Così tre tibetani ricordano al mondo le violazioni compiute dalla Cina nel loro Paese
Dal 13 febbraio 2006, a Torino, in concomitanza con l’inizio
dei Giochi Olimpici, tre tibetani sono in sciopero della fame sotto una
tenda allestita in S. Pietro in Vicoli. Con questo gesto di
estrema protesta, intendono richiamare l’interesse dell’opinione
pubblica sulle
violazioni dei diritti umani perpetrate da Pechino in Tibet e
all’interno della
stessa Cina.
I digiunatori sono Sonam Wangdue, giovane esponente del
Tibetan Youth Congress, Palden Gyatso, monaco tibetano settantacinquenne e
Tamding Choephel, vicepresidente della Comunità Tibetana in Italia.
L'anziano Gyatso, uno dei principali simboli della resistenza
tibetana, è stato detenuto per 33 anni nelle carceri cinesi e, dalla sua
liberazione, è testimone infaticabile in tutto il mondo degli abusi perpetrati
dal governo di Pechino. I suoi anni di prigionia e torture
subite sono anche raccontati nel volume autobiografico "Tibet, il Fuoco sotto
la Neve".
Nel rendere noti i motivi della manifestazione, Kalsang
Phuntsok, dirigente del movimento Tibetan Youth Congress, ha dichiarato:
"I Giochi Olimpici sono l’occasione giusta per chiedere il rispetto di
quei diritti umani che ogni nazione partecipante dovrebbe rispettare.
In
Tibet, in particolare, continua il genocidio. È nostra intenzione digiunare a
tempo indeterminato fino a quando il mondo non chiederà conto alla Cina di
questo genocidio."
Malgrado le precarie condizioni di salute, Palden Gyatso ha
dichiarato di volersi unire ai digiunatori in segno di solidarietà con i
compatrioti e nella speranza che qualcosa possa cambiare all’interno del Tibet.
Queste le sue parole: "Quando i Giochi Olimpici furono assegnati alla
Cina, si disse che questa decisione avrebbe contribuito a migliorare il livello
dei diritti umani. In realtà nulla è cambiato, anzi, la situazione è
peggiorata".

Nel 1950 l’esercito di Pechino attuò militarmente
l’occupazione e l’annessione forzata del Tibet dividendo il suo sterminato
territorio in tre regioni e concedendo limitate autonomie solo a quella con
Lhasa capitale, che prese il nome di Tar, Tibet Autonomous Region. Il 10 marzo
del ’59 il risentimento dei tibetani portò a una rivolta nazionale repressa con
la violenza dalle autorità cinesi. In quella circostanza il Dalai Lama, capo
politico e spirituale del Tibet che aveva cercato una convivenza pacifica con
i
cinesi, fu costretto all’esilio in India insieme a 80mila tibetani. Qui, nella
città di Dharamsala costituì il governo tibetano in
esilio. Al termine degli anni ’80 altri episodi di resistenza popolare
scoppiarono a Lhasa, ma vennero repressi nuovamente.
Attualmente la colonizzazione cinese ha raggiunto
l’obbiettivo di rendere i tibetani una minoranza nel Tar. In particolare il
fenomeno è visibile nelle città, dove la vita della popolazione autoctona è
resa impossibile dalle discriminazioni che la colpiscono in vari i campi:
economico, scolastico, religioso, politico e culturale. La repressione del
dissenso e la censura hanno raggiunto livelli di efficacia quasi totali e la
resistenza è, almeno entro i confini del Tar, paralizzata. Attualmente di
stanza nella regione ci sono 250mila soldati della Repubblica Popolare. Il
Dalai Lama vive in esilio a Dharamsala e viaggia continuamente in cerca del
sostegno internazionale. I rifugiati tibetani in India, Buthan e Nepal, sono
almeno 135mila.