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Spirito imprenditoriale. Khoury è il rampollo di una
delle più ricche famiglie palestinesi di Taybeh, un piccolo villaggio a
maggioranza cristiana alle porte di Ramallah, in Cisgiordania. Lui e la sua
famiglia, per 20 anni, hanno vissuto e prosperato economicamente negli Stati
Uniti, ma Nadim non ha mai smesso di coltivare un’idea. Quella di aprire
un’azienda in Palestina, a casa sua, e più precisamente una fabbrica di birra.
Il clima degli Accordi di Oslo nel 1993 gli è parso il momento ideale per
tornare a casa e, investendo 1 milione di dollari Usa, ha aperto nel suo
villaggio una fabbrica che produce la birra Taybeh, appunto. “Nonostante la distruzione della Seconda Intifada”, racconta Nadim,
“produciamo 1 milione e 200mila bottiglie di birra all’anno”. La Palestina era
il luogo ideale per un’iniziativa del genere, trattandosi del paese più laico
del mondo islamico, in particolare nella zona di Ramallah. Per tutti questi
anni la sua birra ha circolato in Cisgiordania, ma si è tenuta alla larga dalla
Striscia di Gaza, dove la sensibilità religiosa è più solida. Ma la vittoria di
Hamas alle elezioni presentava un problema per Khoury. Notoriamente gli
islamisti convinti non vedono di buon occhio la consumazione e la produzione di
alcolici e il primo segnale di un certo cambiamento è stato la chiusura
dell’unico, piccolo bar a Gaza dove era possibile trovare una birra: quello
gestito dalle Nazioni Unite, ritrovo di cooperanti internazionali e non solo.
Ma Khoury non si è perso d’animo.
Presenza di spirito. Pochi
giorni dopo che i risultati elettorali sono stati resi pubblici, sancendo la
vittoria di Hamas, Khoury ha annunciato il lancio del nuovo prodotto Taybeh: una birra analcolica. E per sottolineare
meglio la capacità della sua azienda di adattarsi ai tempi, Nadim ha annunciato
che nello stemma tradizionale della birra verrà aggiunta una bella
spruzzatina di verde, colore dell’Islam e soprattutto colore di Hamas. “Non ho alcuna intenzione di dover
contrabbandare la mia birra nel mio Paese”, ha dichiarato Khoury, “anche perché
conosco i leader di Hamas e sono tutte persone intelligenti ed educate.
Troveremo un accordo, anche per tutelare una delle poche attività produttive
palestinesi che hanno resistito alla violenza della Seconda Intifada”. Al
momento la leadership di Hamas è presa da problemi più urgenti, come il taglio
dei fondi che spettano ai palestinesi secondo gli Accordi di Oslo, e le pressioni
internazionali per il
riconoscimento d’Israele. Nessuno dello schieramento vincitore delle elezioni
palestinesi si è pronunciato in materia di consumo degli alcolici, ma il talento
di Khoury per gli affari
potrebbe convincere anche i dirigenti tutti d’un pezzo di Hamas a trovare un
accordo. Anche se non accadrà di sicuro davanti a una buona birra. Christian Elia