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Un lungo cammino. Abdelaziz Belkhadem, leader del National
Liberation Front, partito della coalizione di governo in Algeria, commenta
così, rispondendo ai cronisti di al-Jazeera, la decisione dell’esecutivo di
Algeri, ribadita dal Parlamento, di erogare risarcimenti economici alle
famiglie delle persone scomparse durante la guerra civile, e a quelle delle
vittime del conflitto. Il provvedimento
fa parte di una serie d’iniziative legislative del governo algerino per
applicare quell’amnistia generale che vuole chiudere i conti con gli orrori
della guerra civile, scoppiata nel Paese nordafricano quando le prime elezioni
multipartitiche nel 1991 furono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza (Fis).
Questo risultato venne dichiarato nullo dall'esercito, che nel 1992 prese il
potere con un golpe e mise fuori legge il Fis. Iniziò così un periodo di
violenti scontri armati tra le forze governative e le milizie islamiche del Fis
clandestino. Alla fine i morti sono stati 150mila e 4880 le persone scomparse
secondo
le cifre del
ministero degli Interni algerino, mentre per l’associazione dei parenti delle
vittime sono circa 7mila i desaparecidos. Il conflitto è durato sette anni,
fino
a quando è diventato presidente Abdelaziz Bouteflika. Quest’ultimo ha sempre
indicato al Paese il perdono come unica strada per il ritorno alla normalità e,
in più occasioni, ha fornito a tutti i miliziani del Fis l’opportunità della
grazia in cambio della resa. La sua tattica ha funzionato, anche se una falange
del Fis, nota come il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento
(Gspc), non ha mai accettato di deporre le armi, continuando una guerriglia
nelle zone rurali dell’Algeria che ogni anno costa la vita a migliaia di
militari e di miliziani. Ma almeno i massacri di civili sono finiti.
Violenza bifronte. Il problema del perdono, e
delle stragi commesse, non riguarda però solo i fondamentalisti. L’esercito
algerino, nella lotta contro i miliziani, non ha esitato a commettere qualunque
abuso sui civili e si è macchiato di crimini efferati. Da quel punto di vista,
l’atteggiamento di Bouteflika e del suo governo è sempre stato piuttosto
reticente, per non inimicarsi i vertici militari. A dicembre del 2003, grazie alle pressioni delle organizzazioni
non governative che si battono per la tutela dei diritti umani, Bouteflika
istituisce una Commissione incaricata di far luce sulla sorte dei
desaparecidos. I risultati non sono molto convincenti e di militari da
processare neanche l’ombra. Dopo più di due anni le associazioni delle vittime
e le ong internazionali cominciano a rumoreggiare e Bouteflika, come ha fatto
in passato per i miliziani fondamentalisti, decide per la soluzione dell’oblio.
Il popolo algerino, il 29 settembre 2005, viene chiamato alle urne per
esprimersi con un referendum rispetto alla proposta del governo di cancellare
il passato e concedere una sorta di perdono nazionale a chi, durante la guerra
civile, si è macchiato di crimini orrendi. Oppure sancire
che questi assassini l’avevano fatta franca, a seconda dei punti di vista. Le
associazioni per la difesa dei diritti umani e quelle dei parenti delle vittime
e dei desaparecidos insorgono, ma la proposta del governo viene approvata a
larga maggioranza dagli algerini che, avendo a che fare con una grave crisi
economica, vogliono chiudere i conti con il passato. Adesso, come ultima tappa
di questo lungo cammino, arrivano i risarcimenti. Quello che appare come un tentativo
di guadagnarsi un minimo di appoggio dalle associazioni delle vittime, servirà
almeno a stabilire che per l’oblio e l’impunità venga pagato un prezzo.
Comunque troppo esiguo.Christian Elia