26/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Storie e volti di un sistema giudiziario misogino e conservatore difficile da riformare
La prigione di Lashkargah (Foto E.Piovesana)Salima ha una trentina d’anni ma ne dimostra quasi il doppio. Da tre anni vive in una buia stanzetta in una casa d’argilla: la sezione femminile della medievale prigione di Lashkargah, nel profondo sud dell’Afghanistan. Tra le mura di questo carcere Salima ha dato alla luce una bambina che ora condivide il triste destino di carcerata con la madre. Per la piccola Fariba il mondo finisce contro il filo spinato aggrovigliato alle sbarre d’acciaio del cancello della prigione. Lei è il frutto del peccato che ha portato sua madre in carcere, la prova di un delitto che secondo la legge Afgana è punito con dieci anni di galera. Quando Salima è stata rinchiusa qui era incinta, ma non di suo marito. Costretta, come tutte le donne afgane, a un matrimonio combinato con un uomo che non amava, si è innamorata di un altro e di lui è rimasta incinta. Il marito, dopo averle fatto rimpiangere di essere nata a forza di botte, ha chiamato la polizia e l’ha fatta imprigionare per adulterio. Lei e la figlia che portava in ventre.
 
Il capo della polizia di Lashkargah (Foto E.Piovesana)Il capo della polizia:“Le nostre leggi sono quelle dell’Islam”. “Beh, cosa c’è di strano? Queste sono le nostre leggi: siamo un paese islamico e il nostro codice penale si basa sulla sharìa. Le è andata bene che non l’hanno lapidata!”, scherza Mohammed Ansarì, comandante della polizia di Lashkargah. “Da voi in Italia non è lo stesso? Le adultere non finiscono in prigione?”. Gli spieghiamo che nel nostro paese l’adulterio non è più un reato dal 1968: non tanto tempo in effetti. Ma lui non si scompone e risponde: “Beh, avete sbagliato di grosso! Le donne infedeli devono finire per lo meno in prigione!”. Gli chiediamo cosa ne pensa delle accuse di Amnesty Inetrnational che in un rapporto del 2003 denunciava gli abusi sessuali a cui le detenute per adulterio sono regolarmente sottoposte in carcere da parte di guardiani e poliziotti. “Sono tutte falsità”, risponde con uno strano sorriso.
 
Prigionieri a Lashkargah (Foto E.Piovesana)All’Italia il difficile compito di riformare il sistema giudiziario afgano. L’immane compito di riformare il sistema legale, giudiziario e carcerario afgano grava tutto sulle spalle del governo italiano. Il programma, costato finora al nostro erario quasi 50 milioni di euro, è diretto dall’ex capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) e attuale direttore esecutivo dell'Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite contro il la droga e il crimine) Giuseppe Di Gennaro. In oltre tre anni di lavoro, tra le altre cose, è stato redatto un nuovo codice di procedura penale e un codice minorile, sono stati riformati il codice di famiglia e il codice civile, e sono stati ‘formati’ centinaia di giudici e avvocati destinati a diventare ‘formatori’ a loro volta. Risultati importanti che però, purtroppo, si scontrano con una realtà che fatica a cambiare, con tradizioni legate non solo alla legge islamica ma soprattutto a usi e costumi duri a morire.
 
Fazl Hadi ShinwariUn sistema conservatore dalla base fino ai vertici. Tradizioni che permeano tutto il sistema giudiziario afgano, dai tribunali distrettuali, su su fino alla Corte Suprema di Kabul, che dovrebbe essere tenuta a dare l’esempio e a fare da guida a tutti gli apparati giuridici nazionali. E che in effetti lo fa, ma in senso assolutamente conservatore e tradizionalista, dato che a presiederla è l’ottantenne Fazl Hadi Shinwari, portabandiera dei reazionari religiosi afgani. Fu lui a chiedere la sospensione delle trasmissioni della televisione privata Tolo Tv per i suoi programmi musicali giudicati offensivi della morale islamica. Sua fu l’idea di rimuovere la dottoressa Sima Samar dal posto di vice primo ministro del governo provvisorio di Karzai per le sue critiche alla sharìa. E ancora lui chiese l’arresto e la condanna per blasfemia di Ali Mohaqiq Nasab, direttore del mensile femminile Hoquq-e Zan (Diritti delle Donne), che aveva pubblicato due articoli in cui si criticavano la fustigazione e la lapidazione delle donne adultere.
Nei giorni scorsi un gruppo di diplomatici europei ha sostanzialmente chiesto a Karzai di rimuovere Shinwari dalla presidenza della Corte Suprema. Come se non fosse anche lui un prodotto della cultura afgana: una cultura radicata e diffusa che non cambierà così facilmente. E non certo in tempo perché Salima e sua figlia se ne accorgano.

Enrico Piovesana

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