scritto per noi da
Adriano Seu
Lo scorso 16 febbraio il Belgio ha scelto di mettere al bando le bombe a frammentazione
(cluster bombs), sottoponendole alle stesse restrizioni previste per le mine anti-uomo e sancite
dal Trattato di Ottawa, entrato in vigore nel 1999. Il Belgio diviene così il
primo Paese al mondo a liberarsi dell’equivoco dietro cui si nascosero i 152 Stati
che siglarono il patto sette anni fa. Grazie ad una singolare interpretazione
delle finalità per cui avrebbero dovuto essere impiegate le bombe cluster, queste
vennero ritenute non assimilabili alla categoria delle mine anti-uomo, e per questo
sino ad oggi, ovunque tranne che in Belgio, vengono considerate legali.
Un importante passo avanti. Il Parlamento belga ha preso una decisione storica: saranno vietati
la fabbricazione, il commercio e l’utilizzo delle bombe a frammentazione. La decisione
è stata presa a larga maggioranza (102 voti a favore su 103), con l’accordo unanime
di tutte le forze politiche in gioco. Tuttavia, per ottenere tutto ciò il governo
ha dovuto necessariamente negoziare con le lobby del settore militare, i grandi
gruppi industriali e i sindacati. Nel testo di legge approvato il 16 febbraio,
infatti, è esplicitamente indicata la possibilità che le bombe a frammentazione
vengano utilizzate in futuro come armi intelligenti (ovvero dirette esclusivamente
contro obiettivi militari selezionati), purché risultino innocue per la popolazione
civile.
In base a ciò, le industrie belliche potranno continuare a svolgere le
proprie ricerche, a patto che queste siano finalizzate anche alla creazione di
ordigni dotati di dispositivo di autodistruzione, presupposto fondamentale se
si considera che la maggior parte dei danni causati da questo tipo di bombe deriva
dagli ordigni rimasti inesplosi.
Un’arma terrificante. Le bombe a frammentazione, altrimenti dette bombe a grappolo o submunizioni,
sono ordigni di forma generalmente cilindrica, al cui interno sono contenute migliaia
di munizioni destinate, una volta esploso il contenitore, ad essere disperse nel
raggio di 150 metri, con ovvie tragiche conseguenze da parte di chiunque si trovi
investito dalla pioggia di schegge e piccoli esplosivi che si propaga violentemente.
Si calcola che tra il 5 e il 30 per cento delle bombe lanciate restino inesplose,
tramutando i terreni su cui vanno a depositarsi in dei campi minati. Tra civili
e specialisti adibiti alla bonifica delle zone ricoperte di mine, le persone rimaste
uccise o mutilate sono centinaia di migliaia. In molti casi si tratta di ordigni
così potenti da essere in grado di perforare una lamiera di acciaio a 15 metri
di distanza. Facile immaginare quali effetti devastanti possano avere sull’uomo.
Concepite come armi militari, le vittime più numerose sono tra i civili che ci
si imbattono casualmente o, peggio ancora, tra i bambini che, attirati dal loro
colore acceso e dalla forma che in molti casi le fa assomigliare a dei giocattoli,
vengono dilaniati al minimo contatto.
La responsabilità della comunità internazionale. Solo per fare alcuni esempi, ricavati da alcune relazioni presentate da varie
organizzazioni umanitarie, si ricordano le 1.228 bombe cluster sganciate sull’Afghanistan
tra il 2001 e il 2002. Il totale delle munizioni contenute da quelle bombe ammonterebbe
a circa 250 mila e, considerando un approssimativo 5 per cento di cluster difettose,
dovrebbero essere rimaste quasi 13 mila cariche esplosive intatte. Le bombe lanciate
sul suolo iracheno sarebbero addirittura 13 mila, per un totale di circa 2 milioni
di esplosivi ancora pronti ad uccidere, sparsi chissà dove, vicino ad edifici
militari e a scuole per bambini, nei pressi di ospedali piuttosto che dietro a
qualche abitazione. Nel corso degli anni, le bombe a frammentazione sono state
utilizzate in Albania, Cambogia, Laos, Birmania, Bosnia, Pakistan, Siria, Corea
del Nord, Eritrea, Etiopia, Mozambico, Angola, Niger, Burundi, Congo, Liberia,
Marocco, Somalia, India, Sri Lanka e Indonesia (dove le conseguenze dello tsunami
hanno causato un ulteriore spargimento degli ordigni sul territorio). Secondo
quanto dichiarato recentemente da Steve Goose, direttore di Human Rights Watch,
oltre a Stati Uniti e Gran Bretagna nel corso del conflitto iracheno, anche Birmania,
Nepal, Russia e Georgia si servirebbero ancora dei propri arsenali di bombe cluster.
In almeno 13 Paesi, tra cui la Colombia e il Nepal, i gruppi di guerriglieri sono
i maggiori utilizzatori di bombe a frammentazione. Fino a poco tempo fa anche
l’Italia figurava nella lista degli 11 Stati europei produttori di bombe cluster.
In base ad una ricerca svolta da Human Rights Watch, almeno 57 Paesi sarebbero
ancora oggi in possesso di arsenali con submunizioni, gli ordigni inesplosi sparsi
in più di 80 Stati sarebbero più di 100 milioni, e oltre 500 mila verrebbero disseminati
ogni anno.