Si sono aperti ieri a Vienna i negoziati sullo status futuro
del Kosovo. La settimana che ha preceduto l'avvio dei negoziati è stata
caratterizzata da intensa attività dipomatica non solo in Kosovo, dove si
andava definendo la composizione della squadra negoziale, ma anche a Belgrado
dove rappresentanti del governo serbo hanno dato giudizi molto severi in merito
alle voci, emerse da alcuni ambienti diplomatici occidentali, che risultato dei
negoziati sarà l'indipendenza del Kosovo.

Momento culminante della scorsa settimana l'incontro del Consiglio di Sicurezza
Onu, martedì 14 febbraio, al quale ha partecipato, anche se senza diritto di
parola, oltre a Soeren Jessen Petersen Rappresentante Speciale delle Nazioni
Unite per il Kosovo, ed al presidente serbo Boris Tadic anche il primo ministro
kosovaro Bajram Kosumi. In Kosovo la maggior parte dei politici hanno espresso
la loro soddisfazione per l'incontro e per la nuova legittimità ottenuta dalla
istituzioni kosovare. Meno ottimista Veton Surroi, leader di Ora, che ha
ammonito i kosovari di svegliarsi nell'implementazione degli standard perché
alla lunga un clima di stagnazione potrebbe avere un impatto negativo sui
negoziati sullo status. Allo stesso tempo Oliver Ivanovic, parlamentare nell'Assemblea
del Kosovo e
membro della Lista Serba per il Kosovo, ha affermato come negli ultimi giorni
stia riconsiderando la possibilità di ritornare a fare parte delle istituzioni
kosovare anche perché – ha notato – senza la presenza dei serbi nelle
istituzioni kosovare è difficile possano essere implementate in modo efficace
le decisioni prese durante i negoziati. Ma Ivanovic ha anche specificato di
aspettare, prima di prendere una decisione in merito, la luce verde da
Belgrado. In vista dei negoziati per la comunità albanese è stata molto
importante la rapida elezione del nuovo Presidente, Fatmir Sejdiu, benvoluto
dalla stessa comunità internazionale che lo considera politico capace di
mediare e pronto al compromesso. Poco dopo la sua elezione Sejdiu ha voluto
mandare un segnale al Consiglio di Sicurezza, affermando che oltre a seguire il
processo sullo status guiderà personalmente “la riconciliazione tra la comunità
serba e quella albanese”. Ha dichiarato di essere pronto a lavorare con le
istituzioni kosovare per affrontare e risolvere i problemi delle minoranze in
Kosovo. Sarà effettivamente in grado di farlo? Presto per capirlo. Sicuramente
la sua occupazione principale sarà quest'anno guidare la squadra negoziale
kosovara a Vienna.

Altro momento intenso della settimana scorsa è stato il dibattito in seno alla
delegazione kosovara su chi dovesse guidarla in questo primo appuntamento.
Jakup Kraniqi, ex ministro per i Servizi Pubblici doveva coordinarla assieme a
Lufti Haziri, attuale Ministro per i Poteri Locali. Ma il primo ha rinunciato
all'incarico. La sua presa di posizione ha rimescolato le carte. Della
delegazione dovevano originariamente fare parte Skender Hyseni, della
presidenza del Kosovo, Enver Hoxhaj, del PDK, attualmente all'opposizione,
Ylber Hysa, del moviento ORA, anch'esso all'opposizione, Sadik Idrizi come
rappresentante delle minoranze e del coordinatore dei gruppi di lavoro sui
negoziati Blerim Shala. Più i già citati Haziri e Krasniqi. La presa di
posizione di quest'ultimo ha portato all'esigenza o di sostituirlo in tempi
brevi o di ripensare all'intera composizione del gruppo negoziale. Krasniqi non
ha fornito molti elementi in merito alla sua decisione se non il dichiarare che
a suo avviso avere due coordinatori del gruppo non aveva senso e che aveva dato
già il suo contributo al gruppo di lavoro e che riteneva quest'ultima la cosa
più rilevante. Ha inoltre chiarito che però non si dimetteva dal gruppo
politico della squadra negoziale invitando il proprio partito, il PDK, a
nominare al suo posto qualcun'altro. Cosa poi avvenuta con la nomina di Femi
Mujota, responsabile in seno al partito del dipartimento sulle amministrazioni
locali ed il buongoverno.
Nonostante tutti i media kosovari abbiano lodato gli sforzi compiuti in vista
di questo primo momento negoziale la crisi in seno alla delegazione kosovara,
legata a quello che sembra un problema marginale, ha sottolineato una volta in
più come sia alta la pressione e come si rischia che i suoi componenti non
riescano a mediare a sufficienza in merito alle loro personali posizioni
politiche e risultino incapaci di far emergere una posizione unica e compatta.
Pur non rendendone pubblici i contenuti i media kosovari hanno inoltre
riportato che la scorsa settimana la squadra negoziale kosovara abbia redatto
un
proprio documento sul decentramento.

Qualche settimana prima i media serbi avevano reso pubblici i punti
principali
della posizione di Belgrado sulla medesima questione. La delegazione di
Pristina e quella di Belgrado sanno che avranno solo un giorno e mezzo
per
affrontare temi estremamente delicati riguardanti i diritti delle
minoranze, la
protezione dei monumenti culturali e religiosi e la questione del
decentramento
amministrativo. Quest'ultimo è senza dubbio il punto del dibattito più
rilevante.Il primo incontro dei negoziati verrà condotto dal
vice-inviato Onu per lo
status Albert Rohan che, la scorsa settimana, si è recato a Belgrado
dove ha
incontrato il primo ministro Voijslav Kostunica e la presidente del
Centro di
coordinamento sul Kosovo, Sanda Raskovic Ivic. Non solo, ha incontrato
anche i
rappresentanti della Chiesa ortodossa serba.In occasione del Giorno
dello Stato, il 15 febbraio scorso, il premier
Kostunica ha ribadito come sa inconcepibile che uno ad uno stato
democratico ed
europeo, quale la Serbia è, possano essere modificati i confini contro
il
proprio volere. Ogni decisione unilaterale in merito al Kosovo – ha
sottolineato Kostunica – implica la violazione del diritto
internazionale.Questa posizione è considerata invece troppo moderata
dal leader del Partito
Radicale Tomislav Nikolic, che ha affermato che nel caso venisse
dichiarata
l'indipendenza del Kosovo alla Serbia non resterà altro che
occuparlo.Naturalmente non sono mancate le reazioni in Kosovo. In
questo senso l'avvio dei
negoziati è fondamentale per far uscire il dibattito dal muro contro
muro e la
politica, sia a Belgrado che a Pristina, esclusivamente dalla retorica.