A Bologna la mostra "Immagini dalla Birmania. Bellezza e dolore di un popolo violato"
Scritto per noi da
Dolores Carnemolla
I paesaggi sullo sfondo sono
quelli di una terra dalla bellezza nuda e folgorante, ma afflitta. Tracce di
una natura rigogliosa si colgono in mezzo alla devastazione. I colori sono come
quelli delle immagini che ritraggono paradisi turistici offerti in pacchetti
avventurosi e rassicuranti insieme, per
invogliare alla scoperta di luoghi lontani dal nostro monotono occidente.
Stessa magia di tinte e gradazioni: colori caldi d’oriente. A fare la
differenza è semplicemente uno sguardo che ha nome Verità.
Lambito dall’oceano indiano, in
Asia orientale si estende un paradiso di bugie che oggi ha il nome di Myanmar.
E’ l’ex Birmania: a questa terra e alla
gente che la abita, Amnesty International ed Euro-Burma Office hanno dedicato
la mostra fotografica dal titolo “Immagini dalla Birmania- bellezza e dolore di
un popolo violato”, a Bologna nella Sala D’Ercole di Palazzo D’Accursio dal 18
al 26 febbraio.
Bellezza e dolore di un

popolo
che dal 1962 è tormentato dalla guerra civile e da una dittatura militare che
esercita una costante violazione dei diritti umani in tutto il Paese.
Gli scatti fotografici in mostra
segnano un percorso di sofferenza ed orrore e tracciano la storia di un popolo
insanguinato e spesso trascurato dall’opinione pubblica internazionale.
Dentro l’obiettivo sguardi
dispersi, come di chi chiede
perché senza illudersi di ricevere una
risposta. Eppure al dolore non ci si abitua e al peso dell’ingiustizia, per
quanto schiacciante, l’uomo violato non si piega senza opporre resistenza. E il
dissenso del popolo birmano ha gli occhi limpidi di una donna, Aung Sang Suu
Kyi: è la leader del principale partito
di opposizione, il Movimento Democratico Birmano, e ha passato gli ultimi
sedici anni della sua vita agli arresti

domiciliari. Nel 1991 le è stato assegnato
il Premio Nobel per la Pace: per il coraggio con il quale si impegna in modo
non violento per la conquista della democrazia e dei diritti umani.
Ma a questo sguardo che abbraccia
con ostinata convinzione la causa di un popolo intero, si sovrappongono altri
corpi e altri occhi: di donne, uomini e bambini martoriati dalle malattie,
dagli abusi, dal lavoro forzato. I bambini birmani non conoscono l’infanzia:
vengono reclutati per l’esercito militare e costretti al combattimento. Altri
cuciono i vestiti per le multinazionali dell’opulento occidente che indossa,
noncurante, lacrime e sangue occultati da firme di abominevole prestigio.
La proiezione del documentario
“In fuga” di Silvestro Montanaro e Federico Mortara, durante la mostra, acuisce
lo sconcerto provocato dagli scatti di questa umanità calpestata, dissimulata
negli opuscoli per turisti distratti di un lontano occidente.