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"Bevenvenuti nel
risguardo indigeno di Toribio, comune colombiano a maggioranza Nasa". La
stretta di mano del sindaco Arquimedez è forte e gentile allo stesso tempo. Ci
viene incontro scendendo le scale degli uffici comunali. Capelli brizzolati,
indossa una giacca di pelle nera e pantaloni bianchi. Dalla tasca sinistra fa
capolino l'antenna dell'Avantel, radiotrasmittente che il governo colombiano
impone a chiunque sia sotto minaccia di morte. E' il segnale, il primo
incontrato finora in questa curiosa cittadina: la guerra è anche qui. Il
conflitto interno che insanguina il paese da oltre 40 anni è piombato anche sui
pacifici Nasa. Poco più su, fra la fitta vegetazione che fa da cornice al
centro del paese, sono operativi centinaia di guerriglieri delle Forze armate
rivoluzionarie della Colombia (Farc). A pochi passi da noi, invece, una base
militare made in Usa si erge bianca e squadrata fra le umili case. Se poi lo
sguardo si fa più attento e penetra la nebbiolina bagnata che tutto opacizza,
la realtà emerge nella sua tragicità. Vicino alla base di esercito e polizia,
i
muri delle abitazioni sono crivellate da fori di pallottola.
Seguendo il tono vivace delle sue parole, ci addentriamo nella
filosofia Nasa. Con un lungo discorso interrotto dai cordiali saluti dei
passanti, semplici concetti introducono il diritto alla vita quale principio
fondante della loro strategia di pace, in un paese in guerra. "Resistiamo
contro chiunque non rispetti la nostra cultura. La nostra forza sta nell'unità,
nella condivisione, è il Minga, el compartir. Nella lingua nasa
non esistono parole di offesa, ma siamo disposti alla morte pur di difendere la
nostra identità. Crediamo fermamente nella forza del dialogo. E' la parola la
nostra arma. E' così che ci facciamo rispettare da chi ha scelto le armi e la
morte". Stiamo passeggiando su e giù per Toribio. Il racconto si fa
personale. "Ho 38 anni e 2 figli. Sono sindaco da due anni. Mi sono
formato nel Cric, l'associazione indigena che negli anni Settanta ha preso in
mano le redini della riorganizzazione Nasa e del riscatto delle terre
ancestrali, strappateci nei secoli da bianchi proprietari terrieri forti di
improbabili diritti di proprietà. Finora ci siamo ripresi 191mila ettari,
occupando pacificamente e appellandoci alla giustizia. Siamo vicini a ottenere
l'intera proprietà che la Corona spagnola ci riconobbe. Siamo coltivatori.
Curiamo la terra, la rispettiamo. Per noi è sacra. Non siamo contaminati dallo
spirito del guadagno. Siamo gente tranquilla e semplice. Il nostro obiettivo è
la felicità, che per noi è vivere armonicamente e in pace con tutti".
E'
orgoglioso di poterlo dire, ma precisa: "Questo nostro cammino è lungo e
doloroso. Stiamo tenendo testa a una guerra. Tanti amici sono morti strada
facendo, uccisi da uno Stato che non accetta la nostra posizione e che troppo
spesso ha tentato di additarci quali filo-guerriglieri, quindi da sterminare.
In realtà - precisa - è il nostro territorio ricco di acqua, oro, marmo,
biodiversità che ci rende tanto scomodi. Il potere economico è pronto a
divorare risorse e speranze - poi, sarcastico - Figurarsi che sono stato
persino rapito dalle Farc, altro che filo-rivoluzionario. E' passato un anno e
mezzo ormai, ma è importante che lo sappiate per capire come vive la Colombia.
Non c'è libertà, siamo schiavi in casa nostra. La violenza ci tiene in scacco.
Ogni movimento, pensiero, parola possono condurti alla morte. La gente vive fra
due fuochi e con poche alternative: piegare il capo o farsi rispettare. Ma per
farlo non puoi essere solo. Chi è solo in questo paese muore". Nell'agosto
2004, dunque, mentre il neo eletto sindaco di Toribio viaggiava per il Caquetà,
700 chilometri a sud del Cauca, area ad alta presenza guerrigliera, venne
rapito. "Lei è sotto sequestro in nome della legge rivoluzionaria 2000, mi
dissero, in base alla quale chiunque sia eletto e non rinuncia, diventa
automaticamente complice di un sistema politico da abbattere, e quindi un
nemico", l'espressione del sindaco, adesso, si fa seria, il tono cupo.
Al
suo fianco cammina, ormai da un po', un giovane indios alto e affascinante, che
tiene nella mano destra un bastone ornato da nastri colorati. Resta in silenzio,
ascoltando. Arquimedez prosegue, guardando verso la selva, inospitale rifugio
di quella prigionia: "Fu orribile. Trascorsi giorni interi camminando,
scortato da due uomini in mimetica. Più il tempo passava, più la libertà si
allontanava. Ero distante, troppo, dalla mia terra, dalla mia gente. Temevo che
la notizia del mio sequestro non arrivasse abbastanza in fretta". In quel
periodo Toribio, adesso presieduto da centinaia di soldati e poliziotti, era
direttamente controllato dalle Farc. Erano la forza pubblica, infiltrati nei
gangli lasciati scoperti dello Stato assente. "Il comandante Farc della
zona del Cauca mi conosceva - spiega Arquimedez - I suoi uomini avevano
l'ordine di rispettare i Nasa. C'era una sorta di mutua sopportazione, che stava
producendo una relativa tranquillità. Quel mio sequestro per mano di un altro
battaglione, di cameradas lontani centinaia di chilometri, stava facendo
rischiare alle Farc del Cauca una vera e propria rivolta Nasa. Eppure, era nel
loro interesse convivere decentemente con la mia gente. Mi appellavo alla
logica, per vincere la paura. Ma il pensiero che sono oltre tremila i politici
in mano alle Farc da anni, risuonava assillandomi. Poi lo scacciavo con
rabbia". La notizia impiegò due settimane per percorrere 700 chilometri.
L'esercitò captò per caso una conversazione radio della guerriglia. Toribio si
infervorò. In poche ore la guardia indigena, organo preposto alla difesa della
gente e del territorio, fu pronta a marciare sul Caquetà, "armata -
sorride Arquimedez - di un bel bastone colorato, simbolo di non violenza e
resistenza disarmata. Si proprio quello lì", aggiunge indicando la mazza
di legno tenuta regalmente dal giovane bruno. E' Alfredo Acosta, coordinatore
generale della guardia indigena, che prende il testimone dal suo sindaco e
prosegue nel racconto.
"Eravamo trecento. Marciammo per due giorni. Una
volta individuata la zona del rapimento, cominciammo a far pressione su ogni
pattuglia delle Farc che incontravamo nella selva. Uniti e caparbi, chiedemmo
la
sua liberazione. Avanzammo compatti, armati solo del coraggio che proviene
dalla consapevolezza di essere nel giusto. Per giorni non mollammo. E pian
piano altri Nasa si aggiunsero - racconta gesticolando, sguardo perso nel
glorioso ricordo - Diventammo seicento". E le Farc non ebbero scelta.
"Ero libero", sospira il sindaco. Stella Spinelli