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Salima ha una trentina d’anni ma ne dimostra quasi il
doppio. Da tre anni vive in una buia stanzetta in una casa d’argilla:
la sezione femminile della medievale prigione di Lashkargah, nel profondo sud
dell’Afghanistan. Tra le mura di questo carcere Salima ha dato alla luce una
bambina che ora condivide il triste destino di carcerata con la madre. Per la
piccola Fariba il mondo finisce contro il filo spinato aggrovigliato alle
sbarre d’acciaio del cancello della prigione. Lei è il frutto del peccato che
ha portato sua madre in carcere, la prova di un delitto che secondo la legge
Afgana è punito con dieci anni di galera. Quando Salima è stata rinchiusa qui
era incinta, ma non di suo marito. Costretta, come tutte le donne afgane, a un
matrimonio combinato con un uomo che non amava, si è innamorata di un altro e
di lui è rimasta incinta. Il marito, dopo averle fatto rimpiangere di essere
nata a forza di botte, ha chiamato la polizia e l’ha fatta imprigionare per
adulterio. Lei e la figlia che portava in ventre.
Il capo della polizia:“Le nostre leggi sono quelle
dell’Islam”. “Beh, cosa c’è di strano? Queste sono le nostre leggi: siamo
un paese islamico e il nostro codice penale si basa sulla sharìa. Le è andata
bene che non l’hanno lapidata!”, scherza Mohammed Ansarì, comandante della
polizia di Lashkargah. “Da voi in Italia non è lo stesso? Le adultere non
finiscono in prigione?”. Gli spieghiamo che nel nostro paese l’adulterio non è
più un reato dal 1968: non tanto tempo in effetti. Ma lui non si scompone e
risponde: “Beh, avete sbagliato di grosso! Le donne infedeli devono finire per
lo meno in prigione!”. Gli chiediamo cosa ne pensa delle accuse di Amnesty
Inetrnational che in un rapporto del 2003 denunciava gli abusi sessuali a cui le detenute per adulterio sono regolarmente
sottoposte in carcere da parte di guardiani e poliziotti. “Sono tutte falsità”,
risponde con uno strano sorriso.
All’Italia il difficile compito di riformare il sistema
giudiziario afgano. L’immane compito di riformare il sistema legale,
giudiziario e carcerario afgano grava tutto sulle spalle del governo italiano.
Il
programma, costato finora al nostro erario quasi 50 milioni di euro, è diretto
dall’ex capo della Dia (Direzione
investigativa antimafia) e attuale
direttore esecutivo dell'Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite contro il la droga
e il crimine) Giuseppe Di Gennaro. In oltre tre anni di lavoro, tra le altre
cose, è stato redatto un nuovo codice di procedura penale e un codice minorile,
sono stati riformati il codice di famiglia e il codice civile, e sono stati
‘formati’ centinaia di giudici e avvocati destinati a diventare ‘formatori’ a
loro volta. Risultati importanti che però, purtroppo, si scontrano con una
realtà che fatica a cambiare, con tradizioni legate non solo alla legge
islamica ma soprattutto a usi e costumi duri a morire.
Un sistema conservatore dalla base fino ai vertici.
Tradizioni che permeano tutto il sistema giudiziario afgano, dai tribunali
distrettuali, su su fino alla Corte Suprema di Kabul, che dovrebbe essere
tenuta a dare l’esempio e a fare da guida a tutti gli apparati giuridici
nazionali. E che in effetti lo fa, ma in senso assolutamente conservatore e
tradizionalista, dato che a presiederla è l’ottantenne Fazl Hadi Shinwari,
portabandiera dei reazionari religiosi afgani. Fu lui a chiedere la sospensione
delle trasmissioni della televisione privata Tolo Tv per i suoi programmi musicali
giudicati offensivi della morale islamica.
Sua fu l’idea di rimuovere la dottoressa Sima Samar dal posto di
vice primo ministro del governo provvisorio di Karzai per le sue critiche alla
sharìa. E ancora lui chiese l’arresto e la condanna per blasfemia di Ali
Mohaqiq Nasab, direttore del mensile femminile Hoquq-e Zan (Diritti
delle Donne), che aveva pubblicato due articoli in cui si criticavano la
fustigazione e la lapidazione delle donne adultere.
Enrico Piovesana