03/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Quasi 400mila persone giocano ad Hattrick, una sorta di calcio manageriale online
C’è un mondo parallelo in cui il calcio è ancora solo un gioco e anche, come nelle partite in strada da piccoli, un modo di fare amicizia. Dove i tifosi accorrono festanti allo stadio e non si scontrano mai. Dove le squadre con buchi paurosi in bilancio falliscono veramente, perché nessun santo in paradiso le può salvare. E il bello è che questo mondo è fatto di sfide e giocatori che nessuno vedrà mai, perché esiste solo in un server che sta in Svezia e gli unici esseri umani coinvolti, invece di scendere in campo, stanno con le mani sulla tastiera e gli occhi fissi sui monitor. A trepidare e a inveire come quando gioca la loro squadra del cuore perché il mondo parallelo, per quegli eterni bambinoni che sono gli appassionati di calcio, può sembrare più vero di quello reale.
 
Tutto questo è Hattrick. Di solito, quando si spiega cos’è agli amici si dice “è un gioco di calcio manageriale online”, ma la definizione è riduttiva. Ovvero, tecnicamente è così: ci si iscrive, si riceve una squadra di giocatori inventati e di quella si è allo stesso tempo il presidente, il manager e l’allenatore. Si gioca un campionato con le squadre di altri iscritti, bisogna tenere sotto controllo i conti, gli stipendi, i costi di gestione, e a fine stagione si può essere promossi alla serie superiore o retrocessi. Ci sono diversi livelli e quello massimo è rappresentato dalle squadre nazionali, allenate da un commissario tecnico scelto democraticamente tra gli iscritti del rispettivo Paese. Questo per quanto riguarda il gioco vero e proprio. Con oltre 365mila membri in tutto il mondo, il pianeta Hattrick (“tripletta”, in inglese) è però soprattutto un’enorme comunità di persone unite sì da un’insana passione per il calcio, ma che da questa prendono spunto per conoscersi, fare amicizia, discutere di tutto.
 
Tawfik, un pachistano di 19 anni, vive Hattrick proprio così. E’ il proprietario della squadra “Palestine”, iscritta al campionato israeliano nel girone di Gerusalemme, e nel suo piccolo si è ritagliato un ruolo di mediatore di pace. Con i tanti israeliani che ha conosciuto grazie al sito discute dei vari problemi che attanagliano il Medioriente: “Cerco di far capire loro – dice – che non tutti i musulmani vogliono sterminare gli ebrei, e saresti sorpreso se sapessi quanti credono che sia proprio così. Tento di cambiare questo risoluto atteggiamento anti-arabo e di far comprendere loro il punto di vista dei palestinesi. Ma poi quando parlo con questi ultimi scopro che, se esistono quelli che pensano ‘buttiamo Israele a mare’, ne trovo altri assolutamente contrari agli attentati suicidi e che comprendono i sentimenti degli israeliani e il dilemma in cui si trova il governo di Tel Aviv”.
 
Tawfik non è il solo a usare Hattrick come una comunità per trovare persone con interessi simili. Alcuni iscritti israeliani ed egiziani, per esempio, hanno organizzato la “Coppa della pace”, una serie di partite amichevoli per simboleggiare il fatto che anche tra popoli rivali si può andare d’accordo. E con migliaia di persone che entrano in contatto sul sito può nascere di tutto: per informazioni chiedere a Bjorn e Malin, due svedesi che si sono incontrati proprio grazie ad Hattrick, si sono sposati e hanno già avuto una bambina, Miranda, la cui nascita è stata annunciata poche ore dopo dai gestori del sito, orgogliosi come se fossero i padrini.
 
“Il calcio è quello che spalanca la porta ai nuovi utenti, ma è la comunità che fa appassionare la gente ad Hattrick e la fa giocare”, spiega Johan Gustafson, amministratore della società che gestisce il sito. Nato nel 1997 dall’idea dello svedese Bjorn Holmer, Hattrick è cresciuto esponenzialmente da quando Gustafson, all’epoca un giornalista iscritto con regolare squadra al fanta-campionato svedese, intervistò Holmer per una rivista. Lì nacque l’idea di una società che potesse portare Hattrick, conosciuto nei primi tempi solo in Scandinavia, a raggiungere la fama internazionale. Johan e Bjorn ce l’hanno fatta eccome: il sito – su cui lavorano otto persone – è ora tradotto in 23 lingue e cresce di giorno in giorno. “Per ora siamo a 365mila iscritti – racconta soddisfatto Gustafson – ma a questo ritmo fra due anni potremmo raggiungere quota un milione”.
 
Per un sito che fa zero pubblicità in giro e si basa esclusivamente sul passaparola tra amici, il successo è incredibile. Tanto più che giocare non costa assolutamente niente, basta una connessione a Internet da dovunque per gestire la propria squadra. Se poi si è fan sfegatati si può scegliere di diventare “supporter”. Contribuendo con una somma modesta (6 euro per tre mesi, 20 per un anno) – tutto sommato poco, per il divertimento che dà giocare – il maniaco di Hattrick ha la possibilità di andare ancora più in fondo al tunnel ludico: può finalmente vedere la facce dei giocatori, disporre di innumerevoli statistiche sulla propria squadra e interagire ancora di più con gli altri membri della comunità.
 
Il gioco, provare per credere, ti acchiappa pian piano. Capita regolarmente che uno si iscriva giusto per provare, incuriosito dall’amico smanettone, e dopo qualche settimana di ambientamento si ritrovi a mettere la sveglia in piena notte perché non può lasciarsi scappare quell’attaccante indonesiano dal nome impronunciabile che servirebbe come il pane per rinforzare la propria squadra. Per poi scoprire che, all’asta online per accaparrarselo che scade a quell’ora in cui tutti dovrebbero dormire, altri dieci ormai andati come lui hanno avuto la stessa idea, e infine tornarsene a letto delusi perché il prezzo era salito oltre le proprie possibilità.
 
Chi non è stato contagiato dalla febbre-Hattrick tratta gli adepti del sito con la compassione riservata a chi vaneggia perché il cervello comincia a perdere colpi: il primo test, di solito, è la fidanzata. Certo, sembra poco razionale che un uomo fatto e finito si appassioni per una partita “creata” dall’enorme database di un computer, che abbia a cuore più la situazione del bilancio della squadra che quella del proprio conto in banca e che trepidi per vedere se la forma dei giocatori è salita o no prima dello scontro diretto, come un bambino non vede l’ora di scoprire i regali che gli ha portato Babbo Natale.
 
Sarebbe forse più logico se, come altri milioni di persone, seguisse con entusiasmo le sorti di una squadra vera, non del mondo parallelo ma di quello reale. Quello dove ti insegnano a essere scorretto fin da quando sei piccolo perché l’importante è vincere, non importa come. Quello dove, quando l’arbitro è girato dall’altra parte, i giocatori si tirano gomitate maligne o si sputano. Dove le piccole squadre sono bistrattate, il risultato delle partite è a volte deciso prima dell’inizio e anche le mezze calzette se la tirano come primedonne. Altro che quella bambinata di Hattrick, fatta di lealtà, correttezza, amicizie e sane rivalità. Quel gioco, sì, lasciatelo a chi ha ancora voglia di sognare.

Alessandro Ursic

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