Quasi 400mila persone giocano ad Hattrick, una sorta di calcio manageriale online

C’è un mondo parallelo in cui il calcio è ancora solo un gioco e anche, come
nelle partite in strada da piccoli, un modo di fare amicizia. Dove i tifosi accorrono
festanti allo stadio e non si scontrano mai. Dove le squadre con buchi paurosi
in bilancio falliscono veramente, perché nessun santo in paradiso le può salvare.
E il bello è che questo mondo è fatto di sfide e giocatori che nessuno vedrà mai,
perché esiste solo in un server che sta in Svezia e gli unici esseri umani coinvolti,
invece di scendere in campo, stanno con le mani sulla tastiera e gli occhi fissi
sui monitor. A trepidare e a inveire come quando gioca la loro squadra del cuore
perché il mondo parallelo, per quegli eterni bambinoni che sono gli appassionati
di calcio, può sembrare più vero di quello reale.
Tutto questo è Hattrick. Di solito, quando si spiega cos’è agli amici si dice
“è un gioco di calcio manageriale online”, ma la definizione è riduttiva. Ovvero,
tecnicamente è così: ci si iscrive, si riceve una squadra di giocatori inventati
e di quella si è allo stesso tempo il presidente, il manager e l’allenatore. Si
gioca un campionato con le squadre di altri iscritti, bisogna tenere sotto controllo
i conti, gli stipendi, i costi di gestione, e a fine stagione si può essere promossi
alla serie superiore o retrocessi. Ci sono diversi livelli e quello massimo è
rappresentato dalle squadre nazionali, allenate da un commissario tecnico scelto
democraticamente tra gli iscritti del rispettivo Paese. Questo per quanto riguarda
il gioco vero e proprio. Con oltre 365mila membri in tutto il mondo, il pianeta
Hattrick (“tripletta”, in inglese) è però soprattutto un’enorme comunità di persone
unite sì da un’insana passione per il calcio, ma che da questa prendono spunto
per conoscersi, fare amicizia, discutere di tutto.
Tawfik, un pachistano di 19 anni, vive Hattrick proprio così. E’ il proprietario
della squadra “Palestine”, iscritta al campionato israeliano nel girone di Gerusalemme,
e nel suo piccolo si è ritagliato un ruolo di mediatore di pace. Con i tanti israeliani
che ha conosciuto grazie al sito discute dei vari problemi che attanagliano il
Medioriente: “Cerco di far capire loro – dice – che non tutti i musulmani vogliono
sterminare gli ebrei, e saresti sorpreso se sapessi quanti credono che sia proprio
così. Tento di cambiare questo risoluto atteggiamento anti-arabo e di far comprendere
loro il punto di vista dei palestinesi. Ma poi quando parlo con questi ultimi
scopro che, se esistono quelli che pensano ‘buttiamo Israele a mare’, ne trovo
altri assolutamente contrari agli attentati suicidi e che comprendono i sentimenti
degli israeliani e il dilemma in cui si trova il governo di Tel Aviv”.

Tawfik non è il solo a usare Hattrick come una comunità per trovare persone con
interessi simili. Alcuni iscritti israeliani ed egiziani, per esempio, hanno organizzato
la “Coppa della pace”, una serie di partite amichevoli per simboleggiare il fatto
che anche tra popoli rivali si può andare d’accordo. E con migliaia di persone
che entrano in contatto sul sito può nascere di tutto: per informazioni chiedere
a Bjorn e Malin, due svedesi che si sono incontrati proprio grazie ad Hattrick,
si sono sposati e hanno già avuto una bambina, Miranda, la cui nascita è stata
annunciata poche ore dopo dai gestori del sito, orgogliosi come se fossero i padrini.
“Il calcio è quello che spalanca la porta ai nuovi utenti, ma è la comunità che
fa appassionare la gente ad Hattrick e la fa giocare”, spiega Johan Gustafson,
amministratore della società che gestisce il sito. Nato nel 1997 dall’idea dello
svedese Bjorn Holmer, Hattrick è cresciuto esponenzialmente da quando Gustafson,
all’epoca un giornalista iscritto con regolare squadra al fanta-campionato svedese,
intervistò Holmer per una rivista. Lì nacque l’idea di una società che potesse
portare Hattrick, conosciuto nei primi tempi solo in Scandinavia, a raggiungere
la fama internazionale. Johan e Bjorn ce l’hanno fatta eccome: il sito – su cui
lavorano otto persone – è ora tradotto in 23 lingue e cresce di giorno in giorno.
“Per ora siamo a 365mila iscritti – racconta soddisfatto Gustafson – ma a questo
ritmo fra due anni potremmo raggiungere quota un milione”.
Per un sito che fa zero pubblicità in giro e si basa esclusivamente sul passaparola
tra amici, il successo è incredibile. Tanto più che giocare non costa assolutamente
niente, basta una connessione a Internet da dovunque per gestire la propria squadra.
Se poi si è fan sfegatati si può scegliere di diventare “supporter”. Contribuendo
con una somma modesta (6 euro per tre mesi, 20 per un anno) – tutto sommato poco,
per il divertimento che dà giocare – il maniaco di Hattrick ha la possibilità
di andare ancora più in fondo al tunnel ludico: può finalmente vedere la facce
dei giocatori, disporre di innumerevoli statistiche sulla propria squadra e interagire
ancora di più con gli altri membri della comunità.

Il gioco, provare per credere, ti acchiappa pian piano. Capita regolarmente che
uno si iscriva giusto per provare, incuriosito dall’amico smanettone, e dopo qualche
settimana di ambientamento si ritrovi a mettere la sveglia in piena notte perché
non può lasciarsi scappare quell’attaccante indonesiano dal nome impronunciabile
che servirebbe come il pane per rinforzare la propria squadra. Per poi scoprire
che, all’asta online per accaparrarselo che scade a quell’ora in cui tutti dovrebbero
dormire, altri dieci ormai andati come lui hanno avuto la stessa idea, e infine
tornarsene a letto delusi perché il prezzo era salito oltre le proprie possibilità.
Chi non è stato contagiato dalla febbre-Hattrick tratta gli adepti del sito con
la compassione riservata a chi vaneggia perché il cervello comincia a perdere
colpi: il primo test, di solito, è la fidanzata. Certo, sembra poco razionale
che un uomo fatto e finito si appassioni per una partita “creata” dall’enorme
database di un computer, che abbia a cuore più la situazione del bilancio della
squadra che quella del proprio conto in banca e che trepidi per vedere se la forma
dei giocatori è salita o no prima dello scontro diretto, come un bambino non vede
l’ora di scoprire i regali che gli ha portato Babbo Natale.
Sarebbe forse più logico se, come altri milioni di persone, seguisse con entusiasmo
le sorti di una squadra vera, non del mondo parallelo ma di quello reale. Quello
dove ti insegnano a essere scorretto fin da quando sei piccolo perché l’importante
è vincere, non importa come. Quello dove, quando l’arbitro è girato dall’altra
parte, i giocatori si tirano gomitate maligne o si sputano. Dove le piccole squadre
sono bistrattate, il risultato delle partite è a volte deciso prima dell’inizio
e anche le mezze calzette se la tirano come primedonne. Altro che quella bambinata
di Hattrick, fatta di lealtà, correttezza, amicizie e sane rivalità. Quel gioco,
sì, lasciatelo a chi ha ancora voglia di sognare.