di poche ore vennero
uccise 613 persone, di cui 106 donne, 63 bambini e 70 anziani. Tutti gli altri,
tutti quelli che non riuscirono a fuggire da quell’inferno, vennero fatti
prigionieri: 1.275 persone, di cui 150 sparirono per sempre.
Il pogrom antiarmeno a Sumgait. La data di questo
massacro di azeri non fu scelta a caso dagli armeni, che decisero di vendicare
così il pogrom antiarmeno subìto esattamente quattro anni prima, il 27 febbraio
1988, a Sumgait, sobborgo industriale a nord di Baku, abitato da una nutrita
minoranza armena. La guerra non c’era ancora: sarebbe iniziata quel giorno. Nei
giorni precedenti in Nagorno-Karabakh c’erano stati degli scontri in cui erano
morti due giovani azeri. Per vendicarli, gruppi radicali di azeri-turchi
istigarono la popolazione azera di Sumgait a “ripulire la città” dagli
“assassini armeni”. Per due giorni, folle di azeri, al grido di “Morte agli
armeni!”, distrussero e incendiarono tutti i loro negozi e girarono per il
quartiere armeno alla ricerca di gente da uccidere e di donne da stuprare. Il
bilancio ufficiale di questo pogrom fu di 32 morti, ma è probabile che quel
giorno siano state uccise molte più persone. Enrico Piovesana