Scritto per noi da
Alessandra Massagrande
La sanità a Tirana, dove la situazione sta migliorando ma
c’è ancora molto da fare, dove un buon medico deve essere soprattutto un
educatore sanitario della massa e dove, dice Ridvan, “applicherò quello che ho
imparato in Italia”.

“Ho voluto tanto studiare medicina perché sin dall’età di
tredici anni mi sono domandato che cosa fosse successo al cervello di mio
padre. Lui in giovane età ha avuto un ictus cerebrale al quale è seguito un
lungo periodo di coma e io, come figlio maggiore ero quello in grado di
aiutarlo ad alzarsi in piedi e ad assisterlo durante la fisioterapia a casa con
gli esercizi che avevo imparato dal fisiatra dell’ospedale di Tirana. Si
appoggiava a me quando faceva i primi passi dopo essersi svegliato dal coma, lo
accompagnavo nei suoi giri attorno alla nostra casa in periferia: ci avevano
portato lì dopo averci abbattuta la casa originaria della nostra famiglia, nel
centro della città, nel 1974, quando io avevo solo quattro anni – racconta Ridvan
- Era molto difficile, a quell’epoca (1988) ottenere il diritto allo studio
universitario: ho avuto i risultati massimi alla media superiore e mi ha
aiutato il fatto di avere come amico il figlio del sindaco di allora che mi
conosceva benissimo e sapeva della mia necessità di studiare medicina e in
particolare neuroscienze. Gli studi di medicina erano difficili per carenza di
mezzi didattici e di letteratura aggiornata, inoltre, durante il mio terzo
anno, cambiò il regime, con tutti i disagi che ne derivarono”.

“La situazione della sanità a Tirana deve a tutt’oggi
migliorare. Ci sono cambiamenti in positivo e le specializzazioni che
medici ed
infermieri hanno potuto seguire nei vari paesi europei e negli Stati
Uniti
aiutano a cambiare la mentalità dei nostri operatori sanitari”, dice
Ridvan,
neurochirurgo presso il Centro ospedaliero universitario “Madre Teresa”
di Tirana. Ci vuole molto per rendere migliori le strutture e per
educare, da molti punti di vista, la popolazione. “Le ultime elezioni
portano la
speranza di un miglioramento delle condizioni del lavoro del sistema
delle
assicurazioni perché aumenti il budget destinato alla sanità sia per i
materiali medici sia per i salari del personale che sono molto
inferiori se
rapportati al servizio che offrono.” In Albania come funziona la
sanità? Esiste
un sistema mutualistico? “Sì, c’è, ma una grande parte della
popolazione rimane
ancora esclusa dalle assicurazioni e tutti i privati in città e nei
villaggi
versano i contributi solo dopo essersi ammalati e dopo essere giunti in
ospedale. Adesso, con le nuove direttive le persone cominciano a capire
che
conviene essere assicurati, ma ci vuole ancora tanto tempo e un grande
lavoro
per arrivare alla situazione della mutua quale è in Italia.” Negli
ultimi tempi
in Albania è mancata la corrente elettrica, in alcune zone anche per
molte ore
al giorno. In ospedale c’è un generatore che viene attivato in caso di
mancanza
di corrente: “ per fortuna non capita spessissimo, comunque è accaduto
di
dovere attendere al buio, anche cinque minuti, in camera operatoria
prima che
riattivassero la corrente.”

“Una cosa che manca ancora periodicamente in neurochirurgia
è l’acqua corrente: va e viene, ci sono depositi per i momenti più critici in
sala operatoria e in sala rianimazione.
Quali prospettive
vedi per il futuro? “Per quest’anno è stato approvato il fondo per la
ristrutturazione del servizio di neurochirurgia del centro universitario dove
lavoro: il progetto prevede di fornire acqua corrente 24 ore su 24, inoltre
verranno rinnovati tutti gli ambienti a cominciare dalle stanze di degenza,
bagni, sale operatorie e rianimazione. Un’altra novità è il fatto che stiamo
per partire con la neurochirurgia stereotassica e funzionale di cui sono
responsabile…” Sono molti gli episodi che meritano di essere ricordati
nella pratica della professione, racconta Ridvan, ma aggiunge che un caso gli
è
rimasto in mente e lo ha particolarmente commosso. “Era il mio primo anno di specializzazione
in neurologia al
centro di Tirana e mi sono trovato ad assistere un mio paziente che soffriva
per i postumi di un ictus quando si è ammalata sua moglie:una vasta emorragia
cerebrale. Insisteva per vedere la moglie e così l’ho accompagnato da lei, in
carrozzella, nel reparto di rianimazione; prima, però ho dovuto convincere i suoi figli che era del tutto inutile
mentigli sulle condizioni della moglie che era in fin di vita. Ricordo ancora
e
ricorderò per sempre come, seduto in carrozzina, quel paziente emiparetico
grave accarezzava con la sua mano destra (la sinistra non la poteva muovere) la
moglie in coma: ho pianto e ancora oggi mi commuove la scena che ho ancora in
mente.” Con queste parole un medico si racconta nell’Albania di oggi:un paese
aperto alle innovazioni ma che deve scontrarsi con la mentalità ancora chiusa
delle persone e con la carenza dei mezzi e dei servizi.