Filippine, dichiarato lo stato d'emergenza nel ventesimo anniversario della cacciata di Marcos
Pugno di ferro della
presidente delle Filippine, Gloria Arroyo, contro qualsiasi cosa assomigli al
“People Power” (l’opposizione popolare) che l’ha portata al potere. I tempi
sono cambiati da quando nel 2001, dopo la cacciata del corrotto Joseph Estrada
su pressione delle manifestazioni civili, l’economista che aveva studiato con
Bill Clinton negli Usa si è presentata per risollevare le sorti morali ed
economiche del Paese asiatico. Da diverso tempo, ormai, accuse gravissime
piovono proprio su di lei, da parte dell’opposizione, ma anche di frange
“ribelli” dell’Esercito che hanno organizzato diversi tentativi di colpo di
Stato.

Rafforzamento delle misure di sicurezza. L’ultimo, secondo la
stessa Arroyo, è avvenuto proprio in questi giorni da parte del comandante degli
Scout
Rangers, Brig Gen Danilo Lim,
ora agli arresti, mentre una decina di altre persone è sotto interrogatorio. La reazione della presidentessa, insomma, non
si è fatta attendere e oggi, in tutto l’arcipelago, è stato persino dichiarato
lo stato d’emergenza, che consente di arrestare senza mandato e di prolungare
la
detenzione anche in assenza di accuse. Nella capitale Manila diversi membri
delle forze dell’ordine presidiano il palazzo presidenziale, mentre sono state
chiuse le scuole e vietate le manifestazioni. In queste ore, infatti, era prevista una
marcia anti-Arroyo per ricordare il ventesimo anniversario del primo
incredibile risultato del “People Power”: l’allontanamento del dittatore Marcos,
rimasto al potere dal 1965 al 25 febbraio 1986. Secondo la presidente, Brig Gen Danilo Lim aveva
intenzione di portare le sue truppe alla dimostrazione di oggi per scatenare
una sollevazione popolare simile a quelle di un tempo. Ciò non è avvenuto, ma
centinaia
di persone hanno sfidato il rischio di essere arrestate per essersi riunite intorno
al
monumento simbolo delle rivolte per la democrazia.
Un futuro incerto. Non è chiaro,
tuttavia, se il People Power possa agire nuovamente cambiando le sorti di
questo Paese instabile e con una delle classi politiche più corrotte al mondo.
Un medico dell’isola di Quezon, ma che per molto tempo ha lavorato a Manila, ci
dice: “Al momento l’Arroyo sembra avere il controllo della situazione, anche se
l’opposizione sta pianificando di rovesciare il governo. Le misure di sicurezza
sono state rafforzate e il People Power forse non ha lo stesso supporto del
passato”.
Segni di instabilità. In cinque anni di
presidenza l’incarico dell’Arroyo è vacillato più volte. A partire soprattutto
dal 2003 è aumentato il malcontento verso u

n governo incapace di gestire i
principali problemi del Paese: povertà, corruzione e terrorismo. Il 27
luglio 2003 quasi 300 militari hanno occupato il quartiere diplomatico di
Manila, lamentandosi per i bassi salari e per la corruzione degli alti
ufficiali. Dopo 24 ore gli ammutinati sono tornati in caserma, ma le tensioni
non si sono esaurite. Nella notte del 7 settembre 2003 un pugno di
militari ha occupato la torre di controllo dell'aeroporto. L'assedio è durato
un'ora e si è concluso nel sangue: tutti gli uomini del commando sono
stati uccisi dalle forze dell'ordine.
I militari ribelli
hanno accusato l’Arroyo di finanziare i guerriglieri secessionisti del sud per
assicurarsi il supporto degli Stati Uniti, suo grande alleato. E anche Estrada
avrebbe ideato un golpe per riprendere il potere. Infine gli ultimi due anni
sono stati piuttosto turbolenti: la presidente è sopravvissuta all’accusa di aver
influenzato un commissario elettorale nel 2004 e a un impeachment chiesto dall’opposizione contro di lei e altri membri
della sua famiglia per corruzione.