23/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Così tre tibetani ricordano al mondo le violazioni compiute dalla Cina nel loro Paese
Dal 13 febbraio 2006, a Torino, in concomitanza con l’inizio dei Giochi Olimpici, tre tibetani sono in sciopero della fame sotto una tenda allestita in S. Pietro in Vicoli. Con questo gesto di estrema protesta, intendono richiamare l’interesse dell’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani perpetrate da Pechino in Tibet e all’interno della stessa Cina.
  Palden Gyatso
I digiunatori sono Sonam Wangdue, giovane esponente del Tibetan Youth Congress, Palden Gyatso, monaco tibetano settantacinquenne e Tamding Choephel, vicepresidente della Comunità Tibetana in Italia.
L'anziano Gyatso, uno dei principali simboli della resistenza tibetana, è stato detenuto per 33 anni nelle carceri cinesi e, dalla sua liberazione, è testimone infaticabile in tutto il mondo degli abusi perpetrati dal governo di Pechino. I suoi anni di prigionia e torture subite sono anche raccontati nel volume autobiografico "Tibet, il Fuoco sotto la Neve".
 
Nel rendere noti i motivi della manifestazione, Kalsang Phuntsok, dirigente del movimento Tibetan Youth Congress, ha dichiarato: "I Giochi Olimpici sono l’occasione giusta per chiedere il rispetto di quei diritti umani che ogni nazione partecipante dovrebbe rispettare. In Tibet, in particolare, continua il genocidio. È nostra intenzione digiunare a tempo indeterminato fino a quando il mondo non chiederà conto alla Cina di questo genocidio."
 
Malgrado le precarie condizioni di salute, Palden Gyatso ha dichiarato di volersi unire ai digiunatori in segno di solidarietà con i compatrioti e nella speranza che qualcosa possa cambiare all’interno del Tibet. Queste le sue parole: "Quando i Giochi Olimpici furono assegnati alla Cina, si disse che questa decisione avrebbe contribuito a migliorare il livello dei diritti umani. In realtà nulla è cambiato, anzi, la situazione è peggiorata".
 
I tre digiunatoriNel 1950 l’esercito di Pechino attuò militarmente l’occupazione e l’annessione forzata del Tibet dividendo il suo sterminato territorio in tre regioni e concedendo limitate autonomie solo a quella con Lhasa capitale, che prese il nome di Tar, Tibet Autonomous Region. Il 10 marzo del ’59 il risentimento dei tibetani portò a una rivolta nazionale repressa con la violenza dalle autorità cinesi. In quella circostanza il Dalai Lama, capo politico e spirituale del Tibet che aveva cercato una convivenza pacifica con i cinesi, fu costretto all’esilio in India insieme a 80mila tibetani. Qui, nella città di Dharamsala costituì il governo tibetano in esilio. Al termine degli anni ’80 altri episodi di resistenza popolare scoppiarono a Lhasa, ma vennero repressi nuovamente.
 
Attualmente la colonizzazione cinese ha raggiunto l’obbiettivo di rendere i tibetani una minoranza nel Tar. In particolare il fenomeno è visibile nelle città, dove la vita della popolazione autoctona è resa impossibile dalle discriminazioni che la colpiscono in vari i campi: economico, scolastico, religioso, politico e culturale. La repressione del dissenso e la censura hanno raggiunto livelli di efficacia quasi totali e la resistenza è, almeno entro i confini del Tar, paralizzata. Attualmente di stanza nella regione ci sono 250mila soldati della Repubblica Popolare. Il Dalai Lama vive in esilio a Dharamsala e viaggia continuamente in cerca del sostegno internazionale. I rifugiati tibetani in India, Buthan e Nepal, sono almeno 135mila.
 
 

red

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