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Una grave epidemia. “I primi casi di colera sono stati registrati a Yei durante l'ultima
settimana di gennaio, mentre la prima settimana di febbraio altri casi
sono stati accertati nei paesi vicini, compreso Juba, dove il 10 di
febbraio si sono registrati dieci ricoveri, 18 il giorno successivo”,
racconta a PeaceReporter Ivan Biasizzo, a Juba con il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp, United Nations Development Programme). “In un primo
momento non c'era certezza sulla diagnosi di colera: erano state fatte
analisi a Nairobi, ma con esito negativo. Solo in seguito, test
eseguiti a Khartoum hanno dato risultati positivi; sono stati esaminati
anche campioni presi dal fiume di Yei, anch’essi risultati positivi per
il colera”. Secondo l’Organizzazione non governativa Medici senza frontiere, “dal
momento che la regione non è una zona endemica per il colera (dove si
verificano con frequenza casi di malattia, ndr), ci si aspetta che la
popolazione abbia una conoscenza limitata circa le modalità di
trasmissione e di prevenzione della malattia”. Non solo,
l’Ong sottolinea anche come l’epidemia stia colpendo un’area
urbana, dove la popolazione fa un uso enorme dell’acqua inquinata del
fiume Nilo. “Per tutte queste ragioni ci si può aspettare una grave
epidemia”, conclude Msf.
Medicine sì, posti letto no. Accanto a interventi diretti di cura e
prevenzione della malattia, con i quail si cerca di bloccare al più
presto l’epidemia in atto, vengono portati avanti
interventi di educazione sanitaria e di promozione delle misure
igieniche necessarie a interrompere la catena di trasmissione dell’infezione.
“Giornali e radio sono stati utilizzati per informare la gente su come
comportarsi per evitare altri casi” conferma Biasizzo. Nel frattempo, gli ospedali
si riempiono ogni giorno di più. “Le scorse
settimane la maggioranza delle persone ricoverate all'ospedale di Juba
veniva da altri centri del Sud Sudan” continua a raccontare. “Ora moltissimi sono
di Juba e nella città ci sono cinque
cliniche che stanno trattando i pazienti. Sembra che i medicinali
disponibili siano al momento sufficienti per seguire un centinaio di
casi al giorno: le Nazioni Unite e le Organizzazioni non governative hanno
fornito agli ospedali i medicinali che si stavano esaurendo, ma i posti
letto sono finiti e la gente è costretta a stare sul pavimento o sul
terreno all'esterno delle strutture”.
Manca l'acqua. Al momento l’epidemia di colera appare in espansione: “A Juba il numero
dei casi è ancora in aumento e nuove località più ad est, come Bor,
cominciano a registrare la presenza di colera. Non sembra invece che
siano stati registrati casi a Torit” descrive Biasizzo. “Il problema
della diffusione è dovuto alla gente che viaggia fra i vari centri del
Sud Sudan, ora che parte dei collegamenti è stata aperta. L'igiene, la
mancanza di acqua pulita e di servizi sono le cause principali; i pozzi
non sono sufficienti per soddisfare il fabbisogno della popolazione,
che è costretta a usare l'acqua dei fiumi per ogni necessità e
attività”. Tutto questo in una regione dove le condizioni sanitarie di
base sono assai precarie. All’inizio di gennaio, Msf aveva denunciato la
difficile condizione di vita della popolazione nel Sud Sudan, con 6
milioni di persone che continuano a dipendere dall’assistenza
alimentare e con le malattie in aumento. Malattie causa di morte nonostante
siano curabili: malaria, tubercolosi, leishmaniosi
viscerale, malattia del sonno. E ora, anche il colera.
Valeria Confalonieri