Un comandante delle Farc ci racconta il caso di Ingrid Betancourt, loro prigioniera da 4 anni
dal nostro inviato
“Perché rapire proprio Ingrid Betancourt,
che sulla carta
era il politico meno lontano dalla nostra visione della Colombia ideale? Perché
è capitata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Dal suo nascondiglio nel
cuore del Magdalena Medio, coperto dalla fitta foresta che per migliaia di
chilometri quadrati colora gli altopiani centrali, Pastor Alape, uno dei nove
comandanti
di blocco delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, membro del
segretariato generale, ha accettato di parlarci del caso Betancourt.
I retroscena. Candidata alla presidenza della Repubblica colombiana, la
leader politica franco-colombiana viene rapita dalle Farc il 23 febbraio 2002,
mentre viaggia
per San Vicente del Caguán, stato del Caquetá, 740 chilometri a sud di Bogotá.
Dal gennaio 1999, questa zona è teatro dei colloqui di pace fra l’allora
presidente Andrés Pastrana e i guerriglieri di Tirofijo e per questo
completamente smilitarizzata.
Dopo tre anni di incontri, discussioni e pugni sul tavolo
delle trattative, il dialogo frana miseramente. È il 20 febbraio 2002. Tre
giorni dopo, la Betancourt viene fermata e sequestrata. L’area è ormai un
deserto. La guerriglia sta ritirandosi in tutta fretta sui monti circostanti.
Migliaia di soldati dell’esercito stanno avanzando per riprendere il possesso
della zona. Cominciano bombardamenti pesanti: vengono distrutti ponti,
accampamenti guerriglieri e un centro di primo soccorso. Ma nessun comandante
viene catturato. Sono già tutti fuggiti, portandosi dietro le speranze di un
accordo di pace e la Betancourt.
A tu per tu.
Il comandante Alape scandisce con voce possente ogni parola, sintomo di
attitudine al comando. Il suo sguardo è fermo, diretto. Ha modi
gentili. Indossa una divisa mimetica. Sulla testa un basco nero su cui
spicca
la spilla della Colombia, con i colori nazionali.
“Niente di quel rapimento era programmato – spiega,
sistemandosi di tanto in tanto la ruana, sorta di mini-poncho multiuso, che
porta appoggiata sulla spalla destra. “Era lì e l'abbiamo presa. Noi
rivoluzionari delle Farc seguiamo la filosofia per la quale chiunque partecipi
a questo sistema di governo è un nemico. La nostra è una rivoluzione sociale.
Stiamo aiutando il popolo a prendere il potere. Il nostro principale obiettivo,
dunque, è distruggere l’attuale classe politica, frutto dell’oligarchia
corrotta. Siamo in guerra". Siamo seduti a un tavolo di legno, sotto una capanna
arrangiata fra le frasche, in riva a un ruscello. "La guerra è uno
strumento disumano. Non fa sconti. E i rapimenti sono una delle orrende regole
del gioco. Privare della libertà è un atto barbaro. Capisco l'angoscia dei suoi
figli. Ma non abbiamo scelta, per cambiare questo paese. Nella logica di noi
guerriglieri la Betancourt è merce preziosa, da scambiare con tanti nostri cameradas
in mano al nemico. L'unica cosa che mi sento di dire è che trattiamo Ingrid e
tutti gli altri sequestrati con rispetto. Fisicamente stanno tutti bene".
A capotavola. E’ seduto a capotavola Alape. Tutto intorno è silenzio. Sono le 3 di un
pomeriggio estivo colombiano. Lontani oltre quattro ore di cammino dal primo
centro abitato. Intorno a noi alcuni giovani uomini in mimetica tagliano la legna,
per prepararsi a cucinare il rancio. Gli altri componenti della squadra del comandante
sono in giro, laggiù da qualche parte, a portare a termine la missione del giorno.
“I prigionieri politici passano le giornate camminando, perché i nascondigli
non sono mai troppo sicuri. Poi leggono. Ascoltano la radio. Li lasciamo ascoltare
la radio. È giusto che si informino, che restino in contatto col mondo. E in
qualche modo coi loro familiari. Li lasciamo ascoltare anche radio Caracol”,
adesso sta sorridendo, “che manda in onda i messaggi per i prigionieri. Lo so,
non è una vita facile. Ma nemmeno non aver di che mangiare, come succede alla
maggioranza dei colombiani. Contadini costretti da sempre a sopportare le
violenze degli squadroni di mercenari pagati dai grandi proprietari terrieri”.
Poi conclude, guardandoci negli occhi: "I figli di Ingrid e le
persone care degli altri tremila prigionieri devono sperare che Uribe
non venga rieletto e che il prossimo presidente accetti le condizioni
per uno scambio umanitario, che noi delle Farc andiamo proponendo da
anni".