24/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'isola di Sakhalin ricoperta da una coltre di neve gialla, oleosa e puzzolente di petrolio
Chissà cosa avranno pensato gli indigeni Nivci, Nanai, Orochi ed Elenchi – pescatori e allevatori di renne che vivono da sempre in simbiosi con la natura – quando l'altroieri hanno visto una coltre di neve gialla, oleosa e puzzolente di petrolio ricoprire la loro terra: l’isola russa di Sakhalin, nel Mare di Ohotsk, a nord del Giappone. Lo avranno sicuramente interpretato come un chiaro segnale della natura che si ribella contro la devastazione ambientale e dall’inquinamento provocati dalle attività di estrazione e lavorazione del petrolio.
 
I tetti ingialliti di neveE’ il risultato dell’inquinamento dell’industria petrolifera. La neve gialla è caduta copiosa soprattutto attorno a Sabo, squallida città-dormitorio abitata dai lavoratori dell’industria petrolifera, oggi semidisabitata dopo un grosso terremoto che ha convinto i suoi abitanti a trasferirsi altrove. La consistenza e l’odore della neve lasciano pochi dubbi sulla natura dello strano fenomeno: il drammatico inquinamento atmosferico prodotto dagli scarichi delle numerose raffinerie di petrolio presenti sull’isola. Le analisi di laboratorio cui verranno sottoposti i campioni di neve prelevati a Sabo dovrebbero fare piena luce sulla faccenda. Ma c’è anche chi rifiuta l’ipotesi dell’inquinamento, affermando che si potrebbe trattare di un fenomeno legato all’attività eruttiva di qualcuno dei vari vulcani presenti sull’isola e quindi allo zolfo che avrebbe dato il colore giallo alla neve. Ma questa spiegazione non giustifica l’odore di petrolio.
 
Spalaneve in azione a SaboMa lo sfruttamento petrolifero è destinato ad aumentare. I grandi impianti di estrazione e lavorazione del petrolio e del gas naturale, di proprietà della Shell e della Mitsui-Mitsubishi, hanno provocato enormi danni ambientali sull’isola di Sakhalin. Il caso più eclatante è stato quello della moria di pesci seguita all’inizio dei lavori di trivellazioni sottomarine nel 1999: fu una tragedia economica per la popolazione locale, che vive di pesca. Il rischio più grande è rappresentato dai frequenti terremoti che sconvolgono l’isola e che ora potrebbero danneggiare le condutture petrolifere, con effetti catastrofici sull’ambiente. Rischio tanto più elevato ora che il consorzio petrolifero ha deciso di avviare la ‘fase due’ dello sfruttamento petrolifero dell’isola, con la costruzione di nuovi impianti estrattivi e di due pipeline che collegheranno Sakhalin con la terra ferma attraversando tutta l’isola. Da anni gli indigeni locali combattono pacificamente per difendere la loro isola da questo scempio (v. articolo), ma nessuno ha mai ascoltato le loro proteste. Magari questa nevicata di petrolio servisse a dar voce alle loro ragioni.

Enrico Piovesana

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