Jasmine ha 44 anni, ma ne
dimostra trenta di più. Vive in un ostello dignitoso per profughi alle porte di
Sarajevo assieme a suo figlio di otto anni. E'
scampata miracolosamente al massacro di Srebrenica, con un’altra famiglia, quando
nel luglio del 1995
in quattro giorni ottomila musulmani furono trucidati dalle truppe cetniche di
Mladic, il comandante militare dei serbo bosniaci, ricercato dal tribunale
dell’Aja con il capo d’imputazione di genocidio.

Jasmina piange, quando
racconta la sua storia. Ha perso trenta parenti nell’eccidio. Adesso la sua
casa è stata ricostruita, dovrà andarsene da Sarajevo e tornare lì, nella
cittadina del massacro che conta oggi 10 mila abitanti, per la maggior parte
sono serbi-bosniaci, 6mila, e 4mila e 500 invece musulmani, contro i 40 mila di
prima della guerra, di cui il 75
percento a maggioranza musulmana. Deve tornare a fare la contadina, adesso che
ha meno forze, in una valle che, racconta Jasmina, una volta era una bella
valle, con le terme, le fabbriche che davano lavoro, con un’agricoltura
fiorente. Non bisogna andare troppo lontano da Sarajevo, dunque, per trovare le
prime tracce di quello che è considerato il genocidio di più vaste dimensioni
nell’Europa nei tempi recenti.
Quando ci s’inerpica sulle strade innevate che
portano in tre ore di macchina da Sarajevo a Srebrenica, anche negli incroci le
risposte dei passanti sulla giusta direzione da prendere sono evasive.
Nessuno
ci va volentieri in quella valle, e da quanto si vede nemmeno il sindaco
musulmano di Srebrenica al suo secondo mandato, Abdjrahman Malkic. La sua
famiglia vive a Sarajevo. Il sindaco s’incontra molto spesso in città con i
pacchetti dello shopping appesi alle mani. I figli frequentano le scuole
superiori, si giustifica, e a Srebrenica non ce ne sono. Tant’è.
Malkic
racconta di una realtà odierna molto dura. I soldi per rimettere in piedi la
valle ci sono, 15 milioni di euro erogati dall’Onu (Undp) negli ultimi tre anni
per la ricostruzione oltre che di Srebrenica dei villaggi contigui di Bratunac
e Micici. Una cifra considerevole.
Il budget governativo solo per il suo
villaggio per quest’anno, 2006, dice Malkic, è pari a 1 milione e 250 mila
euro. I musulmani timidamente iniziano a tornare, i problemi di disoccupazione
sono gravissimi, le relazioni con i serbi, racconta, sono discrete.
La
repressione dei criminali di guerra continua, lo scorso anno ne sono stati
arrestati 920 in Bosnia, quasi duecento solo nei paraggi di Srebrenica, molti
lavorano ancora nelle istituzioni locali e governative, alcuni nelle quindici
polizie della Bosnia, cinque nazionali e dieci regionali, queste ultime
inefficienti tanto che i carabinieri di Eufor spesso devono procedere da soli
negli arresti. La polizia bosniaca non arriva al momento dell’operazione o
peggio, avverte i ricercati. D’altronde criminale di guerra e poliziotto spesso
sono vicini di villaggio, e si conoscono.

L’anno scorso il procuratore del
Tribunale internazionale dell’Aja, Carla del Ponte, nel decimo anniversario
della strage, si è rifiutata di partecipare alla commemorazione a Srebrenica.
Un gesto politico per dire alla comunità internazionale che non ci potrà essere
giustizia finché i serbi Mladic e Karadzic non saranno consegnati al tribunale.
Nel 2003, l’ex presidente statunitense Bill Clinton ha inaugurato il cimitero
memoriale a Potocari, a pochi chilometri dal villaggio, dove sono seppelliti
1937 corpi.
Adesso la repubblica Sprska, Srebrenica è in quella parte della
Bosnia, dovrà dare due milioni di euro per la costruzione di un memoriale. E’
da qui che bisogna ripartire anche oggi per capire l’orrore di quello che
accadde a Srebrenica dieci anni fa. Potocari non è altro che una frazione
all’ingresso della valle che porta alla cittadina.
La strada è disseminata di
fabbriche abbandonate. Prima della guerra qui lavoravano duemila operai. La
valle è circondata da boschi e colline, in fondo si restringe e arroccato a
mezza costa il paese di Srebrenica, in completo stato di abbandono. Le strade
sono rotte, rivoli di acque nere sui marciapiedi, le case non hanno intonaco,
portano ancora sui muri il segno della guerra, molte non hanno il tetto. Solo
la scuola è nuova, come il palazzo del Comune.
Una cittadina che assomiglia
alla periferia di Kabul. Che differenza con i ricostruiti villaggi incontrati
lungo la strada. Dove sono finiti i
soldi per la ricostruzione? Da quanto si vede, almeno non tutti qui.
Al primo
incrocio una bandiera di Belgrado che sventola inquietante su un monumento ai
caduti serbi. Il cimitero di Potocari, pochi chilometri prima da Srebrenica, si
affaccia sulla strada. E’ enorme, disteso in una conca tra la strada e le prime
colline. All’ingresso la bandiera della Bosnia, blu e gialla. La Moschea è a
cielo aperto. Le lapidi di colore verde sono appoggiate su mucchi di terra
fresca. Sotto, i corpi.
Il lavoro per il riconoscimento delle vittime va avanti,
nella valle ci sono spazi liberi ancora per i quattromila corpi senza nome
chiusi nelle celle frigorifere nella cittadina di Tuzla. Sulle lapidi tutte le
fasce di età sono comprese: dodici, quattordici, venti, cinquant 'anni, anche
più anziani.
In una stanza gelida la foto delle fosse comuni, più di sessanta
sparse nei dintorni, dove furono gettati i cadaveri. La foto della bambola con
la faccia tagliata, strappata a una bambina. Un’altra foto che per qualche
motivo oscuro fa rabbrividire, rappresenta la valle con le nubi basse e la
nebbia.
Nulla in confronto a quello che si vede a duecento metri dal cimitero:
dall’altra parte della strada una fabbrica abbandonata. Al cancello sventola la
bandiera della Bosnia. Perché? La repubblica serba bosniaca si è opposta per
anni alle richieste della federazione croata musulmana di aprire i cancelli e
costruire il memoriale. Il custode apre
e inizia il tour nella fabbrica degli orrori.
Qui alloggiavano i quattrocento
caschi blu olandesi, in quel luglio del 1995. Sui muri gli stemmi marziali del
reparto e i graffiti spensierati dei soldati di Amsterdam. Quando arrivarono i
serbi di Mladic, gli olandesi consegnarono ai cetnici armi e bagagli per avere
salva la vita, supplicando il comando Onu per un intervento aereo che non ci
fu. Pochi giorni prima nella fabbrica erano giunti da Srebrenica tremila
civili, vecchi, madri con i figli, in cerca della protezione dei caschi blu.
Furono ammassati in un capannone.

Oggi è gelido, enorme, ristagna un’aria
indefinita che si appiccica addosso. Qui probabilmente sarà costruito un muro
con tutti i nomi delle vittime. Il genocidio iniziò dopo la resa degli
olandesi, e durò giorni e giorni. Figli strappati dalle braccia delle madri da
Mladic in persona.
Al primo piano della fabbrica degli orrori le donne di
qualsiasi età furono violentate ripetutamente spesso da conoscenti. Una
s’impiccò per sfuggire alla violenza.
Dal capannone le vittime erano portate fuori nei campi e fucilate. Una
testimonianza di un soldato al tribunale dell’Aja dice di 1200 fucilati in un
solo giorno. Altre vittime furono messe in fila con le mani legate dietro alla
schiena, e sgozzate con un coltello una dopo l’altra.
Anche l’ex ufficiale
bosniaco, uno dei comandanti operativi durante l’assedio di Sarajevo, Salem,
che ci accompagna come traduttore, ha difficoltà a trovare le parole ad immaginare
la scena e trovare le parole per raccontarla. Perché il coltello? Si
chiede.
Il custode indica un’altra ala della fabbrica. Sui muri i graffiti dei
serbi. Stanza dopo stanza è come entrare nella mente di quei soldati. La
violenza sopra tutto. Durante le udienze all’Aja i testimoni raccontarono di
miliziani in preda ad una epilessia collettiva.
Il primo disegno sul muro: un
carro armato con la svastica e un enorme pene al posto del cannone, che
violenta una donna bosniaca insultata con frasi irripetibili scritte in
inglese. La firma sotto delle milizie di Arkan. Nelle altre stanze i graffiti
non cambiano tema: la violenza
sessuale, dunque, onnipresente, come ossessione di morte, il seme come arma,
l’osceno violento disegnato sui muri per un orrore senza fine.
Anche questo fu
Srebrenica, un posto che tutti dovrebbero vedere, qui in Bosnia nel cuore
dell’Europa.
Stefano Grossi