09/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di un medico albanese che vuole lottare per il suo Paese
Scritto per noi da
Alessandra Massagrande
 
 
La sanità a Tirana, dove la situazione sta migliorando ma c’è ancora molto da fare, dove un buon medico deve essere soprattutto un educatore sanitario della massa e dove, dice Ridvan, “applicherò quello che ho imparato in Italia”.
 
l'ingresso del reparto di neurochirurgia di tirana“Ho voluto tanto studiare medicina perché sin dall’età di tredici anni mi sono domandato che cosa fosse successo al cervello di mio padre. Lui in giovane età ha avuto un ictus cerebrale al quale è seguito un lungo periodo di coma e io, come figlio maggiore ero quello in grado di aiutarlo ad alzarsi in piedi e ad assisterlo durante la fisioterapia a casa con gli esercizi che avevo imparato dal fisiatra dell’ospedale di Tirana. Si appoggiava a me quando faceva i primi passi dopo essersi svegliato dal coma, lo accompagnavo nei suoi giri attorno alla nostra casa in periferia: ci avevano portato lì dopo averci abbattuta la casa originaria della nostra famiglia, nel centro della città, nel 1974, quando io avevo solo quattro anni – racconta Ridvan - Era molto difficile, a quell’epoca (1988) ottenere il diritto allo studio universitario: ho avuto i risultati massimi alla media superiore e mi ha aiutato il fatto di avere come amico il figlio del sindaco di allora che mi conosceva benissimo e sapeva della mia necessità di studiare medicina e in particolare neuroscienze. Gli studi di medicina erano difficili per carenza di mezzi didattici e di letteratura aggiornata, inoltre, durante il mio terzo anno, cambiò il regime, con tutti i disagi che ne derivarono”.
 
l'ospedale di tirana“La situazione della sanità a Tirana deve a tutt’oggi migliorare. Ci sono cambiamenti in positivo e le specializzazioni che medici ed infermieri hanno potuto seguire nei vari paesi europei e negli Stati Uniti aiutano a cambiare la mentalità dei nostri operatori sanitari”, dice Ridvan, neurochirurgo presso il Centro ospedaliero universitario “Madre Teresa” di  Tirana. Ci vuole molto per rendere migliori le strutture e per educare, da molti punti di vista, la popolazione. “Le ultime elezioni portano la speranza di un miglioramento delle condizioni del lavoro del sistema delle assicurazioni perché aumenti il budget destinato alla sanità sia per i materiali medici sia per i salari del personale che sono molto inferiori se rapportati al servizio che offrono.” In Albania come funziona la sanità? Esiste un sistema mutualistico? “Sì, c’è, ma una grande parte della popolazione rimane ancora esclusa dalle assicurazioni e tutti i privati in città e nei villaggi versano i contributi solo dopo essersi ammalati e dopo essere giunti in ospedale. Adesso, con le nuove direttive le persone cominciano a capire che conviene essere assicurati, ma ci vuole ancora tanto tempo e un grande lavoro per arrivare alla situazione della mutua quale è in Italia.” Negli ultimi tempi in Albania è mancata la corrente elettrica, in alcune zone anche per molte ore al giorno. In ospedale c’è un generatore che viene attivato in caso di mancanza di corrente: “ per fortuna non capita spessissimo, comunque è accaduto di dovere attendere al buio, anche cinque minuti, in camera operatoria prima che riattivassero la corrente.”
 
un reparto dell'ospadele madre teresa di tirana“Una cosa che manca ancora periodicamente in neurochirurgia è l’acqua corrente: va e viene, ci sono depositi per i momenti più critici in sala operatoria e in sala rianimazione.
Quali  prospettive vedi per il futuro? “Per quest’anno è stato approvato il fondo per la ristrutturazione del servizio di neurochirurgia del centro universitario dove lavoro: il progetto prevede di fornire acqua corrente 24 ore su 24, inoltre verranno rinnovati tutti gli ambienti a cominciare dalle stanze di degenza, bagni, sale operatorie e rianimazione. Un’altra novità è il fatto che stiamo per partire con la neurochirurgia stereotassica e funzionale di cui sono responsabile…” Sono molti gli episodi che meritano di essere ricordati nella pratica della professione, racconta Ridvan, ma aggiunge che un caso gli è rimasto in mente e lo ha particolarmente commosso. “Era il mio primo anno di specializzazione in neurologia al centro di Tirana e mi sono trovato ad assistere un mio paziente che soffriva per i postumi di un ictus quando si è ammalata sua moglie:una vasta emorragia cerebrale. Insisteva per vedere la moglie e così l’ho accompagnato da lei, in carrozzella, nel reparto di rianimazione; prima, però  ho dovuto convincere i suoi figli che era del tutto inutile mentigli sulle condizioni della moglie che era in fin di vita. Ricordo ancora e ricorderò per sempre come, seduto in carrozzina, quel paziente emiparetico grave accarezzava con la sua mano destra (la sinistra non la poteva muovere) la moglie in coma: ho pianto e ancora oggi mi commuove la scena che ho ancora in mente.” Con queste parole un medico si racconta nell’Albania di oggi:un paese aperto alle innovazioni ma che deve scontrarsi con la mentalità ancora chiusa delle persone e con la carenza dei mezzi e dei servizi. 
Categoria: Migranti, Popoli, Salute
Luogo: Albania
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