Nonostante le piogge
incessanti e il rischio di nuove frane, il lavoro dei soccorritori continua a
Guinsaugon, il villaggio delle Filippine completamente sommerso da una frana la
mattina del 17 febbraio scorso a sud dell’isola di Leyte. Finora si contano 84
morti, di cui sei bambini, e 982 dispersi, tra i quali i 246 alunni e
insegnanti della scuola elementare locale schiacciata da dieci metri di fango.
Da lì sotto, lunedì, era parso di captare dei rumori, forse delle voci di
sopravvissuti, ma oggi e man mano che passano le ore la speranza di salvare
qualcuno diventa sempre più remota.

“Per le continue piogge e la
minaccia di ulteriori slavine, 11 villaggi sono stati evacuati e 558 famiglie
assembrate in sei centri d’accoglienza nella città di San Bernardo”, ci dice da Manila Cecile Ochoa, portavoce
dell’organizzazione umanitaria
Save the Children che nell’area del disastro ha
inviato due gruppi di soccorso per distribuire bottiglie d’acqua, kit medici e
per l’igiene. “La situazione nei centri per sfollati, allestiti in scuole,
chiese e altre strutture provvisorie, però, è già critica”, spiega
l’operatrice. Questi edifici non sono abbastanza grandi per ospitare tante
persone e per fornire loro i servizi basilari. “Duemila e 142 evacuati –
prosegue Ochoa - sono ammassati in sei strutture, dove mancano i bagni e
l’acqua per lavarsi. Anche la ventilazione è insufficiente, come i dispositivi
per raccogliere la spazzatura. I problemi sanitari, se non vengono risolti,
possono causare la diffusione di varie malattie. Finora sono stati registrati
casi di varicella, orecchioni e gengiviti”.

Secondo alcuni funzionari
locali, anche i soccorritori dovrebbero lasciare al più presto la zona prima
che si verifichino altri smottamenti. “Siamo molto preoccupati – confessa Ochoa
- perché il Consiglio nazionale di coordinamento dei disastri ha detto che
oltre a Guinsaugon, 12 villaggi sono a rischio frane”. Ma nessuna
organizzazione finora, nonostante gli allarmi dei geologi, ha deciso di interrompere
gli interventi d’emergenza. Si scava giorno e notte, con l’aiuto di cani e sistemi
di rilevamento dei suoni, attenti a non scatenare altri movimenti del
sottosuolo. “E’ veramente difficile per noi perché i sistemi di rilevamento
possono captare suoni attraverso materiali o terreno solido, ma non sostanze
liquide come il fango”, spiega alla Bbc Yaacob Yusuf, membro di un team malesiano
che lavora intorno alla scuola elementare.

Intanto aumentano le
polemiche sulla possibilità di evitare la tragedia a Leyte, isola centrale
dell’arcipelago filippino dove il 30 per cento della popolazione vive sotto la
soglia di povertà e che nel passato è stata già colpita da diverse alluvioni.
“Gli
esperti hanno detto che l’intensa deforestazione e il sistema agricolo del
“taglia e brucia” (per liberare terreni da coltivare sulle montagne, ndr.) sono
tra le cause di inondazioni e slavine”, precisa l’operatrice di Save the
Children. In questi giorni anche il quotidiano
The Philippine Star ha scritto
che “questo disastro si poteva prevedere”. Nell’articolo, inoltre, si legge::
“Le montagne che circondano la vallata dove si trova il villaggio sono state
spogliate dei loro alberi per decenni, lasciando il suolo in preda
all’erosione. Inoltre la valle è soggetta a un’importante quantità di
precipitazioni. I geologi e gli ecologisti hanno previsto danni per gli
abitanti della regione. Le loro raccomandazioni sono state ignorate e noi oggi
ne
subiamo le conseguenze”.