23/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Giornali chiusi e giornalisti arrestati per aver pubblicato le vignette della discordia nel mondo islamico
“Rigettiamo la mancanza di rispetto e la cultura del pregiudizio che sono rappresentati dalle vignette, ma questo non da a nessun governo il diritto d’imprigionare dei giornalisti che hanno semplicemente fatto il loro dovere, senza offendere nessuno”, dice Kenneth Roth, direttore esecutivo dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch , che si batte per il rispetto dei diritti umani nel mondo, lanciando la campagna di solidarietà internazionale a favore dei giornalisti che, in molti paesi islamici, sono stati arrestati solo per aver pubblicato le vignette, quelle che offendono il Profeta Mohammed del giornale danese Jyllands Posten, che hanno causato vittime e incidenti in tutto il mondo.
 
mohammed al-asadi in carcereStretta repressiva. “Nessuno nega che la violazione del precetto religioso per il quale è offensivo ritrarre il Profeta Mohammed o l’ironia sulla principale figura religiosa dell’Islam siano state di cattivo gusto”, continua Roth, “ma è inaccettabile che per questo motivo vengano chiusi dei giornali e imprigionati dei giornalisti, che in alcuni casi rischiano anche la vita”. La protesta contro le carcerazioni ingiustificate dei giornalisti nel mondo islamico è guidata da Hrw  e da Reporter sans Frontiere, l’organizzazione non governativa che si batte per la libertà di stampa nel mondo. “Rsf chiama tutti alla mobilitazione”, si legge nel comunicato dell’ong, “dobbiamo supportare tutti insieme i giornalisti imprigionati che hanno solo fatto il loro mestiere: pubblicare la notizia del momento in tutto il mondo”. I numeri sono chiari: 13 giornali sono stati chiusi, a tempo determinato o indeterminato, in Algeria, Marocco, Giordania, Yemen, Malaysia e Indonesia. In totale sono 11 i giornalisti che sono stati incriminati in cinque paesi, tra i quali spiccano per solerzia persecutoria Algeria e Yemen, e sei di loro sono adesso in carcere. Per sostenere la campagna lanciata da Rsf e Hrw è stata attivato un indirizzo mail dove firmare la petizione che chiede la scarcerazione dei giornalisti detenuti e la riapertura dei giornali chiusi.
 
uno dei tanti disordini scoppiati in tutto il mondo islamico dopo la pubblicazione delle vignetteProve di dialogo. Uno dei paesi più zelanti nell’incriminazione di giornalisti, secondo le ong che guidano la protesta, è stato lo Yemen. In particolare ha colpito l’appello dei giornalisti dello Yemen Observer che chiedono la liberazione del loro direttore Mohammed al-Asadi. Ma i giornali chiusi dalle autorità yemenite sono tre e tre sono i giornalisti arrestati nel Paese. La stessa sorte di al-Asadi è toccata a Abd al-Karim Sabra e a Yehiya al-Abed del settimanale al-Hurriya. Tutti i giornalisti sono stati perseguiti in base all’articolo 103, comma A, della Legge nazionale sulla Stampa e le Pubblicazioni n°25 del 1990 che proibisce “qualsiasi forma di offesa alla fede islamica”. Il messaggio che Hrw e Rsf cercano di far passare è che i giornalisti e le pubblicazioni non sono colpevoli di alcuna offesa, avendo semplicemente come ogni giornalista dato la notizia del giorno. Sulla stessa lunghezza d’onda si sono sintonizzati anche i colleghi dei reclusi e molti religiosi e intellettuali islamici. Rsf ha organizzato una conferenza a Parigi il 9 febbraio scorso sul confine tra blasfemia e libertà di stampa, tra libertà di espressione e rispetto delle culture e delle religioni. Al convegno hanno partecipato personalità europee e del mondo arabo e il confronto è risultato salutare, tanto da pensare di replicare in un paese islamico. L’appuntamento quindi, per tutti quelli che credono nella libertà e nel rispetto, ma soprattutto nel dialogo, è al Cairo il 25 febbraio prossimo. 

Christian Elia

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