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Stretta repressiva. “Nessuno nega che la violazione
del precetto religioso per il quale è offensivo ritrarre il Profeta Mohammed o
l’ironia sulla principale figura religiosa dell’Islam siano state di cattivo
gusto”, continua Roth, “ma è inaccettabile che per questo motivo vengano chiusi
dei giornali e imprigionati dei giornalisti, che in alcuni casi rischiano anche
la vita”. La protesta contro le carcerazioni ingiustificate dei giornalisti nel
mondo islamico è guidata da Hrw e da Reporter
sans Frontiere, l’organizzazione non governativa che si batte per la
libertà di stampa nel mondo. “Rsf chiama tutti alla mobilitazione”, si legge
nel comunicato dell’ong, “dobbiamo supportare tutti insieme i giornalisti
imprigionati che hanno solo fatto il loro mestiere: pubblicare la notizia del
momento in tutto il mondo”. I numeri sono chiari: 13 giornali sono stati
chiusi, a tempo determinato o indeterminato, in Algeria, Marocco, Giordania,
Yemen, Malaysia e Indonesia. In totale sono 11 i giornalisti che sono stati
incriminati in cinque paesi, tra i quali spiccano per solerzia persecutoria
Algeria e Yemen, e sei di loro sono adesso in carcere. Per sostenere la
campagna lanciata da Rsf e Hrw è stata attivato un indirizzo mail dove firmare
la petizione che chiede la scarcerazione dei giornalisti detenuti e la
riapertura dei giornali chiusi.
Prove di dialogo. Uno dei paesi più zelanti
nell’incriminazione di giornalisti, secondo le ong che guidano la protesta, è
stato lo Yemen. In particolare ha colpito l’appello dei giornalisti dello Yemen
Observer che chiedono la liberazione del loro direttore Mohammed al-Asadi.
Ma i giornali chiusi dalle autorità yemenite sono tre e tre sono i giornalisti
arrestati nel Paese. La stessa sorte di al-Asadi è toccata a Abd al-Karim Sabra
e a Yehiya al-Abed del settimanale al-Hurriya. Tutti i giornalisti sono
stati perseguiti in base all’articolo 103, comma A, della Legge nazionale sulla
Stampa e le Pubblicazioni n°25 del 1990 che proibisce “qualsiasi forma di
offesa alla fede islamica”. Il messaggio che Hrw e Rsf cercano di far passare
è
che i giornalisti e le pubblicazioni non sono colpevoli di alcuna offesa,
avendo semplicemente come ogni giornalista dato la notizia del giorno. Sulla
stessa lunghezza d’onda si sono sintonizzati anche i colleghi dei reclusi e
molti religiosi e intellettuali islamici. Rsf ha organizzato una conferenza a
Parigi il 9 febbraio scorso sul confine tra blasfemia e libertà di stampa, tra
libertà di espressione e rispetto delle culture e delle religioni. Al convegno
hanno partecipato personalità europee e del mondo arabo e il confronto è
risultato salutare, tanto da pensare di replicare in un paese islamico.
L’appuntamento quindi, per tutti quelli che credono nella libertà e nel
rispetto, ma soprattutto nel dialogo, è al Cairo il 25 febbraio prossimo. Christian Elia